Un popolo, una storia, vittime di folli nazionalismi

di DIEGO MENEGON

– Cascava lagrime de sangue
sui martei che bateva
ciodi per sprangar
casse
porte
e finestre
e iera come veder de novo
Gesù Cristo
sensa pena né colpa
e meterlo de novo in crose.

Ester Sardoz Barlessi, nata a Pola nel 1936

Ieri si è celebrato il giorno del ricordo. Il ricordo di trentamila vittime delle foibe in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, ma anche il ricordo di trecentocinquantamila persone costrette dalle circostanze a lasciare le terre dei propri avi, le case che si specchiano sull’altra sponda dell’Adriatico.

Dopo l’8 settembre 1943, le popolazioni dalmate, istriane e venetogiuliane soffrirono il logorio di una guerra che intrecciava assieme questioni etniche e politiche. La guerra di liberazione dal nazifascismo fu pretesto per i partigiani comunisti, titini e italiani, di portare il conflitto su un piano politico, vendicando le violenze fasciste ma spingendosi oltre, fino ad opprimere i civili e mettere da parte le formazioni partigiane non votate alla rivoluzione socialista.
Ma anche molti partigiani comunisti e socialisti italiani finirono inghiottiti nei monti carsici, seppelliti dai compagni jugoslavi, per i quali la guerra era ancor più un pretesto per dispiegare azioni di pulizia etnica che avrebbero cambiato il volto civile delle terre marciane d’oltremare. I venetogiuliani, gli istriani e i dalmati rappresentavano la maggioranza della popolazione dei grandi centri, come le città di Zara, Fiume, Pola, Rovigno, Parenzo e Pola.

Nel 1991 Milon Gilas, in quegli anni al fianco di Tito rilasciava un’intervista in cui dichiara: “Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere“. Ma non era vero? “Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto“.

Una presenza radicata e scomoda, vista come straniera dall’entroterra agricolo, più arretrato, popolato in prevalenza da slavi, sloveni o croati. Le violenze e i tentativi di italianizzazione forzata operata a Fiume e in Istria da Mussolini negli anni 30 avevano fomentato l’odio antiitaliano. Per quanto la più parte di questi “cittadini stranieri” fossero operai, manovali o piccoli artigiani e commercianti, motivi di rivalsa di ordine economico alimentavano il livore nazionalista che Tito era abile a cavalcare. Gli eccessi del fascismo, il nazionalismo slavo e il comunismo sono le tre forme di collettivismo che hanno condannato una comunità, centinaia di migliaia di persone, a perdere la libertà e secoli di storia.

Anche dopo la fine della guerra, soprusi furono perpetrati sui veneto-giuliani, gli istriani e i dalmati finiti sotto l’occupazione titina. Le prime fughe dalla Dalmazia risalgono addirittura all’autunno 1943 e interessavano Zara, bombardata dagli alleati. Man mano che i partigiani di Tito salivano la costa e occupavano i centri, una buona parte dei Dalmati e degli Istriani che vivevano la regione se ne partiva. Fatta esperienza dei metodi di occupazione del regime jugoslavo e persa la speranza di vivere in un paese in cui essere italiani non era motivo di discriminazione, l’esodo si fece più massiccio. Tra il febbraio e il marzo 1947, la nave Toscana salpava 10 volte da Pola alla volta di Venezia e Ancona, trasportando 16800 profughi da una sponda all’altra dell’Adriatico. Nel 1954, quando il Memorandum di Londra assegnava la Zona B di Trieste alla Jugoslavia, si consumò l’ultimo grande esodo dalle terre dove fino alla fine fu coltivata qualche speranza; ad esso seguirono altre fughe dal regime fino al 1960.

Il nazionalismo ha spinto 350 mila veneti, giuliani, istriani e dalmati a lasciare la propria terra, condannati per di più al silenzio, ad esser scambiati per coloni fascisti mandati in terra straniera. Togliatti aveva cercato di dissuadere le autorità alleate e italiane dal resistere alle bande di Tito. La DC temeva che, se la questione dell’esodo istro-dalmata fosse stata sollevata, ciò avrebbe turbato i delicati equilibri interni ed internazionali. Spesso hanno dovuto subire le umiliazioni di quanti li consideravano briganti neri e fascisti.

Istriani e Dalmati sopravvissuti alle persecuzioni lasciavano i luoghi della loro infanzia, che mai avrebbero rivisto, le case dei loro padri, prontamente assegnate dal regime ai suoi fedelissimi, i campielli presidiati da leoni di San Marco scolpiti sul marmo e i loro porti, dove si addestravano i marinai della Serenissima e le galere scaricavano le spezie dell’oriente. Oggi Dalmati, Istriani e Venetogiuliani rappresentano una minoranza in Slovenia e in Croazia, ma hanno saputo mantenere la loro cultura, le loro fiabe, la loro parlata, ancora simile ai dialetti veneti e triestino.

Dedicherei un giorno di ricordo anche ai 2000 operai monfalconesi che, spinti dalla crisi occupazionale del dopoguerra e attratti dal sol dell’avvenire, nel 1947 facevano un percorso inverso a quello scelto dagli esuli. Trovarono dapprincipio buona accoglienza presso i loro compagni jugoslavi, che ammiravano le loro competenze tecniche e coglievano il valore aggiunto che davano alla propaganda di regime. L’idillio però durò poco: la loro identità italiana e ancor più il velleitario desiderio di partecipare alla vita politica del paese li portarono all’emarginazione. Il dissenso verso il governo di Tito da loro manifestato ingenuamente a seguito del Cominform del giugno 1948, costò loro un biglietto, spesso di sola andata, per Goli Otok (l’Isola calva) e altri campi di lavoro, dove venivano accolti, questa volta a bastonate, dagli altri prigionieri costretti a picchiare i nuovi arrivati per non essere a loro volta picchiati.

Ricordare la tragica vicenda di questi monfalconesi, illusi e vittime del collettivismo comunista e nazionalista, potrebbe aiutare anche a superare lo stolto gioco di chi, dall’estrema destra all’estrema sinistra, pretende di dare un’etichetta politica alla questione delle foibe e dell’esodo. Ciò che va ricordato, al di là delle appartenenze politiche, è il dramma di una comunità, di migliaia di persone che dopo aver costruito le case che abitavano, le strade che attraversavano, le piazze che frequentavano, hanno dovuto lasciare tutto, anche le relazioni personali che legavano gli uni agli altri, per la follia e la violenza di ideologie collettivistiche.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Un popolo, una storia, vittime di folli nazionalismi”

  1. Paolo scrive:

    Ottimo nella stesura e nell’intento.
    Piccola nota: io correggerei “Gli eccessi del fascismo, il nazionalismo slavo e il comunismo…” con “Il fascismo, il nazionalismo slavo e il comunismo…”: mica lo vorrei il fascismo “senza eccessi”!

  2. istriaitaliana scrive:

    Il regime di Tito viene ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità come:

    1)massacro di Bleiburg e le stragi sommarie di circa 12.000 ex miliziani anticomunisti sloveni (domobranci) nel giugno 1945;
    2)le persecuzioni anti-italiane e i massacri delle foibe definiti dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano come pulizia etnica nelle regioni a ridosso del confine italo-jugoslavo che causarono la tragedia dell’esodo giuliano dalmata. Questi ultimi massacri si verificarono poco dopo la fine della guerra e si cercarono di spiegare come vendetta dei partigiani contro i fascisti, ma nella realtà furono attuate contro tutti coloro che rappresentavano o potevano rappresentare, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, lo Stato italiano in quelle terre (Istria e Trieste) che il nuovo regime comunista jugoslavo rivendicava apertamente. A conferma di un’autentica campagna d’intimidazione contro gli italiani, vi sono anche le affermazioni di Milovan Gilas, vice capo del governo e segretario della Lega dei Comunisti di Jugoslavia che, in un’intervista rilasciata a Panorama il 21 luglio 1991, ammetteva senza giri di parole: “Ricordo che io e Kardelj (dirigente del partito comunista sloveno, ndr) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via, con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto.”;
    3)pulizia etnica contro cittadini di etnìa tedesca;
    4)massacro di Bačka ossia pulizia etnica contro cittadini di etnia ungherese e tedesca nonché pulizia politica contro serbi anticomunisti;
    5)i soprusi e le uccisioni perpetrati tra il 1945 e 1955 in vari campi di concentramento (quali Teharje in Slovenia e Goli Otok in Croazia) contro oppositori politici.
    Sui muri di qualche palazzo di Belgrado c’è la scritta: “Tito ritorna, ti perdoniamo tutto”.

    Per quanto concerne Goli Otok, consiglio vivamente di leggere il libro “La Gatta di Varsavia” di Slavenka Drakulic, in particolar modo il capitolo riguardante il regime di Tito narrato dal punto di vista del suo pappagallo Koki. Sconfortanti i paragrafi che descrivevano il lusso più sfrenato in cui viveva questo criminale, mentre italiani come questi monfalconesi subivano una sorte ben diversa.
    Nota a margine: nel 1925, all’età di 33 anni, Tito si sposta a Porto Re (Kraljevica, a sud di Fiume, all’epoca sede di un importante cantiere navale). Viene eletto rappresentante sindacale e l’anno successivo guida uno sciopero. Si sposta infine a Zagabria, dove è nominato segretario del sindacato croato dei lavoratori metalmeccanici.
    Come si cambia, caro (si fa per dire) Maresciallo…

  3. istriaitaliana scrive:

    L’esistenza terrena è una prova. La vostra è terra d’esilio. (G. Mazzini)

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