Categorized | Il mondo e noi

La sfida dei ‘falchi’ repubblicani alla politica estera di Obama

– «Obama punterà tutta la sua campagna elettorale sui successi che ha ottenuto in politica estera. Punterà tutto sull’uccisione di Osama bin Laden, su quella di Gheddafi e sulla Primavera Araba. E’ vero: il mondo è un posto più sicuro in cui vivere senza Osama e senza Gheddafi. Ma questi sono successi tattici e non riescono a colmare il disastro della politica estera di Barack Obama, né i numerosi errori strategici che ha commesso». A sfidare il presidente sulla politica estera, con queste parole, è Michele Bachmann, ex candidata repubblicana. Benché si sia ritirata il mese scorso, è pronta a dar manforte alla campagna. Ma soprattutto, le parole della Bachmann riflettono in pieno la filosofia dominante nel Partito Repubblicano in fatto di politica estera: la riconquista di un’egemonia americana che sta svanendo.

«Se non volete che gli Stati Uniti restino la nazione militarmente più potente del mondo, io non sono il vostro presidente. Dovete accontentarvi del presidente che c’è oggi alla Casa Bianca», ironizza Mitt Romney. I loro discorsi, sono un antipasto della campagna che inizierà subito dopo le primarie, una volta scelto il candidato. Gli errori che la Bachmann rimprovera a Obama sono soprattutto: tolleranza del radicalismo islamico (che sta prendendo il sopravvento in tutti i Paesi della Primavera Araba), abbandono dell’alleato Israele, ritirata con disonore dai teatri di guerra iracheno e afganoObama ha perso la pace in Iraq, la sta perdendo in Afghanistan»), ridimensionamento delle forze armate statunitensi, atteggiamento di debolezza con la Cina.

A questa politica di ritirata dal mondo, la Bachmann risponde, prima di tutto, con un serio impegno a favore di Israele. Del quale riconosce la sovranità su tutta Gerusalemme, capitale dello Stato ebraico. E’ sempre Gerusalemme al centro del discorso del candidato Newt Gingrich. Fra i suoi “primissimi ordini esecutivi”, c’è anche: «trasferirò immediatamente l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme».

La minaccia più sentita da tutti è, comprensibilmente, l’Iran. Gingrich indica diversi modi di affrontare il suo programma nucleare: «Prima di tutto abbiamo la possibilità di condurre operazioni segrete per fermare e disorganizzare il programma nucleare di Teheran: isolare i loro scienziati, irrompere nei loro sistemi informatici, il tutto con operazioni coperte, facilmente smentibili. Secondo: massima cooperazione con Israele, in modo da aumentare l’impatto della loro azione sull’Iran. Terzo: un programma strategico paragonabile a quello che il presidente Ronald Reagan, il papa Giovanni Paolo II e Margaret Thatcher hanno adottato contro l’Unione Sovietica, usando tutto, tranne la guerra, per delegittimare e far crollare il regime dall’interno. Ma se anche questo non dovesse funzionare, se la dittatura dovesse persistere, si dovrebbero compiere tutti i passi necessari a impedire la sua capacità di dotarsi dell’arma atomica».

Mitt Romney definisce l’Iran nucleare come «la più grave minaccia all’America e al mondo intero» e suggerisce di agire con le buone e con le cattive per scongiurare questa prospettiva: «Il presidente deve avere la capacità di minacciare l’Iran militarmente in modo credibile e deve far capire, chiaramente, che gli Stati Uniti hanno la volontà di intraprendere un’azione militare, se questa dovesse rivelarsi necessaria». Nel frattempo: «Val la pena di provare nuove sanzioni bloccanti. Val la pena di aiutare gli insorti locali e di aiutarli in un’azione di regime change nel loro Paese. Ma se tutto questo dovesse fallire, allora si dovrebbe avviare un’operazione militare».

Riguardo la Cina, nuovo grande antagonista degli Usa nel Pacifico, Gingrich è esplicito: la difesa dei diritti umani è la battaglia fondamentale da combattere. Perché: «Non potete avere (voi cinesi, ndr) libertà economica senza libertà politica, non potete avere libertà politica senza libertà di culto, non potere avere un sistema ‘mezzo libero e mezzo totalitario’. Non può durare. Io, così come il resto della leadership repubblicana, continueremo a compiere tutte le azioni possibili e necessarie per convincere la Cina a inserirsi in un percorso di libertà». Romney pone la sua battaglia contro il totalitarismo cinese al primo posto della sua agenda. In un dibattito televisivo dello scorso ottobre, aveva definito la potenza asiatica come un “manipolatore di valuta” e “ladro di proprietà intellettuale”. Ora sostiene che: «Noi dobbiamo far capire chiaramente ai cinesi che, se vogliono continuare ad avere libero accesso a ciò di cui hanno terribilmente bisogno – il nostro mercato – devono imparare a seguire le regole (…) se lo faranno noi saremo lieti di lavorare e scambiare liberamente con loro. Ma devono voler collaborare con noi, in ogni campo, cessare di essere una nazione bellicosa, economicamente e militarmente. Finora le politiche di Barack Obama hanno consentito loro di entrare nei nostri computer, di rubare le nostre proprietà intellettuali». Nessuna nuova guerra fredda, però: «L’Urss, come diceva Chrushev, voleva seppellirci. La Cina non vuole seppellirci, vuole superarci economicamente». Per Romney, dunque, è solo una questione di fair play commerciale: oggi il regime di Pechino non lo rispetta, il prossimo presidente dovrà cercare di riportarlo all’ordine.

Ancor più “lieve” è la posizione di Rick Santorum in merito, che punta a una competizione senza interferenze della politica: «Alcuni suggeriscono di iniziare una guerra commerciale con la Cina e imporre tariffe protezionistiche. Ma queste ultime sarebbero una tassa sugli americani. Io non voglio tassare gli americani. Voglio battere la Cina, creando un’atmosfera in cui il business e gli investitori possano sentirsi più sicuri e in grado di fare profitti qui e non là. Voglio zero tariffe, tasse più basse, esenzione fiscale per chi riporta i suoi capitali e la sua attività qui in America».

In genere, comunque, c’è la tendenza a considerare la sicurezza americana e quella del mondo intero come strettamente legate. «Il mondo è così come si presenta, perché alle spalle c’è stato un secolo americano. Noi ci ricordiamo che cosa fosse il mondo, nella prima metà del Novecento, quando l’America non era ancora la prima potenza? » – si chiede il senatore Marco Rubio – «Nella prima metà del Novecento, si sono combattute, non una, ma due guerre mondiali. Milioni di morti. E un sistema politico fondato sull’odio, il Nazismo, per poco non conquistava tutta l’Europa. Oggi è difficile crederlo. Ma nella storia, il 1939 equivale a un momento fa, all’altro ieri. Hitler ha usato il potere del suo governo per sterminare 6 milioni di ebrei. Ma il Nazismo è stato battuto. L’Imperialismo è stato battuto. E questo grazie alla determinazione e alla potenza del popolo americano. Fin da quel momento, il mondo è stato un posto migliore in cui vivere. E miliardi di persone sono passate dalla miseria a una vita dignitosa. Nel corso della storia, di tutta la storia, la maggioranza dell’umanità ha sempre vissuto sotto governi repressivi. Che ordinavano ai loro sudditi quale Dio adorare, quale lavoro fare, quale vita vivere. In alcuni casi, quale donna o uomo sposare. Questa è sempre stata la regola e non l’eccezione. E oggi cosa è cambiato? Come è possibile che le ultime generazioni vivano una vita libera e dignitosa, dopo generazioni e generazioni di miseria? La causa è la diffusione della democrazia e del libero mercato. E perché si sono diffusi in tutto il mondo? Perché gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, credono in essi, combattono per essi, li difendono. E soprattutto: danno per primi l’esempio».

Questa è la visione del mondo che domina nel Partito Repubblicano. Ma poi, come ormai è noto, c’è un quarto candidato, Ron Paul, libertario, che propone un’agenda opposta. Per il dottor Paul l’America è in pericolo perché interviene nelle faccende altrui. E dunque si devono ritirare tutte le truppe e commerciare liberamente con chiunque. La sopravvivenza di Israele «non è un problema americano», le sanzioni all’Iran sono «contro gli interessi degli americani», con la Cina si deve commerciare liberamente, indipendentemente dalle regole di Pechino. La libertà degli altri popoli, non solo non è un problema americano, ma è maggiormente minacciata se l’America interviene. Se gli altri candidati repubblicani puntano il dito contro Obama perché lo ritengono un debole, Ron Paul lo considera già troppo “falco”.

Come due posizioni di politica estera possano coesistere nello stesso partito è uno dei tanti misteri della politica americana. Ma se un repubblicano dovesse vincere la corsa alla Casa Bianca, è quasi certo che prevarrà la visione dei vari Romney, Bachmann, Gingrich, Rubio, Santorum. A meno che non siano le finanze sempre più esangui a far prevalere, per necessità, un non-interventismo alla Ron Paul.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “La sfida dei ‘falchi’ repubblicani alla politica estera di Obama”

  1. fabrizio scrive:

    Unn eccellente articolo, tuttavia non concordo che senza Osama e Geddafi sia un mondo migliore; io sto al 100% con Ron Paul …”La sopravvivenza di Israele «non è un problema americano», le sanzioni all’Iran sono «contro gli interessi degli americani», con la Cina si deve commerciare liberamente, indipendentemente dalle regole di Pechino. La libertà degli altri popoli, non solo non è un problema americano, ma è maggiormente minacciata se l’America interviene”.. ecco, se l’America la smettesse di pretendere di esportare i suoi “interessi”, allo si che sarebbe un mondo migliore…..

Trackbacks/Pingbacks