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Aree dismesse, un tesoro da riadattare, non da rottamare

- La civiltà del Medioevo sorse “dalle” e “dentro” le rovine dell’Impero romano, producendo una tipologia d’intervento, l’architettura di spoglio, che seppe assicurare ai resti del passato la possibilità di una nuova vita, spesso più grandiosa della precedente.

Dal decadimento delle cattedrali industriali nascono musei, sale da concerto, abitazioni, spazi per l’intrattenimento. Dall’abbandono di edifici più recenti trovano ragione soluzioni di grande effetto ma anche di riconosciuta utilità. L’importante è che le amministrazioni ai diversi livelli siano realmente capaci di conciliare esigenze di chi investe con le aspettative dei loro potenziali fruitori.
Nel tentativo di razionalizzare le spese, di eliminare sacche di inutili sprechi, il governo Monti ha preso decisioni importanti. La riduzione del debito pubblico si raggiunge soprattutto così. Una misura che va decisamente in questa direzione è quella relativa alla dismissione degli immobili. Nel capo V, all’articolo 27, comma 1 della manovra del dicembre scorso si rivoluziona per l’ennesima volta il regime delle dismissioni immobiliari pubbliche inserendo una serie di strumenti, soprattutto finanziari, di facilitazione. La disciplina dovrebbe consentire, una volta valorizzati i beni immobili, il conseguimento di nuove e maggiori entrate per la spesa pubblica.

La questione in realtà non riguarda soltanto le politiche cosiddette economiche, ma anche il disegno urbano e, anche se in maniera talora più sfumata, le politiche sociali. Infatti il termine “area/edificio dismessa/o” definisce quegli spazi e quei contenitori che non sono più usati per le attività per le quali sono stati pensati e realizzati e che sono in attesa di utilizzazioni. Gli immobili dismessi non sono solo singoli edifici ormai senza identità ma, spesso, complessi articolati ed estesi. Non soltanto potenziali business, ma luoghi da (ri-)acquistare alla città, aree da ridisegnare. Luoghi indefiniti nei quali urbanisti ed architetti possono confrontarsi, con il supporto della politica, nell’operazione di ricucitura, della contestualizzazione del nuovo nella città esistente. Ma anche cesure del tessuto urbano percepite dalla popolazione come zone pericolose e degradate. Da un lato a causa della poca stabilità delle strutture fatiscenti ancora presenti. Dall’altro per il loro riutilizzo distorto come discarica a cielo aperto o riparo di fortuna per i senzatetto. In sintesi, spazi di illegalità. Nei quali i municipi, i comuni, le province e le regioni hanno abdicato dal loro governo. Per un arco di tempo talmente dilatato da essere eredità scomoda di amministrazioni differenti.

In Europa la questione è più antica e riguarda perlopiù le aree industriali impiantate nelle periferie tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, dismesse a partire dagli anni ’70. Aree di grande estensione. A metà degli anni ’80 a Parigi le aree dismesse ammontavano a 10 milioni di mq, solo nel perimetro storico, in periferia il numero aumentava considerevolmente. In Germania, nel bacino della Ruhr si contavano circa 25 milioni di mq, in Gran Bretagna erano 22 milioni. Il problema ha avuto significative risoluzione in non pochi casi. Dal Parco di Duisburg Nord sui 230 ettari occupati dalle fabbriche siderurgiche Meiderich della società Tyssen, al Westergasfabriek di Amsterdam, un’area industriale di 13 ettari tramutata in un’area verde con un centro culturale. Dal Parco MFO di Zurigo a lungo utilizzato come discarica per le macerie e per i resti delle precedenti fusioni della fabbrica storica Machinefabrik Oerlikon (MFO), ai docklands sulle rive nord del Tamigi, a Londra.

Ma anche Las Arenas di Barcellona, una plaza de toros riconvertita in un centro commerciale. Oppure come il Park Hill di Sheffield trasformato da ghetto in residenza multicolor. Come un ex granaio a King’s Cross, a Londra, divenuto una nuova sede della mitica Central Saints Martins. Come il magazzino di cacao, tè e tabacco di Amburgo trasformato nella Filarmonica della città.

In Italia, dove si contavano circa 6,4 milioni di mq., la questione della dismissione ha attraversato diversi periodi, dagli anni Ottanta ad oggi. Dall’iniziale presa di coscienza, da parte delle istituzioni della complessità del fenomeno, a quella intermedia degli anni Novanta, nella quale queste aree vengono considerate un’opportunità storica per intervenire su parti di città o su intere aree urbane degradate e congestionate attraverso progetti e programmi di recupero. Fino alla fase più recente, quella del nuovo millennio, in cui vengono valutati gli interventi di recupero realizzati o quasi terminati.

La casistica di casa nostra vanta significative realizzazioni. Dalla Bicocca, alle porte di Milano, riconvertita in un centro tecnologico polifunzionale integrato, all’area dello stabilimento automobilistico del Lingotto, disteso su circa 34 ettari, nell’omonimo quartiere della periferia sud di Torino, divenuto un centro polifunzionale. Dall’area di Bagnoli, nel napoletano, dove si prevede di realizzare un parco di circa 120 ettari (con attrezzature per il turismo, il tempo libero e lo svago, attività industriali ad alto contenuto tecnologico e residenze), al parco Dora, nell’area Spina 3, a nord di Torino, su un’area di 37 ettari, precedentemente occupata da impianti industriali. Fino all’edificio delle Poste di Sabaudia, costruito nel 1934, e recentemente trasformato in un Centro culturale.

Il tema è centrale perché riguarda, sulla spinta della nuova prospettiva ecologica delle politiche di molti governi, anche una nuova tendenza dell’architettura. Quella del “riuso”. Tanto centrale da dedicarle una mostra, presso il Maxxi di Roma, dal titolo pieno di speranze, “Re-cycle. Strategie per l’architettura, la città e il pianeta”. L’architettura ha finalmente compreso il problema. Passando dalla consapevolezza che essa stessa è un materiale riciclabile, peraltro riciclato da sempre, al riconoscimento che il riciclo non è soltanto un dispositivo economicamente, politicamente e antropologicamente corretto. Ma anche una delle forme più sofisticate ed attuali della ricerca espressiva degli architetti contemporanei.

Tutte le questioni sul tavolo, che hanno una loro riconosciuta rilevanza a livello nazionale, non vanno tralasciate per quel che riguarda la città di Roma. Dove gli spazi vuoti, da tempo inutilizzati, sono molti. Spazi che divengono, sfortunatamente non di rado, più attrattivi, solo quando possono rispondere agli appetiti di costruttori, amici di amici. E’ così che si dilapidano patrimoni ingenti, si sottrae alla città parte del suo territorio, ai cittadini potenziali servizi. Si perde un’occasione per rendere la città più vivibile, occupando le cesure senza identità con servizi utili all’intera comunità. Preferendo lasciare la situazione così com’é (magari in attesa di tempi migliori) oppure decidendo di inserire edifici dei quali non si avvertiva la necessità.

Proprio perché non sempre le logiche d’intervento, di scelta di un’area piuttosto di un’altra, di un edificio a dispetto di un altro, rispondono a criteri di economicità, di bene collettivo, non di rado si preferiscono macro-progetti per ampi settori della città. Come nel caso del polo Ostiense-Marconi, progetto ambizioso, articolato in una serie di interventi differenti. Con l’intento di creare una centralità urbana dei due quartieri ormai non più periferici, ma sprovvisti di servizi idonei. Nelle intenzioni, insomma, anche utile. Nella realtà, però, di difficile realizzazione e, nello specifico dei singoli interventi, con standard di funzionalità assai modesti. Dalla Città della Scienza, nell’area industriale Italgas, al Ponte della Scienza. Da un parco pubblico e una casa dello studente al recupero di edifici dismessi nell’area di Valco S. Paolo. Da uno spazio culturale nell’ex Mattatoio alla Città dei giovani negli ex Mercati Generali.

Eppure, camminando per le vie di Roma, inoltrandosi nei differenti quartieri, ci si accorge di quanti siano gli edifici, gli spazi, sui quali si potrebbe costruire una città migliore. Più efficiente e meno incapace di rispondere, alle volte, anche ad esigenze primarie. Dal centro alle periferie. Dal I al XX Municipio. Dall’edificio in rovina lungo via Merulana per tanti anni sede dell’Ufficio di Igiene, all’area dell’ex deposito Stefer lungo via Appia Nuova. Casi tipologicamente differenti ma uniti dal comune destino. Eppure il sindaco Alemanno nell’aprile del 2009 aprendo i lavori del Workshop “Roma 2010-2020: Nuovi modelli di trasformazione urbana”, rilanciò sulle aree dismesse nella Città Storica, affermando che “per estensione e collocazione, possono rappresentare l’ultima grande occasione per dare armonia alla crescita della “Città nuova” dentro la “Città vecchia”.

Molte le occasioni di incontro, autorevoli le voci degli addetti ai lavori chiamati ad esprimere le loro idee “sul da farsi”. Ma, anche in questa circostanza, è la politica il motore in grado di dare l’avvio alle operazioni. Di decidere, se non sui modi, praticamente, certamente sui tempi. Roma merita che si faccia in fretta e soprattutto bene. Ci sono luoghi, necessità, opportunità, idee per ricucire strappi, colmare vuoti, migliorare la qualità urbana e con essa la vivibilità di una città capitale. Accendendo un motore che produce benessere e ricchezza. Forse con meno annunci e più interventi di qualità.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Aree dismesse, un tesoro da riadattare, non da rottamare”

  1. ezio scrive:

    Il miglior modo per “conciliare le esigenze di chi investe con le aspettative dei loro potenziali fruitori” è coinvolgere i cittadini. Affinché i progetti di riuso urbano non siano freddi ragionamenti a tavolino da parte di tecnici che non abitano né abiteranno nei luoghi che hanno concepito. Il caso di Spina 3 a Torino, col suo eccesso di supermercati, l’assenza di nuove strutture pubbliche di qualità a servizio dei neoresidenti, il “parco” arido di verde, la difficoltà a ricreare una comunità (quella che caratterizzava le fabbriche ora dismesse e i quartieri vivi che le circondavano) sta lì a dimostrarlo, monito per le trasformazioni urbane future.

    (su Spina 3 e la partecipazione dei cittadini si veda anche http://www.comitatodoraspina3.it).

    Cordiali saluti

    Ezio Boero

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