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Formidabili quegli anni/10. Un movimento di adolescenti invecchiato male

Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Io negli anni ’70 c’ero ed ero molto impegnato, ad imparare a gattonare: sono arrivato tardi per il resto. Per fortuna, perché in quell’atmosfera sarei finito male.

Che gli anni ’70 siano stati l’inizio dei mali economici italiani è facile da dimostrare: il debito pubblico, l’inflazione, la spesa pubblica, la pressione fiscale, le pensioni retributive, la disoccupazione di massa e in definitiva la stagnazione economica e la crisi finanziaria sono le conseguenze di politiche nate in quegli anni, quando per mantenere la pace sociale fu necessario trasformare lo Stato in Babbo Natale.

Il ’68 è stato un movimento di massa, e “gioventù” è l’area semantica chiave per capire tali movimenti, come comunismo e fascismo pochi decenni prima, anche se “Giovinezza” non si cantava più.

Gli adolescenti sono poco capaci di controllare le emozioni, e hanno bisogno di conformismo (o di anticonformismo, un conformismo che nasce per negazione), di “fare gruppo”, di “credere in qualcosa”: vogliono cambiare il mondo, ma non vogliono, o non possono, capirlo. Gli adolescenti sono però anche infinitamente adattabili: sono l’unico gruppo sociale che può vivere in momenti di forte incertezza senza farsi prendere dal panico. I giovani non “tengono famiglia”.

Gli esseri umani hanno avuto speranze di vita di meno di quarant’anni per gran parte della storia: una società di vecchi non è mai esistita prima di oggi. E le enormi difficoltà che abbiamo nel riformare anche solo le storture più irrilevanti della nostra società testimonia quanto ciò possa essere un fattore importante nel nostro paludamento morale e istituzionale.

Ma come è fatta una società di adolescenti? Le persone in cerca di un’identità, o di una fede, cadono di norma vittima di santoni o di fanatici: un tale movimento è per sua natura gregario, settario, intollerante, fideistico. Robert Nisbet diceva «se credi in questo puoi credere in tutto, anche a Wilhelm Reich», il teorico della rivoluzione sessuale: oppure agli alieni, alla spiritualità orientale, addirittura al comunismo.

Un movimento di adolescenti è poi intrinsecamente collettivista e totalitario. E quindi attira capipopolo, perché se le cose vanno bene si finisce al vertice delle istituzioni, o perlomeno in qualche importante redazione. Tutti i leader sognano di governare armenti di pecore umane, e i movimenti di massa sono lo strumento principe per realizzare l’abilità, secondo Glucksmann peculiare agli esseri umani, di rendersi stupidi. Un movimento di massa è intriso di volontà di potenza, perché per cambiare il mondo alla radice bisogna essere Dio.

Il problema del costruire il mondo nuovo è che poi questo deve funzionare: e nei rari casi in cui ciò è possibile nonostante le irrealistiche speranze della “rivoluzione”, la manutenzione di un sistema sociale è noiosa. I movimenti di massa non riescono di norma a diventare adulti, e comunque invecchiano male.

Rimossi i vincoli al Leviatano, nella speranza che ciò avrebbe creato il mondo nuovo, si è presto scoperto di aver creato una società dove tutti cercano di usare la coercizione pubblica per i propri scopi privati. Gli uomini sono spesso mediocri e meschini: un sistema sociale basato su una diversa antropologia non può funzionare a lungo. E, se funziona, è solo nei brevi momenti di puro attivismo, quando gli individui si dimenticano di essere tali, ubriachi di identità collettiva. Alla “normalizzazione” segue immediatamente il marciume.

Io ho spesso pensato che un movimento di massa, di ispirazione liberale, sia l’unica speranza per risolvere il problema dell’eteronomia delle società moderne dalla politica: ho sognato milioni di persone chiedere all’unisono di essere lasciate in pace e lasciare i politici a giocare a Risiko e Monopoli. Eppure l’individualista che è in me non apprezzerebbe un tale sviluppo, come quando lo scorgo in certo libertarismo.

Qualunque riforma seria richiede sacrifici, e lo spirito di sacrificio è quasi un’esclusiva dei movimenti di massa, anche se ci sono iperindividualistiche eccezioni come il pilota della RAF Richard Hillary. Un tale spirito è però più spesso sfruttato da santoni e da capipopolo come strumento di potere che non impiegato a fin di bene, e per questo è inverosimile che possa servire per finalità liberali.

Una società per funzionare bene deve essere noiosa. Noi siamo diventati noiosi senza avere una società funzionante, e dovremo svegliarci dal sonno della moderazione per uscire dall’ormai pluridecennale declino. Ma quasi ogni volta che il vaso di Pandora dell’idealismo adolescenziale è stato scoperchiato, il mondo si è svegliato più brutto di come era.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi
  8. Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs di Benedetto Della Vedova
  9. Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista di Carmelo Palma

Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

4 Responses to “Formidabili quegli anni/10. Un movimento di adolescenti invecchiato male”

  1. step scrive:

    Complimenti per l’articolo. Questo e quello di Lottieri sono i soli che condivido, tra tutti gli altri dedicati a “quegli anni”. Molto bello quando si parla di impossibilità di trovare soluzioni nei movimenti di massa; e bello anche quando si fa notare il conformismo collegato a certe “esperienze”.

    Premesso che io sono un libertario realista che come metodo usa anche Carl Schmitt (per cui non posso esimermi dal ricordare che la politica è conflitto, e che pertanto è la forza ad avere l’ultima parola, quindi in casi estremi è il gruppo che emerge), c’è da dire che in quegli anni l’adattamento e il conformismo la facevano da padroni. La sudditanza verso l’esterno era anche psicologica, e per l’IO, diciamo per il mondo interiore, questo costituiva una grave patologia, della quale paghiamo ancora oggi le conseguenze. L’IO veniva svalutato a favore di tutto quello che esprimeva l’esterno, il gruppo, la comunità, per una malintesa forma di altruismo.

    Penso che non ci sia stato frangente storico peggiore di quello degli anni ’70, dal punto di vista di una sana ricerca di un benessere naturale individuale. L’inchino ossequioso del singolo verso questa ondata idealista-egualitarista fu tale che la maggior parte delle persone non se ne rese neanche conto. Tutti impegnati a fare l’apologia di sistemi totalitari (rossi, neri o religiosi che fossero). L’unica cosa positiva, una certa ribellione verso l’autoritarismo, rimase in nuce, subito devitalizzata e strumentalizzata da una certa cultura.

    Ero un ragazzino ma ricordo bene quegli anni, e sinceramente non li rimpiango. E non capisco come si possa rimpiangerli. Probabilmente qualcuno della sinistra (e qualcuno che le spara grosse di FLI) cerca in modo subdolo di creare una dicotomia tra “impegnati” e “disimpegnati”, rivalutando cose e personaggi di quegli anni. Ovviamente gli “impegnati” sono coloro che fanno questi schemini morali, e magari gli altri sono berlusconiani gaudenti. Beh, direi che la cosa si giudica da sola…

  2. Pietro M. scrive:

    Già, a quelli che si vantano dell’impegno che avevano negli anni ’60 e ’70 rispetto al disimpegno attuale bisogna dire soltanto una cosa: che l’Italietta mediocre e politicizzata, in declino e asservita, l’hanno creata loro. L’Italia l’hanno costruita negli anni ’40 e ’50, gli altri hanno soltanto mangiato e fatto predicozzi. Invece di fare lezioni dovrebbero vergognarsi.

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