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Formidabili quegli anni/12. Le lotte operaie non erano di classe ma di dignità

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Non ho mai amato le nostalgie per il loro carico di tristezza, continuo invece a voler riflettere sui percorsi compiuti per comprendere meglio dove sono approdato. La persona non è un essere meramente biologico, culturale, sociale, politico è anche un essere storico, possiede una sua storia personale che, si voglia o no, interagisce nelle scelte che fa. Ognuno di noi si porta dentro il suo carico di vita, di esperienze, d’incontri, di percorsi e di superamenti. Non ci si può mai disfarsi della propria storia, si può nascondere e obliare, ma alla fine riemerge sempre.

C’è una cosa che oggi mi provoca turbamenti ed è il nascondimento del proprio passato. E’ mai possibile che nessuno cerchi di spiegare o di dire perché è stato comunista, fascista o democristiano? Eppure ci aiuterebbe a capire meglio chi siamo e qual è il carattere degli italiani, e perché non riusciamo a fare certe cose. Tutti o quasi tutti vogliono essere “uomini nuovi”, ma questo è un dramma e inficia il rapporto con le nuove generazioni che forse hanno bisogno di comprendere i percorsi che abbiamo, anche singolarmente, fatto.

E’ partendo da queste considerazioni che cerco di interloquire con le domande che Claudia Biancotti ha posto.

Quando si fa riferimento agli anni sessanta e settanta, normalmente ci si concentra sul fenomeno della contestazione studentesca e intellettuale che trova il suo apice nel “68”con tutto quello che ha prodotto sul piano culturale e del sentire sociale, oppure sull’emersione del terrorismo. Per quanto mi riguarda, ho vissuto quella stagione su un altro versante, quello della ripresa d’iniziativa del sindacato e dei lavoratori.

Per comprendere il senso di quell’ondata di mobilitazioni che attraverserà il biennio 69-70, occorre avere presente qual era la condizione operaia nelle fabbriche negli anni cinquanta e sessanta e cosa ha significato per le realtà di fabbrica concentrate nel nord del Paese, l’arrivo degli immigrati dal sud. Un fenomeno più ampio che susciterà fermenti sarà il Concilio Vaticano secondo che ebbe forti ripercussioni sugli operai e sindacalisti cattolici. Il fermento, la voglia di uscire da una situazione di subordinazione su cui era impostata l’organizzazione tayloristica del lavoro era alta e fremente. Soprattutto a segnare quei tempi era l’entrata in campo di giovani operai.

Il “biennio” cui ho fatto riferimento non nasce spontaneamente o come riflesso della contestazione presente nel mondo della scuola o tra una certa intellettualità, ha le sue ragioni nei rinnovi dei contratti del 1962. Per la prima volta fu posto il problema della riduzione dell’orario di lavoro, il prolungamento delle ferie, la riarticolazione del cottimo e del lavoro straordinario, la possibilità di organizzare in azienda il sindacato. Non si ottenne molto, così come nel rinnovo dei contratti del 1966. Vorrei solo ricordare che la vita di fabbrica non era certo bella. Il “miracolo economico” italiano è sicuramente stato il frutto di buone politiche economiche, di tensioni riformatrici, di capacità imprenditoriali e della collocazione internazionale dell’Italia in un contesto di guerra fredda. Va ricordato che questo slancio fu anche il frutto della fatica, delle sofferenze, di umiliazioni di lavoratrici e lavoratori.

Questa situazione che vedeva da un lato una crescita economica che mai si era sperimentata, una condizione di lavoro eccessivamente subordinata, un potere sindacale debolissimo non poteva che generare un’emersione di esigenze, di richieste economiche e di dignità. Operaie e operai al lavoro: precisi, attenti, capaci di ordinare ogni gesto, di sopportare la fatica, gli odori, l’umidità, le angherie dei capi, capetti e direttori.  Costretti molte volte a subire ma anche ad accumulare risentimenti e desideri di riscatto che poi trovano il modo di esplodere. E lì che ho imparato a comprendere e a praticare la pazienza operaia che sopporta fino a quando riesce, ma che sempre attende le condizioni propizie per mutare la situazione. Credo che sia l’attesa, il ciò che verrà, il non ancora che si pensa dietro l’orizzonte della quotidianità, a mantenere vive la speranza.  Nessuna utopia ma un sano realismo che si radica nell’umano e nella sua dignità e che fa sempre dire, anche e soprattutto nelle situazioni peggiori, che una dimensione più decente di quella che si vive è sempre possibile.

Tutto questo dà vita a una stagione che resta nel mio pensiero per le conquiste realizzate ma soprattutto per avere puntato sulla dignità di chi lavora. Lo statuto dei lavoratori, compreso il tanto vituperato e non capito nel suo significato art. 18, il diritto allo studio che forse fu la più grande opera di alfabetizzazione di massa degli adulti mai realizzata in Italia, il riconoscimento del merito e della competenza attraverso l’inquadramento unico, la lotta e la sconfitta del terrorismo.

Al fondo di tutto a mio parere ci stava la rivendicazione della dignità. Non ho mai creduto che esistesse la “classe operaia” intesa come un qualche cosa di organico su cui poggiare le sorti del mondo, mi sembrava un’idea un poco strana come la lotta di classe.  Mentre resto convinto che le lavoratrici e i lavoratori cercano soprattutto rispetto , dignità e giusta remunerazione.

Ne deriva da quella stagione un insegnamento anche per l’oggi. L’azione sindacale non può mai essere concepita e vissuta come statica né le sue conquiste immutabili, perché ci sono eventi di rilievo sul piano economico e politico, le invenzioni scientifiche, i cambiamenti e le applicazioni tecnologiche che irrompono nell’ambiente di vita e di lavoro che modificano le condizioni, richiedono processi di ricalibratura e di adattabilità, e postulano un’azione sindacale dinamica ed evolutiva per essere efficace.

Oggi si parla di crisi del sindacato e della difficoltà di rappresentanza che a mio parere va un poco oltre il sindacalismo e coinvolge l’idea stessa di democrazia, lambisce quasi tutti i soggetti sociali compresi quelli che appaiono più forti come la rappresentanza degli industriali e delle professioni. Quello cui dobbiamo fare fronte è la crisi della politica, che non riguarda solo le forme e gli elementi con cui si organizza la società, ma su quali valori si deve fondare. La fine delle ideologie ci ha reso tutti più liberi, ci aiuta a leggere in modo diverso anche i percorsi storici, ma non ci libera dall’avere dei riferimenti ideali e di valore.

Una delle eredità più preoccupanti di quella stagione è che con la fine delle utopie sono rimaste le bardature, la comodità e il formarsi un relativismo pragmatico che non sa più come orientarsi e che per vivere si affida al denaro, al successo individuale, alla conquista di spazi di potere.  Molte delle cose che ci avevano animato si sono rovesciate nel loro contrario.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi
  8. Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs di Benedetto Della Vedova
  9. Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista di Carmelo Palma
  10. Formidabili quegli anni/10. Un movimento di adolescenti invecchiato male di Pietro Monsurrò
  11. Formidabili quegli anni/11. Il vero ’68 fu il ’69 e ne paghiamo ancora il prezzo di Giuliano Cazzola

Autore: Savino Pezzotta

Nato in provincia di Bergamo nel 1943, comincia giovanissimo a lavorare in fabbrica. Sempre attivo sul fronte sindacale e dell'associazionismo cattolico, diventa Segretario Generale della CISL nel 2000. Conserverà l'incarico fino alle elezioni del 2006, quando si dimetterà per rimarcare l'autonomia del sindacato dalla politica. E' attualmente eletto alla Camera nelle file dell'UDC, partito alla cui fondazione ha contribuito.

One Response to “Formidabili quegli anni/12. Le lotte operaie non erano di classe ma di dignità”

  1. Roberto Seven scrive:

    La differenza con oggi, caro Pezzotta, è che la redistribuzione della prosperità, in quegli anni, si realizzava davvero. Tutte le barche salivano con la marea.
    Oggi non è più così, ma non c’è alternativa al tornare indietro.

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