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Formidabili quegli anni/11. Il vero ’68 fu il ’69 e ne paghiamo ancora il prezzo

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Le chimere sono belve feroci. Gli uomini si nutrono di chimere; le chimere si nutrono di uominiSebastiano Vassalli

Formidabili quegli anni? Non ne sono convinto, soprattutto perché non sarebbe intellettualmente onesto giudicare un’intera fase storica durata almeno un ventennio (se consideriamo gli antefatti e le conclusioni) prendendo a riferimento un solo capitolo di quella storia – i fatti del 1968 – sia pure entrato a far parte di quell’immaginario collettivo che è sempre a credere alle “chimere” piuttosto che ricercare con fatica la verità.

La nostra storia inizia negli anni sessanta del secolo scorso (sono quelli i veri anni “formidabili”) teatro di un passaggio di grande cambiamento culturale, politico, economico e sociale; e finisce nell’autunno del 1980 davanti ai cancelli della Fiat, dopo 35 giorni di lotta sindacale ad oltranza. In mezzo c’è di tutto: una grande avanzata della classe operaia che aveva preso parte alla ricostruzione del Paese pagando con il sangue, il sudore e la fatica i costi del “miracolo economico”, la svolta a sinistra del quadro politico che diede vita ad un’intensa stagione di riforme, la promozione di moderni diritti civili a coronamento di un forte movimento di emancipazione della donna. Ma quelle vicende trovarono sbocco in un rivendicazionismo sbagliato, in riforme discutibili accompagnate e sostenute da un’inflazione galoppante, nell’azione funesta di un terrorismo capace di mietere quotidianamente le sue vittime, fino a travolgere nella violenza politica una generazione di giovani che in quei comportamenti devastanti pretendeva di testimoniare la propria identità.

Tutto ciò premesso, se volessimo indicare l’epicentro del terremoto di quegli anni, dovremmo evitare i soliti omaggi rituali al “sessantottismo”. L’anno veramente “formidabile”, da noi, è venuto in ritardo. I protagonisti principali non sono stati gli studenti, ma gli operai. Gli studenti furono protagonisti soltanto di un ’68 accorciato e affetto da “mal francese” e di un ’77 che va ricordato come l’anno che aprì la strada al salto di qualità della violenza e del terrorismo. Non a caso nel ’77, tra i tanti episodi significativi,  ebbe luogo, alla Sapienza, la contestazione a Luciano Lama, che segnò il punto di massima separatezza tra il mondo della scuola e quello del lavoro.

Protagonisti dell’”autunno caldo” del 1969, furono i metalmeccanici in lotta per il loro rinnovo contrattuale.  Quella mitica “stagione” non scoppiò all’improvviso; era stata anticipata da annunci, da vicende politiche e sociali che avevano lasciato un segno profondo negli ordinamenti, nei rapporti civili, interpersonali ed umani. Tutto il mondo era stato percorso dal brivido di un’epoca nuova. Dal maggio francese (anzi, parigino) del 1968 era partita un’epidemia in forma acuta che aveva compiuto, in un baleno, il giro del mondo: dai Campus americani della West Coast (dove si erano sviluppati i movimenti di contestazione alla “sporca guerra” del Vietnam), alla Chicago dei duri scontri in occasione della Convenzione del Partito Democratico, fino agli Atenei della compassata Repubblica federale tedesca. Era una febbre violenta, devastante, che aveva creato difficoltà ai governi di mezzo mondo e che aveva lasciato sperare in rivolgimenti politici e sociali ormai a portata di mano.

Studenti ed operai si erano incontrati, ma non erano riusciti a capirsi. Così, dopo che il generale De Gaulle aveva deciso di non mollare e di rispondere – convocando a Parigi una più grande manifestazione nonostante che il Paese fosse paralizzato dallo sciopero generale – con la piazza alla piazza, l’abile premier George Pompidou era riuscito a riportare la normalità nei posti di lavoro, stipulando accordi talmente inverosimili che ancora oggi giacciono inapplicati.

La fiammata era durata poche settimane. Ben presto, in mancanza sia di comburente che di combustibile, si infiacchì prima, poi si spense. La violenza si concentrò, intensa e feroce, in quel breve tempo, a punto di liberare quasi un effetto catartico. Lo scossone era stato avvertito. Nulla, dopo, fu mai più come prima: in famiglia, in fabbrica, nella scuola. Per la rivoluzione, però, si svolsero solo delle prove tecniche. E il maggio ruggente poteva essere archiviato. Nessuno avrebbe immaginato, allora, che il demone della contestazione preparasse un grande rientro su di uno scenario completamente diverso: Oltralpe, nel cuore di quello che allora si chiamava il “triangolo industriale”, i cui lati congiungevano i centri operai di Genova, Torino e Milano, dove si erano concentrati, negli anni precedenti, i processi epocali del  “miracolo economico” italiano.

Una diffusa industrializzazione aveva favorito una forte richiesta di manodopera e provocato una massiccia immigrazione dalle regioni meridionali. L’Italia agricola (la questione agraria era stata al centro del decennio precedente) aveva ceduto il passo all’avvento di una nazione che – solo pochi anni dopo la fine di un tremendo conflitto mondiale – riprendeva posto nel novero dei paesi industrializzati, esponendo trend di crescita  economica e andamenti di finanza pubblica mai più raggiunti negli anni successivi. In quei tempi non erano in auge le grandi inchieste sociologiche, non vi erano network disposti a frugare impietosi nella vita della gente comune. I leader sindacali non erano celebri come ballerine e non ricevevano – come adesso – gli onori resi ai capi di Stato. Eppure, i processi economici di quella fase storica indussero cambiamenti di grande rilevanza, dei quali si è trovata traccia solamente nella poetica cinematografica di un geniale regista come Luchino Visconti (sempre attento a cogliere e a rappresentare le epoche di trapasso da un sistema di valori e di vita ad un altro) e, purtroppo, negli Atti della Commissione parlamentare di indagine sulla condizione dei lavoratori nelle fabbriche, che diede conto di quante “lacrime e sangue” era costata la battaglia per la modernizzazione del Paese e per la sua collocazione nell’ambito dei sistemi di mercato.

L’Italia concludeva, allora, un importante decennio, nutrito di speranze e illusioni. I fantastici anni sessanta erano cominciati con la sollevazione popolare, a Genova, contro il Governo Tambroni: con le cariche dei Carabinieri a cavallo a Porta S. Paolo a Roma e con i manifestanti morti a Reggio Emilia. Poi, la politica italiana aveva svoltato a sinistra, in un clima di forti tensioni e contrasti (si parlò di sferragliare di sciabole) di cui ancora non si conosce tutta la verità. La società aveva intravisto le promesse e le premesse di un benessere diffuso, che poggiava su di una crescita economica sostenuta e su di una tendenziale piena occupazione nelle aree di maggiore sviluppo. Assai più arretrata e controversa era la maturazione delle forze sociali, dei sindacati in particolare, ancora intrisi di quelle matrici ideologiche che ne avevano accompagnato la nascita e le più recenti vicende. E che avevano impresso nel loro dna il marchio di un pluralismo radicato, competitivo e reciprocamente ostile.

Anche il movimento sindacale, tuttavia, aveva respirato la magica atmosfera del decennio. La svolta si era verificata nell’inverno a cavallo tra il 1962 e il 1963: i metalmeccanici (allora si chiamavano più rudemente “metallurgici”) salirono per la prima volta alla ribalta delle relazioni industriali stipulando un rinnovo contrattuale fortemente innovativo. Per cogliere la portata dell’evento è opportuno ricordare che la categoria non era riuscita a conquistare un nuovo contratto nazionale per ben otto anni (dal 1948 al 1956) e che il rinnovo del 1959 era stato un atto di sostanziale routine. Alla fine del 1962, l’Intersind (l’associazione sindacale delle aziende a partecipazione statale, separate ex lege dalla Confindustria allo scopo, appunto, di contribuire alla evoluzione dei rapporti intersindacali) aveva sottoscritto un protocollo sulla struttura  contrattuale,  nel quale, per la prima volta, veniva riconosciuto al sindacato il diritto  alla contrattazione aziendale.

Tale intesa preliminare era divenuta la leva per “passare” anche con la Confindustria e scardinarne l’accanita resistenza (il 9 febbraio del 1963). A pensarci bene, l’assetto prefigurato in quell’accordo, tanto lontano nel tempo, (dal quale ricevette legittimazione il negoziato a livello decentrato, sia pure mediante un sistema di clausole di rinvio dal livello categoriale nazionale), è tuttora in vigore oggi, sebbene con qualche modifica nel frattempo intervenuta. Il compromesso realizzato stava stretto anche al sindacato (più per ragioni di principio che sostanziali), dal momento che il negoziato decentrato era consentito unicamente per le materie indicate in modo espresso. Il diritto a negoziare nell’impresa sulle voci indicate era accompagnato da un patto di tregua (a commento del quale i giuristi sparsero fiumi di inchiostro) su tutte le altre materie nel periodo di vigenza del contratto nazionale. In sede di rinnovo contrattuale del 1966 (una storia travagliata durata un anno e costata decine di ore di sciopero),la Confindustria (la quale trattava direttamente gli affari degli imprenditori metalmeccanici) aveva cercato e ottenuto la propria rivincita.

Poi, nel 1968, il barometro della situazione economica s’era voltato di nuovo al sereno. Ma nessuno immaginava ciò che sarebbe successo pochi mesi dopo, tra settembre e dicembre del 1969. Il vero interrogativo da porre a proposito di quella stagione è un altro: fino a che punto il “glorioso” contratto dei metalmeccanici del1969 ha influito sulla rottura di un equilibrio tra i diversi fattori della produzione, da cui sono derivati i tanti guasti della economia italiana ai quali si sta ancora cercando di porre rimedio?

E’ difficile criticare le rivoluzioni quando esse hanno successo. Non sarebbe intellettualmente onesto – a tanti anni di distanza – continuare a nascondere la verità, solo per carità di “patria sindacale”. Si sono scritti milioni di parole sul significato sociale della “grande marcia” della classe operaia, sugli effetti riparatori e di riscatto da una condizione di “cittadinanza minore”, che il contratto del 1969 seppe promuovere. Rimane il fatto, però, che l’apparato industriale fu in grado di assorbire la batosta unicamente attraverso la fuoriuscita dai vincoli dei mercati internazionali, ricercando la perduta competitività lungo il percorso accidentato della svalutazione e della inflazione. Rotolando così fino ai nostri giorni. Ma questa è storia recente di cui non conosciamo ancora la fine.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi
  8. Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs di Benedetto Della Vedova
  9. Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista di Carmelo Palma
  10. Formidabili quegli anni/10. Un movimento di adolescenti invecchiato male di Pietro Monsurrò

Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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