di SIMONA BONFANTE – È interesse degli Stati Uniti un’Italia produttiva, attrattiva per il business, fiduciosa di sé e del proprio futuro. È interesse degli Stati Uniti un’Italia politicamente pesante sul piano globale, che sia più soluzione che problema, più guida che traino – su quella frontiera così foriera di trasformazioni, comunque positive, che è il Mediterraneo, ad esempio.

È interesse degli Stati Uniti che l’alleato – sempre amico sebbene così refrattario a liberarsi della propria simpatica ma non sempre convenient ancellarità – irrobustisca la propria reputazione, rinunci allo status di riserva per farsi titolare – di opportunità economiche, di iniziative politiche. È interesse degli Stati Uniti che l’Italia si faccia protagonista del rilancio europeo. L’interesse degli Stati Uniti è l’interesse dell’Europa ed è l’interesse dell’Italia. E non è presunzione: ma il nostro paese, nel perseguimento di quell’interesse, è attrezzata per ritagliarsi un ruolo cruciale.

Washington punta su Monti, per salvare l’Italia ovvero ridare vita all’Europa. Lo aveva argomentato già qualche giorno fa, con esemplare quanto inedita chiarezza, l’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, quanto gli Stati Uniti credano alla Monti’s vision per la liberazione dell’Italia dai suoi ormai insostenibili – economicamente e politicamente – fardelli strutturali, e quanto confidino nel Monti’s sense of policymaking, dunque nella capacità di tradurre obiettivi teorici – modernizzazione, liberalizzazioni, semplificazioni burocratiche, austerità – in atti concreti, tempestivi, solidamente strutturali.

Può quest’uomo salvare l’Europa? Se lo chiede il Time che a Monti dedica la copertina delle edizioni sud-pacifica, europea ed asiatica. Ed Asia vuol dire Cina, Hong Kong…: paesi (e mercati) che un ruolo nell’uscita dalla crisi europea ce l’hanno.  Sul Time online, invece, è Monti stesso a parlare: di riforme in Italia ed Europa. E la tesi non è inedita: austerità come terapia emergenziale, crescita come profilassi salvifica.

L’intervento di Monti al Peterson Institute for International Economics, giovedì sera, è stato salutato da una standing ovation e dal tributo del direttore del think tank – il più vicino alla Casa Bianca – al nostro ‘Super Mario’. Lo riferisce Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa, nella diretta twitter dal primo appuntamento ufficiale della due giorni americana del Presidente del Consiglio italiano. E se proprio a Molinari Obama ha spiegato i temi in agenda nel bilaterale svoltosi ieri nello Studio Ovale – la strategy policy per la nuova Nato, l’Afghanistan e la politica mediterranea – per l’Italia, la partita più insidiosa della trasferta trans-atlantica non si gioca a Washington ma a New York: è il collocamento del nostro paese nella financial community. La sfida – scrive Business Week – è convincere gli investitori che l’Italia è in grado di onorare i suoi 2,5 miliardi di dollari di debito.

Gli americani non sono protocollo-addicted: non temono le bizzarrie dei premier se oltre la bizzarria c’è un di più: sense of vision e leadership. Ronald Reagan aveva quel di più; George W. Bush aveva quel di più. Silvio Berlusconi, no. La differenza con Monti si chiama statesmanship. L’amicizia con gli Stati Uniti non è una fatua, per quanto sentita, attestazione di vicinanza, rispetto, gratitudine e fedeltà: è concreta capacità di agire negli interessi comuni.

L’interesse degli Stati Uniti è guarire le ferite inferte dalla crisi, riabilitare il proprio standing globale: confermarsi – nei fatti – il champion del mondo libero. Interesse degli Stati Uniti è restituire al mondo istituzionalmente democratico la libertà che ad esso deriva dal riscatto dalla incombente vulnerabilità economica. Gli interessi degli Stati Uniti, ancora una volta, sono gli interessi dell’Europa, dunque gli interessi dell’Italia.

Mario Monti lascerà negli Stati Uniti un numero di telefono – il suo. Scommetto: la prossima volta che avrà bisogno di sentire l’Europa, il Segretario di Stato Usa quel numero lo comporrà.

Twitter: @kuliscioff