Ambizione posto fisso, prospettiva schiavitù

- “Tutte le volte che ho cambiato paese, e di conseguenza lavoro, l’ho fatto per imparare qualcosa in più, per poter fare qualcosa di diverso, poter lavorare in posti migliori. Quando sei giovane hai voglia di imparare tutto e subito, quindi non puoi permetterti di rimanere a lungo nello stesso posto.” Luca, trentenne pugliese, professione chef. Così spiega al Corriere cosa non è il posto fisso.


L’ambizione di realizzare il proprio potenziale, quindi crescere professionalmente, lavorare in posti migliori, guadagnare di più sono le ragioni per cui uno come Luca, finiti gli studi, quindi all’inizio – non a compimento – del proprio percorso di apprendimento professionale, ha cambiato lavori e paesi, cogliendo opportunità, investendo su competenze (linguistiche, culturali) e conoscenze (professionali). Luca rappresenta solo una infinitesima minoranza – il 4%  – dei nostri più giovani concittadini. Due terzi dei quali, compiuti gli studi, perseguono invece l’obiettivo posto fisso. Ovvero la sicurezza dello stipendio garantito – anche basso, ma garantito. Meglio un lavoro che non piace, ma senza data di scadenza. Meglio una carriera già scritta, ma garantita per default dall’anzianità acquisita, piuttosto che un’ascesa verso obiettivi possibili ma certo non sicuri e, soprattutto, tutti da costruire.

La statistica non è nuova e – ci spiega Mannheimer - non è influenzata, se non in maniera marginale, dalla crisi. D’altronde, la crisi dovrebbe innescare semmai processi di elaborazione adattativa dell’animale-uomo orientati in senso opposto alla rigidità: pianificare la vita ispirandosi a modelli stanziali è contro-intuitiva per chi in realtà è permeato dalla mobilità in ogni dimensione della propria contingenza. Abbiamo il globo a portata di clic, viviamo nella dilatazione spazio-temporale tele-comunicativa, ci spostiamo ovunque a pochi euro, e lo facciamo assai più spesso di quanto non potessero fare i nostri avi, eppure è la fissità del posto – non la stabilità del lavoro – che agogniamo. Ma viviamo in Italia: dove, se sei troppo bravo ti cassano. E se non conosci il reclutatore, non ti fanno neppure un colloquio.

È dunque socio-antropologico – non economico-contingentale – il fattore che determina l’assunzione della fissità professionale a valore. Se avessimo un welfare universale; se, cioè, perduto un lavoro, potessimo contare su un sostegno economico e su servizi efficaci alla ri-collocazione, ebbene saremmo ancora così plebiscitariamente favorevoli all’opzione ‘posto a vita’? Lo saremmo – così plebiscitariamente – anche a 20 o 30 anni, quando cioé le ambizioni si fanno progetti, e i progetti possibilità? Probabilmente – siamo costretti a dedurne – sì: lo saremmo comunque.

È, la nostra, una prospettiva depressiva, una vocazione connaturata alla medietà: alla mediocrità come valore e, ad un tempo, parametro al quale tarare le nostre ambizioni. È, la nostra, una rinuncia aprioristica a farci, attraverso il lavoro, agenti della nostra esistenza, non solo professionale. Il lavoro preferiamo subirlo piuttosto che agirlo, e in fondo così è anche per il ruolo passivo che assumiamo nella comunità sociale: la politica sono gli altri, mai noi.

Ho un amico inglese arrivato in Italia 20 anni fa. Trova lavoro come lettore all’Università. Poi conosce quella che diventerà sua moglie. Mettono su famiglia, lei non si vuole spostare e restano in Italia. Adesso, con i figli adolescenti, capiscono che l’Inghilterra potrebbe offrire alla prole studi migliori, un futuro migliore. Lui si mette quindi a cercare lavoro lì. Manda Cv, fa colloqui. Ma non c’è college o scuola disposta ad offrirgli una chance. Uno che per ventanni è rimasto sempre nello stesso posto, senza mai mettersi in gioco, senza mai dar prova di credere nel proprio talento, senza mai misurarsi con realtà diverse; ebbene, uno come lui, per i reclutatori di accademie ed istituti scolastici britannici, è professionalmente out. Ai discenti va insegnato l’impegno, il sacrificio: va spiegato che nulla è dovuto. Come può, uno che i suoi primi decenni di attività – quelli più laburisticamente prolifici – li ha trascorsi ripetendo sempre le medesime attività, senza subire lo stress della valutazione, senza mai sottoporsi alla sfida del cambiamento; come può, uno così, trasferire agli allievi input cognitivi intellettualmente edificanti?

Ecco, l’aspetto disfunzionale del ‘posto fisso’ sta tutta qui. Non è la legittima aspirazione alla stabilità economica (ché quella, oltretutto, non te la dà certo il contratto a tempo indeterminato, visto che se un’azienda chiude, o ti licenzia, il tuo posto, semplicemente, non c’è più) che è normale perseguire – e che anzi sarebbe sano ricercare sin dal compimento della maggiore età; non è neanche la naturale inclinazione alla riduzione del rischio – propensione anagraficamente indotta – che si matura cioè con l’età, ovvero dopo, non prima, aver compiuto la fase di investimento su di sé. La natura disfunzionale dell’ambizione giovanile al posto fisso sta nella negazione del ‘dovere agire’, nell’assunzione, al contrario, del ‘diritto ad essere’. Proto-thatcheriana, come formulazione, ma – mi sia concesso – amaramente onesta.

Ci stiamo costruendo una radiosa prospettiva di subordinazione; ci stiamo candidando a fare i dipendenti dei cinesi. E, a dispetto delle filosoficamente, oltre che economicamente, aleatorie obiezioni tremontiane, ho come il sospetto, che ce lo meritiamo.

Twitter: @kuliscioff

p.s.
Ho conosciuto Piercamillo Falasca, e dunque incontrato Libertiamo, attraverso il gruppo Facebook ‘Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare’. Era il 2008, e la crisi era già. Non eravamo allora, e non siamo ora, un consesso di fighetti. Non avevamo allora, e non abbiamo tuttora, posizioni privilegiate. Lo facevamo allora, e continuiamo a farlo ora: metterci in gioco, sempre, professionalmente e culturalmente. Ed abbiamo come la sensazione di guadagnare, anche quando perdiamo. Ché abbiamo tutti perso battaglie – personali, politiche ed ancor più platealmente culturali. Ma non le abbiamo subìte: le abbiamo volute. E volere è potere. Anche in Italia.

 


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Ambizione posto fisso, prospettiva schiavitù”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Brava!

  2. Piccolapatria scrive:

    Analisi ampiamente condivisibile, ma…Volere è potere, è un proverbio stantio e ingannevole; come dire che se ci metti tanta forza di volontà puoi perfino diventare re…; fa credere che basta la volontà per ottenere quello che ci si prefigge di raggiungere; pochi, pochissimi conseguono nella vita anche solo in parte le loro sacrosante aspirazioni e/o ambizioni; purtroppo no, non basta essere dotati e avere tanta vigorosa determinazione se ben altre dinamiche e opportunità mancano e/o non sono disponibili , ovvero se sono privilegio di alcuni di solito nati bene e cresciuti altrettanto.
    L’esperienza mi suggerisce che, oggi più di prima, “avere è potere”.
    Gli altri si arrangino, questo è il messaggio chiaro e forte che i giovani di adesso devono raccogliere e darsi una mossa di conseguenza senza illudersi che un mago gli prepari il paradiso terreno garantito a vita. Grazie per l’ospitalità.

  3. Gregor scrive:

    Bravissima! Come non condividere.
    A me fa paura la prospettiva di un posto fisso, conosco persone brillanti che si sono appiattite su lavori impiegatizi statali, nonostante lauree a pieni voti, perdendo parte del loro smalto. Certo, chi ha la certezza di un reddito fisso per certi versi è più sereno, ma il prezzo da pagare spesso è un affievolimento del proprio potenziale.

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