Categorized | Economia e mercato

Tutto quello che avreste voluto sapere sul default greco, ma non avete mai osato chiedere

– Domande e tentativi di risposta sull’evento lungamente temuto dall’Europa e dal mondo ma che è già tra noi, sulla genesi della crisi, sulle sue improbabili diagnosi, sulle fallaci terapie e sulle ambiguità e responsabilità politiche di una commedia degli equivoci che sta volgendo in tragedia.

La Grecia rischia di fallire?
No, perché è già fallita, e da molto tempo.

Perché la “cura” imposta dalla Troika alla Grecia non sta funzionando?
Perché è una cura che prevede l’equivalente di una svalutazione in un paese che non ha una propria moneta senza comprendere che, per ripristinare competitività, occorre anche che tale paese abbia una base di export da sfruttare, preferibilmente in settori a valore aggiunto alto e medio-alto. Non è il caso della Grecia né, purtroppo, del Portogallo, che infatti ne seguirà le orme, tra non molto.

Perché la Grecia non è stata fatta fallire, quindi?
Perché, all’inizio della crisi, le banche dell’Eurozona erano molto esposte al debito sovrano greco, ed occorreva quindi acquistare tempo, anche per evitare un drammatico contagio, malgrado molti prestigiosi osservatori avessero preconizzato che le dimensioni della Grecia e del suo debito sovrano non potessero materialmente produrre un effetto-domino. Acquistare tempo non ha tuttavia impedito che vi fosse un prosciugamento della liquidità verso l’Eurozona, e soprattutto i paesi periferici, causata dalla diffidenza degli investitori internazionali nei confronti di una gestione della crisi da parte della Ue che definire disastrosa è un pallido eufemismo.

E’ vero che la Grecia potrebbe salvarsi se dichiarasse default, come l’Islanda e l’Argentina?
Questa è una leggenda metropolitana cresciuta in modo rigoglioso in un paese di analfabeti economici quale è l’Italia. In primo luogo, l’Islanda non ha fatto alcun default sovrano ma ha semplicemente rifiutato di riconoscere le passività delle branch estere di proprie banche. In secondo luogo, l’Islanda disponeva di una propria valuta, cosa che è servita per rilanciare le esportazioni grazie alla violenta svalutazione che è conseguita al collasso del sistema bancario nazionale ed ai controlli sui movimenti dei capitali che il governo ha imposto, applicando scrupolosamente il programma di assistenza concordato con il Fondo Monetario Internazionale. Quanto all’Argentina, discorso analogo: loro avevano il peso e lo hanno “semplicemente” sganciato dal dollaro, lasciandolo libero di deprezzarsi. Come direbbero gli anglosassoni, la Grecia è “damned if they do, damned if they don’t“.

Ma la Grecia non potrebbe tornare alla dracma?
In astratto si, ma nel tempo necessario a reintrodurre una propria valuta si avrebbe il completo collasso del sistema finanziario e creditizio greco. Corse agli sportelli bancari, lo stato impossibilitato a pagare stipendi e pensioni, le imprese private fallirebbero, vi sarebbero violentissimi moti di piazza ed una regressione verso l’economia di sussistenza ed il baratto, prima di arrivare ad una stabilizzazione. Superfluo aggiungere che anche il cosiddetto sistema democratico del paese finirebbe sotto un treno. Malgrado le fole propalate da spacciatori di bufale, uscire dall’euro è operazione comunque catastrofica.

Ma la Grecia non ha colpe?
Eccome, ne ha moltissime. In primo luogo, ha la colpa di essere un paese assai poco occidentale, dominato da oligarchie tribali e familistiche predatorie e da un sistema politico al quale si adatta alla perfezione il termine “levantino”. In che modo definire le fiabe che il probabile futuro premier di centrodestra, Antonis Samaras, ha venduto domenica sera ai greci ed al mondo? “Restiamo nell’euro, gli eurobond stanno per arrivare, e noi potremo beneficiarne”, oppure “dopo le elezioni di aprile dovremo rinegoziare il patto”. Queste sono le frasi di una classe politica che ha deciso di dannare il proprio popolo.

E’ vero che la Grecia ha finora evitato di applicare le misure richieste da Ue, Bce e FMI?
Per nulla. Se così fosse, come si spiegherebbe il crollo pluriennale di Pil ed investimenti e l’ascesa della disoccupazione? Di certo non si tratta di opera degli alieni. Forse i greci staranno “trascinando i piedi”, come dicono gli anglosassoni, ma è innegabile che le misure depressive finora prescritte hanno “funzionato”, nel senso che hanno alimentato e stanno alimentando una spirale depressiva in cui crolli di Pil causano crolli di gettito fiscale, che sollevano moralistiche accuse di neghittosità del percorso di risanamento greco. Eppure sarebbe molto semplice dirimere la questione: basterebbe confrontare il deficit di bilancio ciclico con quello strutturale, cioè corretto per il crollo del Pil rispetto al potenziale. Si vedrebbe che le due grandezze divergono e che qualcuno in Europa si è distratto, durante gli studi di economia.

E ci sono anche altre colpe?
Certamente. E sono dei tedeschi. Quelli che sono andati nel panico quando la liquidità è scomparsa dall’Eurozona impedendo di rinnovare i debiti sovrani. Temendo di essere costretti a diventare il paese dalle tasche profondissime che paga per tutti, si sono improvvisamente accorti che la Grecia non solo truccava i conti, ma che proprio non era mai riuscita a rientrare nei parametri di Maastricht, neppure frodando. Eppure, gli stessi tedeschi di questi parametri sono stati violatori seriali, da quando esiste l’euro. Benissimo ha fatto Mario Monti a ricordare che la prima versione del Patto di Stabilità non è stata fatta fallire dalla Grecia, ma da Francia e (soprattutto) Germania, nel 2003, quando i tedeschi erano considerati il “malato d’Europa”. A loro va certamente il grande merito di aver rilanciato la propria competitività, ma ciò è avvenuto in un contesto internazionale di crescita, pur se agevolata dalla bolla americana. Chiedere a paesi privi di base di esportazione, come Grecia e Portogallo, feroci tagli di spesa ed aumenti d’imposta, perché questo serve all’arrivo di una “fata fiducia” che li riporterebbe alla crescita, è da analfabeti economici. O più propriamente da fanatici ideologizzati. E’ un peccato che in molti, dalle nostre parti, siano così intellettualmente soggiogati dalla presunta razionalità hegeliana tedesca, e pensino che il pugno di ferro di Merkel e Schaeuble sia l’unica via per raddrizzare le gambe a tutti dissipati cani mediterranei. Questo è solo moralismo, e con il moralismo di solito non si fanno analisi.

Ma i tedeschi insistono a dire che il problema dell’Europa sono stati i conti pubblici in disordine…
…E questa è una purissima idiozia o una lettura di comodo, per dirla in termini meno ruvidi. La Spagna, prima della crisi, è giunta ad avere un avanzo di bilancio, e l’Irlanda aveva un rapporto debito-Pil che era circa la metà di quello tedesco. La causa della crisi sono stati persistenti divari di competitività, che hanno permesso ai migliori come la Germania di accumulare surplus commerciali e reinvestirli in paesi in deficit, come la Grecia. Un sistema creditizio europeo largamente transnazionale ma regolato in prevalenza lungo insufficienti linee nazionali ha fatto il resto.

Si dovevano far fallire le banche, quindi?
Detta così è un po’ drastica. Certamente si poteva impedire a Madrid e Dublino di salvare le rispettive banche ed i loro obbligazionisti, dopo il crollo dei rispettivi settori immobiliari, ma questo avrebbe causato un devastante effetto-domino in tutta Europa ed avrebbe travolto le banche creditrici, cioè soprattutto quelle francesi e tedesche. Non è certo un caso che la Commissione Ue e la Bce di Trichet si siano sempre ferocemente opposte alla partecipazione alle perdite da parte dei creditori bancari minacciando i governi in assistenza, come quello irlandese, di chiudere il rubinetto dell’ossigeno se ciò fosse accaduto. Dietro quella posizione c’erano soprattutto le ragioni della Germania, il paese che più di ogni altro ha riciclato i propri enormi e persistenti surplus commerciali in titoli di credito europei di ogni tipologia, debito sovrano greco incluso. Col senno di poi, sarebbe stato meno devastante nazionalizzare le banche dei paesi creditori e lasciare fallire i sovrani più deboli come la Grecia. Ma del senno di poi son pieni i default.

Come finirà, quindi?
Male. I greci torneranno quello che sono sempre stati, un popolo di pastori: il loro ground zero arriverà comunque. Anche il Portogallo rischia di tornare alla sua dignitosa povertà. Speriamo che almeno il nostro paese se la cavi, grazie alla sua base di export manifatturiero ben diversificata. Sperando anche che, ad un certo punto, un impulso di crescita ci sollevi dal fondale su cui i tedeschi ci tengono schiacciati. Resta che un giorno qualcuno dovrebbe prendersi la briga di chiedere ai leader europei perché la Grecia fu fatta entrare nell’euro.
____________________

Twitter: @Phastidio


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

12 Responses to “Tutto quello che avreste voluto sapere sul default greco, ma non avete mai osato chiedere”

  1. Piccolapatria scrive:

    La domanda delle cento pistole: per quali motivi la Grecia fu fatta entrare nell’euro?

  2. Walmi scrive:

    provo; piu’ o meno per lo stesso motivo per cui furono fatti entrare Portogallo, Spagna e Italia (pure loro con conti truccati):
    un’area mediterranea con monete libere di svalutarsi avrebbe creato grossi fastidi ai paesi “eurizzati” vincolati al patto di ferro della stabilita’ monetaria e questo, secondo me, vale soprattutto per l’Italia che, come giustamente scrive Seminerio, uno straccio di manifatturiero ce l’ha (e all’epoca era messo pure meglio di oggi)

  3. Marco Biggi scrive:

    “analfabeti economici quale è l’Italia” ; si può anche concordare viste le idiozie che girano sull’Islanda e del suo popolo glorioso che si è ribellato dimenticando che fino al giorno prima quelle stesse persone pensavano di poter vivere di rendita senza fare niente. Quello che mi fa abbastanza ridere è il rilancio delle esportazioni dell’Islanda: pesce per tutti ……….

  4. Mario Seminerio scrive:

    Hai una conoscenza incompleta: non solo pesce, ma (soprattutto) metalli non ferrosi e alluminio, che l’Islanda riesce a produrre a costi molto competitivi, grazie alla sua ricca dotazione di energia geotermica. In quel caso le ragioni di scambio sono nettamente migliorate.

  5. Aurora Aronsson scrive:

    Oggi vi son greci che protestano, ma, non protestavano (dov’erano?) quando, senza risorse nè competitività, andavano in pensione a 45 anni, avevano libri di testo gratis dall’asilo all’università, il 60% degli occupati era impiegato pubblico… Era la Germania a deciderlo? La Grecia, come l’Italia, non dovevano essere ammesse alla UE con quelle squilibrate …credenziali… La Germania ha ragione: era molto più comodo fare gli statali protetti, garantiti, spesso fannulloni e spesso inutili, che andare a faticare… magari trasformando gli “aiuti allo sviluppo” europei in fabbriche e imprese varie anziché in villette per le vacanze…

  6. Marco Biggi scrive:

    lo so dott. Seminerio, perchè anche se fossi un perfetto ignorante ma non scemo sarebbe bastato fare l’italiano medio e andare a cercare su Wikipedia. La mia è una battuta (fino ad un certo punto) ma sta di fatto che l’Islanda è il simbolo dell’idiozia umana e di come l’illusione della ricchezza derivante da prodotti finanziari ridicoli possa rovinare fino quasi alla miseria un popolo benestante

  7. GrazianoP scrive:

    Aurora: nessuno nega le colpe greche, anche se da lei esposte in maniera piuttosto rozza, ma nessuno può e potrà negare la totale mencanza di leadership del Paese che avrebbe il diritto ma anche il dovere, visto il suo status, di guidare l’Europa qui ed ora. E’ di ben misera utilità stabilire colpi e meriti su una nave che affonda: lo si farà, ma ora ‘risali a bordo Angela, cazzo!!’

  8. Piccolapatria scrive:

    #GrazianoP#
    Meglio di così non poteva esser detto!

  9. Massimo (un altro) scrive:

    “Col senno di poi, sarebbe stato meno devastante nazionalizzare le banche dei paesi creditori e lasciare fallire i sovrani più deboli come la Grecia. Ma del senno di poi son pieni i default.”

    Veramente direi con senno di prima: quando alla fine degli anni ’90 saltarono le banche scandinave i governi le lasciarono fallire, poi le nazionalizzarono, le risanarono e successivamente le privatizzarono nuovamente. Un’operaziono molto più pulita di quanto sta accadendo davanti ai nostri occhi.

  10. Alberto89 scrive:

    Leggo sempre con molto interesse quello che scrive Seminerio ma su una cosa proprio non lo capisco (non nel senso che non sono d’accordo con lui, nel senso che proprio non capisco la sua opinione): cosa pensa del debito pubblico? Al netto delle critiche sulle politiche di austerità, su cui si è più volte soffermato, vorrei capire se per lui il mega-debito italiano è un problema o no, e perchè.. oppure messa in un altro modo: il suo “paese ideale” è un paese con tanto, poco o zero debito?.. oppure ancora: per lui il debito è solo un problema economico (“se ce lo possiamo permettere perché no?”) oppure è anche un problema politico (perché più debito vuol dire più stato e a noi lo stato non piace)? Mi scuso per la rozzezza delle domande ma sono un neofita nell’economia e cerco di capirci di più anche grazie a blog come il suo.. se mi vorrà rispondere mi farà un grande piacere

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] le mie basilari competenze economiche mi portano a dare credito ad esempio alle tesi esposte qui; probabilmente nei tempi futuri studieranno la gestione del caso greco come un esempio da manuale […]

  2. […] Cioè rubiamo in tanti, rubiamo ovunque, cogliamo qualunque occasione ci si presenti per, appunto, rubare – denaro ‘pubblico’, cioé privatissimo, essendo il pubblico proprietà di alcun altro, se non il contribuente onesto. Più che deficit di cultura della legalità diffusa – come tragicamente si ostina ancora a definirlo la Corte – parlerei di sostanziale estraneità. Capirai, la relazione dello scorso anno, come quella dell’anno prima e degli anni prima ancora, non sono altro che la reiterazione del medesimo inno alla vergogna, cifra più cifra meno. Inni identici nel portato in-culturale; sempre più allarmanti per le implicazioni economico-stistemiche che dalla strutturalità del fenomeno derivano. La Grecia, tanto per essere espliciti, non è senza prospettive perché le mancano le materie prime (neanche in Irlanda abbondano, eppure). È che l’economia greca, come una indicibilmente elevata parte di quella italiana, gioca sporco e male. […]