– Tra le infinite forme di spreco che vi sono nel nostro paese, una delle maggiori, e anche delle più gravi, riguarda quello del capitale umano nella transizione fra scuola, università e lavoro. Sono in costante aumento i giovani che non lavorano e non investono nella formazione, rinunciando a frequentare l’istruzione superiore.  Sono i cosiddetti Neet (Neither in Employment, nor in Education or Training), ovvero giovani inattivi che non studiano e non fanno formazione, di cui l’Italia ha il primato tra i paesi Ocse, dopo la Turchia e il Messico. Si tratta di un fenomeno in costante aumento, che è stato accompagnato da un netto calo delle iscrizioni all’università, diminuite del 10 per cento in tre anni. Una delle ragioni principali del calo delle immatricolazioni consiste nel fallimento delle lauree triennali, che, nonostante siano nate per colmare il divario fra il numero dei laureati italiani e quello degli altri paesi Ocse, hanno dato prova, nel lungo periodo, di servire solo da ponte verso il biennio di specializzazione, chiamato anche “corso di laurea specialistica o magistrale”.

Nel 70 per cento dei casi, gli studenti che conseguono la laurea breve si sentono costretti a continuare gli studi, in quanto il loro titolo di studio si rivela inadeguato, poichè preso poco sul serio dalle imprese, all’inserimento nel mondo del lavoro. Anche se presi in considerazione, questi giovani si ritrovano in molti casi a ricevere salari esigui e mediocri condizioni di lavoro. Ne consegue, che va diffondendosi sempre di più il timore di intraprendere un percorso di studi che dura non meno di cinque anni e che potrebbe durare anche di più, evitando di fermarsi al triennio per migliorare le proprie prospettive occupazionali.

La formula del 3+2, ideata da Luigi Berlinger e adottata in Italia da un decennio, non ha dato i risultati sperati. La laurea triennale avrebbe dovuto permettere alla maggior parte degli studenti di inserirsi nel mondo del lavoro, ma così non è stato. Alla laurea specialistica, secondo l’idea originale, avrebbero dovuto iscriversi solo gli studenti più ambiziosi e meritevoli, soprattutto se interessati alla carriera accademica. Il sistema universitario italiano ha anche la pecca di essere carente nel formare gli studenti da un punto di vista professionale, perché troppo incentrato sull’accademia e sulla teoria, e troppo poco su aspetti pratici quali, ad esempio, gli apprendistati e tirocini presso le aziende. Le aziende sono a loro volta accusate di non valorizzare le competenze accademiche apprese all’università, creando così un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Per rompere l’impasse, come suggerisce l’economista Tito Boeri, sarebbe utile introdurre un ingresso formativo al mondo del lavoro, senza oneri per le casse dello Stato. Boeri propone una nuova idea di triennio e di apprendistato, nella quale le aziende rivestono un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani.

Per affrontare il problema delineato finora, si potrà utilizzare le reti già esistenti, e anche molto diffuse sul territorio, di sedi universitarie. Ognuna di queste, insieme a un numero di imprese situate nel territorio, dovrebbe creare un corso di laurea triennale sotto forma di apprendistato, nel quale lo studente “lavoratore” potrà acquisire metà dei crediti necessari per la laurea in azienda, e l’altra metà in università, avendo a disposizione un tutor che lo possa seguire sia nella parte accademica che in quella pratica. Applicando questo modello, che si ispira a quello tedesco delle cosiddette “Fachhochschule”, lo studente sarà formalmente impiegato presso un’azienda con un contratto di apprendistato della durata di tre anni. Alla fine del percorso, l’impresa sarà libera di assumere o meno lo stagista con un contratto unico di inserimento.

Si tratta di una formula facilmente applicabile a tutte le discipline economiche, aziendali, bancarie, assicurative ed amministrative. L’apprendistato di questo tipo può quindi venire svolto in aziende chimiche, elettroniche, biomediche, turistiche, e di design. C’è solo da augurarsi che il ministero dell’Università e della Ricerca consenta agli atenei di creare questo tipo di corso di laurea, che con ogni probabilità porterebbe dei buoni frutti, com’è stato nella civile Germania. Per quanto riguarda l’organizzazione dei vari corsi, imprese e atenei dovrebbero accordarsi sul come gestirli, visto che è nell’interesse di entrambe le parti che vengano assolti i compiti formativi. Le imprese, infatti, hanno interesse che gli insegnamenti universitari siano inerenti alle loro necessità, mentre alle università conviene accertarsi che non vi sia uno sfruttamento degli apprendisti come manodopera a basso costo, privo di contenuti formativi.

Sempre secondo Boeri, applicare questo percorso di formazione accademica e lavorativa, potrebbe portare quasi 50.000 giovani a essere occupati in un apprendistato, fattore che inciderebbe positivamente sul mercato del lavoro e la produttività. Ci sarebbe anche di buono che i giovani, una volta conseguita una laurea di questo tipo, potrebbero entrare definitivamente nel mercato del lavoro grazie al contratto unico di inserimento. I dati che riguardano la Germania ci danno prova del fatto che il modello delle Fachhochschule è estremamente efficace, sia per i giovani che per il Paese: ogni anno, le aziende tedesche investono 28 miliardi di euro e formano un milione e seicentomila giovani attraverso l’apprendistato. L’accordo tra le università e le aziende, firmato nel 2004, ha rafforzato e si è rivelato così positivo da essere rinnovato nel 2007 per il triennio successivo.

Da non sottovalutare è anche la questione della retribuzione, che sta emergendo come tema centrale per l’occupazione giovanile. La mancata retribuzione dell’apprendistato, toglie incentivi sia per l’impresa a valorizzare e formare il giovane, che a sua volta non si sente stimolato a dare il meglio di sé. Ne consegue quindi la perdita di efficacia dello strumento stage per entrambe le parti. Per questo è fondamentale stabilire in Italia una legge che impedisca alle aziende di utilizzare apprendisti non pagati per un periodo superiore ai 4 mesi, obbligandole a erogare allo stagista almeno un terzo del salario minimo garantito, come accade ad esempio in Francia.

Nel 2009, Sarkozy ha annunciato di voler creare quest’obbligo a partire dal terzo mese di tirocinio, estendendolo anche al settore pubblico, e di voler introdurre un bonus di 3 mila euro a favore di ogni azienda che assuma uno stagista. Questo per compensare il fatto che l’aumento dei costi di uno stage porta inevitabilmente a una diminuzione dell’offerta, e ne è conferma il fatto che in Italia l’offerta di stage retribuiti è molto minore di quella degli stage gratuiti. Gli esperti ci indicano che le politiche migliori per aumentare l’occupazione delle fasce più a rischio (donne e giovani) sono misure che combinano sussidi ai salari con formazione, assistenza nella ricerca di lavoro e di crescita professionale. Solo con questi interventi sarà possibile, in Italia, ottenere risultati rilevanti nel miglioramento dell’occupazione e dei livelli salariali. Nonostante importanti passi parlamentari, non si è ancora arrivati a un disegno di legge per creare il contratto unico di inserimento, di cui da tempo si parla. Eppure, il governo Monti sembra voler lavorare in questa direzione, e il realismo di cui finora ha dato prova ci da a ben sperare.