Non sopravvalutiamo la Scuola, oggi quel che serve è la formazione continua

– Parlare di riforma del modello di formazione nel nostro paese è sempre sconsigliabile. Il rischio è quello di trovarsi contro un fuoco di sbarramento, non appena ci si accinge anche solamente a sfiorare i dogmi laici rappresentati dalla Scuola e dall’Università pubbliche.
Voti, lezioni, libretti delle giustificazioni, assemblee, ricreazioni, aule studio, e certificati vari ci piacciono così tanto che non pochi giovani restano studenti fino alla soglia dei trent’anni e possono destare scandalo parole come quelle recenti del sottosegretario Michel Martone secondo cui è meglio scegliere una scuola professionale a 16 anni piuttosto che inseguire ancora la laurea a 28.
E’ chiaro che l’Istruzione come la conosciamo in Italia ha tanti stakeholders e tanti fattori che giocano a suo favore.
C’è lo spirito di corpo dei docenti che attraverso la salvaguardia del modello di istruzione “as it is” difendono innanzitutto la propria sopravvivenza, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto come blocco culturale.
C’è la politica che trae vantaggio dell’intrinseca sudditanza di un sistema scolastico ed universitario che allo Stato deve tutto e che conseguentemente sarà portato a promuovere statalismo e conformismo intellettuale.
C’è la mentalità innatamente classista del nostro paese che consacra il “titolo di studio” (anche se svuotato di competenze effettive e prospettive professionali) come elemento di discrimine sociale.

In realtà la visione ideologica e cristallizzata della Scuola e dell’Università comincia a mostrare alcune crepe, nel momento in cui queste istituzioni si confrontano con i mutamenti sociologici, culturali e tecnologici.
Del resto oggi viviamo in un’ Italia in cui il livello culturale delle famiglie è molto superiore rispetto ad una o due generazioni fa ed in cui internet ed i voli low-cost rendono l’accesso alla cultura, all’informazione ed al mondo stesso facili ed economici come mai lo sono stati in passato.
In questo contesto, a dispetto delle pretese “totalizzanti” del percorso di educazione formale, è ormai evidente che esso non rappresenta l’unico strumento di trasmissione della conoscenza e che per molti ragazzi non è già più neppure il principale.

Per di più in questo momento storico ci stiamo confrontando con un altro fattore di novità che non è stato ancora sufficientemente valutato nelle sue implicazioni, ma che invece dovrebbe farci riflettere sulla graduale obsolescenza del tradizione modello di formazione. Si tratta dell’allungamento della carriera lavorativa, conseguente all’innalzamento dell’età pensionabile.

Una persona che oggi termini gli studi con una laurea a 24 anni andrà probabilmente in pensione nel 2058. Possiamo davvero pensare che gli sarà sufficiente quanto ha imparato nell’età della scuola e dell’università?
Certamente no. Anzi, è ragionevole pensare che in un percorso lavorativo così lungo sarà molto più importante quello che riuscirà ad acquisire durante l’arco della propria carriera ed è forse su questo aspetto che bisognerebbe cominciare a focalizzarsi.

Se si smette di apprendere quando si riceve il pezzo di carta, che cosa succedere il giorno in cui – dopo qualche anno fortunato – si dovesse perdere il lavoro e ci si ritrovasse a dover spedire curricula? Non è difficile prevedere che nei prossimi anni l’occupabilità degli over 50 ed in parte anche degli over 40 è destinata a divenire una questione sociale di importanza fondamentale per il paese. E’ forse il momento di chiedersi se sia giusto che, quando si parla di formazione, l’attenzione generale – inclusa l’attenzione politica – sia rivolta in modo pressoché esclusivo alla “produzione” di diplomati e laureati. Oppure se sia invece giunto il momento di un cambiamento di paradigma.

Non possiamo più permetterci una separazione netta tra la parte della vita che si dedica allo studio e la parte della vita che si dedica al lavoro, tra la parte della vita in cui si impara e la parte della vita in cui si applica quello che si è imparato.
Le esigenze di oggi richiedono invece che la gente abbia la capacità di acquisire conoscenza per tutta la propria carriera ed in questo senso il contributo migliore che può fornire la Scuola non è quello di perseguire velleità salvifiche o enciclopediche, bensì quello di concentrarsi su pochi obiettivi concreti – primo tra tutti quello di insegnare ad imparare; di stimolare quella curiosità intellettuale che consentirà di cogliere le tante diverse possibilità di “crescita” che il mondo può offrire.

E’ un dato di fatto, tuttavia, che continuare a studiare ed imparare per molti lavoratori è considerato un lusso. C’è di più, nell’Italia del “posto fisso”, più ancora che un “lusso”, è stato considerato finora qualcosa di superfluo.
Ma la fisionomia del mondo del lavoro – come sappiamo – sta cambiando e quello che finora è stato considerato superfluo potrebbe divenire indispensabile.
Resta la questione del “costo” per gli adulti, in termini di tempo e di soldi, ed in questo senso forse sarebbe il caso che il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e del welfare non fosse scorrelato da quello su un nuovo, diverso, modello di “società della conoscenza”.

E allora proviamo a concepire l’inconcepibile. Cosa succederebbe se operassimo un riequilibrio per lo meno parziale delle risorse dedicate all’istruzione ed alla formazione in funzione delle fasce di età?
Cosa succederebbe – tanto per fare un esempio – se fatte 100 le risorse che oggi spendiamo per alunni e studenti dai 6 ai 25 anni, 20 fossero dirottate in favore della popolazione “adulta” per favorire percorsi di lifelong learning? Corsi di aggiornamento professionale, corsi di lingue, persino career breaks?
Meglio sarebbe se ciò avvenisse non attraverso programmi pianificati, ma al contrario assecondando ed agevolando iniziative personali del lavoratore, ad esempio sotto la forma di deduzioni fiscali o di compartecipazione alle spese – in questo modo premiando l’intraprendenza individuale e la disponibilità a mettersi in gioco.

Insomma serve abbandonare l’equazione “Istruzione uguale Scuola”. La Scuola è e resterà un istituto importante, ma è indispensabile ricondurla ad una dimensione più pragmatica, riconoscendo che in una società così complessa e così mutevole serve anche altro. Come la “formazione continua”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Non sopravvalutiamo la Scuola, oggi quel che serve è la formazione continua”

  1. Vincenzo scrive:

    Concordo pienamente con quanto scritto.
    Ci si illude spesso che le conoscenze che si sono acquisite fino a quel momento siano sufficienti a garantire una carriera lavorativa di 40 anni, e questo a tutti i livelli, dai più bassi ai più alti.
    Poteva essere vero ancora 50 anni fa, quando i cambiamenti tecnologici erano lenti, ma oggi questa cosa sicuramente non è più vera.
    Posso assicurare che incontro ingegneri (parlo di ingegneri perché lo sono anche io) che non sanno prepararsi un grafico con Excel, che si sono dimenticati l’ABC (cosa è una derivata e cosa un integrale).
    E poi ci si meraviglia che le aziende mettano fuori i 40-50enni per fare posto a persone più giovani? Almeno quelli sono freschi di studio.
    E non si può stare a dire che è responsabilità delle aziende fare formazione. La formazione è un fatto personale che arricchisce per prima la persona che la fa. Io lavoro in una multinazionale americana, dove quindi una buona conoscenza della lingua inglese è fondamentale. Ci sono moltissimi miei colleghi che non sentono affatto la necessità di migliorare il loro rudimentalissimo inglese scolastico che non consente loro di comunicare appropriatamente con i colleghi, di capire la documentazione che, per ovvie ragioni, è scritta in inglese (potrebbe mai l’azienda mettersi a tradurre tutto in 80 lingue diverse? io da solo ho a che fare quotidianamente con colleghi turchi, greci, bulgari, rumeni, ungheresi, croati, cechi, polacchi, ucraini e russi, nonché francesi, belgi, olandesi, inglesi e ovviamente italiani e americani, occasionalmente qualche spagnolo o brasiliano e pure un paio di cinesi). Preciso che non sono un dirigente ma un normalissimo impiegato così come i colleghi con cui mi relaziono.
    L’azienda è disponibilissima a pagare il corso di inglese (a me lo pagò) purché venga fatto fuori dall’orario di lavoro, io andavo ai corsi alle sei del pomeriggio o il sabato mattina. Ma pochi sono disponibili a farlo.
    La crisi è nelle persone, prima di tutto

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