Le lezioni che l’Italia dovrebbe imparare dal caso del giudice Garzon

– Le recenti cronache spagnole hanno posto alla nostra attenzione la notizia della unanime decisione del Tribunale Supremo di Madrid che ha interdetto il celebre giudice spagnolo Baltasar Garzon per 11 anni dall’esercizio delle sue funzioni, avendolo riconosciuto colpevole di abuso d’ufficio e violazione dei diritti costituzionali per avere intercettato illegalmente, nel 2009, colloqui in carcere tra avvocati e loro assistiti implicati nel caso Gurtel, una presunta rete di uomini coinvolti in episodi di corruzione legati al Partito Popolare spagnolo.

Al di là del clamore della notizia che in Spagna ha fortemente diviso l’opinione pubblica, tra coloro che credono che Baltasar Garzon sia vittima di un linciaggio politico e coloro che invece lo ritengono colpevole di avere costruito una carriera sfruttando abilmente il sensazionalismo mediatico delle sue inchieste, che hanno sempre conquistato le prime pagine dei giornali.

Ma sono altri gli aspetti che hanno suscitato il nostro interesse, anche per alcune assonanze con la nostra realtà.

In primo luogo, la vicenda ci ricorda drammaticamente i rischi che l’abuso (o l’arbitrio) della funzione giurisdizionale, già a partire dalla fase delle indagini, può comportare per la libertà e la dignità degli individui. Al riguardo, colpisce il passaggio della decisione che compara le pratiche illegali di intercettazione attribuite al giudice spagnolo alle peggiori prassi “investigative” degli Stati totalitari.

Questa verità dovrebbe ormai essere patrimonio comune, ma il micidiale intreccio tra politica e giustizia che ha contraddistinto l’ultimo ventennio della nostra storia repubblicana ha in parte contribuito ad offuscarla, facendo spesso presumere che le finalità di giustizia perseguite fossero sufficienti a sanare ogni vizio procedurale, avallando prassi giudiziarie molto discutibili, come l’uso della carcerazione preventiva in funzione di stimolo alla collaborazione.

Invece nella vicenda spagnola non emerge, giustamente, come causa discriminante l’eventuale fondatezza dell’ipotesi accusatoria, in quanto ciò comunque non giustificherebbe in nessun caso la lesione dei diritti dei cittadini illegalmente intercettati.

In secondo luogo, inquieta la disinvolta familiarità che certi magistrati esibiscono nei loro rapporti col mondo politico. Nel caso specifico, è noto che durante il corso delle indagini su esponenti del partito popolare, che già aveva sollevato numerose aspre polemiche, Baltasar Garzon era andato a caccia con l’allora ministro (socialista) della giustizia, poi dimessosi. Dovrebbe essere chiaro che non si mette in discussione il sacrosanto diritto di un uomo alla propria vita privata e alle sue relazioni personali, quanto piuttosto di constatare la palmare violazione di ogni regola deontologica da parte di un magistrato che voglia evitare l’accusa (inevitabile) di uso politico della giustizia, se è vero, come è vero, che non sia sufficiente che egli sia imparziale, ma è anche necessario che lo sembri. E forse la vicenda potrebbe fare riflettere sulla circostanza che l’acquisizione di una ostentata o ricercata notorietà pubblica spesso può essere indice di una potenziale compromissione dell’apparente imparzialità del magistrato.

Infine, la vicenda, come dicevamo, ha riguardato il delicato tema delle intercettazioni. È noto che in Italia la questione è quanto mai problematica e, come più volte scritto, sembrerebbe opportuna l’adozione di una disciplina che realizzi un maggiore equilibrio tra il diritto alla inviolabilità e segretezza delle proprie comunicazioni e l’esigenza, anch’essa di rango costituzionale, di perseguire e reprimere i reati.

Premesso ciò, si ritiene utile notare che qualsiasi disciplina normativa sul tema necessita dell’intermediazione positiva della magistratura, che deve avvertire l’obbligo imperativo di salvaguardare i diritti fondamentali dei cittadini contro gli abusi degli inquirenti, soprattutto se magistrati.

In definitiva, dalla vicenda spagnola giunge la lezione che la difesa del sacro principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura richieda una giurisdizione domestica in campo disciplinare giustamente rigorosa.

Ecco perché a fianco delle necessarie riforme legislative per migliorare il complessivo servizio Giustizia, è necessario che maturi nella magistratura la consapevolezza di dovere coniugare la tutela delle proprie prerogative e della loro autonomia disciplinare con la garanzia della più severa osservanza dei propri doveri a parte dei suoi membri nell’interesse della comunità.

Ciò magari non solo limitatamente alle singole vicende disciplinari o durante il momento valutativo del giudice (la carriera di un magistrato italiano è oggetto di sette diverse valutazioni di professionalità quadriennali, che, in via di principio, dovrebbero consentire il riconoscimento del merito individuale soprattutto con riferimento all’attribuzione degli incarichi dirigenziali e anche il “licenziamento” di coloro che presentino gravi lacune professionali), ma anche, e soprattutto, nella collaborazione istituzionale per una legislazione più seria e civile, ossia che non avendo intenti punitivi voglia contribuire a migliorare il servizio anche con la maggiore responsabilizzazione dei suoi attori principali.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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