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Il guaio del Mezzogiorno è l’assenza di solidarietà

– Chi è originiario del sud d’Italia sa quale grande fierezza prova a sentir dire bene delle sue regioni; delle sue risorse naturali; delle sue bellezze storico-artistiche, archeologiche e paesaggistiche oltre che delle sue varietà eno-gastronomiche. Ma sa anche quanto sia fonte di grande amarezza l’affermazione che il Mezzogiorno è una terra tanto ricca quanto povera, perchè incapace di sfruttare le sue risorse ai fini di una crescita reale del territorio; che è ancora oggi considerato l’elemento debole del Paese.

Ed è amaro apprendere che la “Questione meridionale” da che si è fatta l’Italia ancora esiste; che nonostante le innumerevoli potenzialità il Sud non riesce ad intraprendere uno sviluppo economico serio e ben strutturato ad eccezione di alcune oasi felici; che è ancora grande il divario con il Nord, nonostante i progressi che pur si stanno conseguendo. Da decenni, infatti, una delle preoccupazioni preminenti dello Stato è quella di trovare la strada più idonea per colmare questa differenza, un problema reso oggi ancora più difficile dalla dimensione globale in cui ci troviamo a vivere e da cui il Meridione d’Italia potrebbe rimanerne completamente isolato. Senza dimenticare che la situazione è aggravata dalla forte crisi economica in corso e dal debito pubblico che pesa come un macigno sul Paese e limita le prospettive per il futuro.

Quella del Mezzogiorno è ancora oggi una questione controversa. Tesi e teorie  caldeggiate alla fine del XIX secolo, dopo l’avvenuta Unità d’Italia (come quella di Franceco Saverio Nitti uno degli esponenti del meridionalismo), che accesero un dibattito vivace intorno alla questione da parte di importanti politici e studiosi, potrebbero essere riprese e riapplicate per capire cos’è che ancora oggi discrima il Nord dal Sud. Prendendo ad esame alcune di esse potremmo coglierne spunti per alcune riflessioni sui cambiamenti avvenuti.

Sono passati quasi due secoli da quando personalità come Nitti, Sturzo, Dorso proponevano le loro strategie per risolvere la evidente situazione di inferiorità e di arretratezza del Sud rispetto al Nord. Nitti caldeggiava la teoria di una politica sociale e di intervento statale per l’avvio di un processo di industrializzazione nel Mezzogiorno. Abbiamo visto successivamente gli effetti disastrosi di quella politica, che si è trasformata in una progressiva crescita dell’assistenzialismo: un fenomeno che ha soffocato, soprattutto negli anni passati, qualsiasi forma di iniziativa privata.

Più tardi fu invece don Luigi Sturzo a perorare la causa delle autonomie regionali, tesi già sostenuta nel periodo pre-unitario quando si parlava di confederazioni di Stati. Secondo il noto politico, preservare e valorizzare le risorse materiali e culturali dei vari territori era l’unico modo per proteggere gli interessi del Sud e avviare la crescita economica. Lo stesso Guido Dorso, politico antifascista, era assolutamente convinto che bisognava rovesciare lo Stato accentrato e quindi valorizzare le autonomie locali e soprattutto che fosse necessario sostituire con una nuova classe dirigente quella esistente, ritenuta portatrice di grandi deficienze all’origine dell’arretratezza del Mezzogiorno. Con la nascita delle Regioni (formalmente istituite nel 1970) siamo giunti progressivamente ad un trasferimento di poteri e competenze dallo Stato alle autonomie locali, ma sembra che la situazione non sia del tutto migliorata. Il tanto auspicato federalismo che avrebbe dovuto avviare un processo di valorizzazione delle specificità locali ai fini dello sviluppo economico dei differenti territori, si è trasformato in un aumento della burocrazia e del carico fiscale a danno dei cittadini. Guido Dorso parlava anche della necessità di rovesciare una classe politica assolutamente inadeguata e su questo argomento ormai si scrivono fiumi di parole, facendo in ogni caso le necessarie eccezioni.

 

Il clientelismo basato sulla “politica del voto” ossia sul do ut des, ha sostanzialmente innescato un meccanismo perverso che ha impedito ogni forma di meritocrazia e ucciso quel sano liberismo, fondato sulla “libera concorrenza in un libero mercato”. Se con l’Unità d’Italia nel Nord si avviò la seconda rivoluzione industriale, il Sud ne rimase sempre più distante e, nel tempo la classe politica ha impedito che questo processo si avviasse anche qui; che questa parte dell’Italia si adeguasse alla logica della libera iniziativa quale unico strumento per creare economia e generare ricchezza e benessere. Così è divenuto preponderante il concetto del posto pubblico come vademecum di tutti i problemi portando alla situazione a noi ben nota: il Sud ha un sistema infrastrutturale carente e inadeguato, mancano le aziende e manca soprattuttto quella mentalità aperta al progresso che consta di una responsabilità diretta e di un impegno costante.

Oggi, tanti esperti economisti continuano a svolgere le loro analisi sui motivi che bloccano lo sviluppo del Sud facendo previsioni sul futuro, spesso alquanto sconfortanti. Com’è noto da sempre i governi che si sono succeduti hanno varato manovre a suo sostegno. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha provato e prova tuttora a dargli linfa vitale stanziando milioni di euro previsti dai Fondi Strutturali attraverso svariate Progammazioni, che dovrebbero e vanno a finanziare idee e progetti imprenditoriali, quali strumenti utili a fargli superare quel gap che purtroppo esiste con il resto del Paese. Eppure il Sud ancora non riesce a decollare. A giustificare questo le numerosissime problematiche legate alla presenza delle organizzazioni malavitose, che in alcune regioni soffocano lo spirito imprenditoriale specie in quei giovani che, formatisi nelle Università del centro e del nord d’Italia, vorrebbero investire risorse e competenze nelle proprie terre d’origine; alla mancanza di buone politiche per il territorio; alla carenza di capitale umano causata dall’emigrazione delle forze intellettive per scelta o per necessità; ad un sistema infrastrutturale insufficiente etc.

Ma una riflessione su quei fattori culturali e sociali che a queste svariate problematiche si vanno ad aggiungere e che non sono marginali è assolutamente utile, se si vogliono capire le ragioni per cui il Sud non riesce ad livellarsi con il resto del Paese.  Elementi che solo chi è cresciuto e vissuto in questi territori può conoscere e coglierne le sfumature.

Il Mezzogiorno soffre sempre più di un male oggi dilagante che è l’egoismo, spesso causa di contrasti sociali. Esso diventa un cancro dilaniante e purtroppo, non solo cresce a dismisura, ma distrugge quella coesione sociale che è fondamento di ogni società civile ed è alla base di ogni sviluppo economico. “L’unione fa la forza”. E’ un detto antichissimo ma sempre attuale, che prende spunto da un simbolo di origine etrusca adottato dai romani: un fascio di verghe legato intorno ad una scure.

L’espressione “coesione sociale” è sinonimo di solidarietà e venne introdotta dai padri della sociologia, Auguste Comte e Émile Durkheim, nella prima metà dell’Ottocento come sinonimo di solidarietà. Bisogna inoltre soffermarsi sul concetto di solidarietà che consise secondo noti studiosi “sul piano etico e sociale, nel  rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno che collega i singoli componenti di una collettività sulla base del sentimento di comune appartenenza a essa e di condivisione di un’identità collettiva, e in funzione della coscienza di comuni interessi e finalità da perseguire”.

Dunque la solidarietà o la coesione sociale, come dir si voglia, è il principio e il fondamento indispensabile e da cui non si può prescindere, sulla base di cui si costruisce il progresso sociale, civile ed economico di una collettività. Si deduce che dove essa manca non si possono perseguire obiettivi di natura economica e altresì, non si può crescere socialmente e civilmente.

Dopo aver esaminato il problema da diverse angolature, niente impedisce una visione ottimistica e positiva del futuro. Il Sud se vuole ce la può fare, ma solo abbandonando quei classici comportamenti che lo hanno contraddistinto nel corso dei decenni. Il Mezzogiorno è una fucina di risorse, ma deve innnanzitutto prenderne coscienza e cominciare a camminare sulle proprie gambe dimenticando ogni forma assistenziale, se non nei casi in cui essa sia davvero necessaria; deve combattere a gran voce e con coraggio le organizzazioni mafiose, anche quando lo Stato si mostra silente; deve impegnarsi per sostituire quella parte della vecchia classe dirigente inetta e incapace di adeguarsi ai cambiamenti del mondo, oltre che della nostra società, la quale ispirandosi ancora alle vecchie logiche impedisce una crescita reale dei territori. Il Sud può livellarsi al Nord attraverso alcune strategie come quella di richiamare capitale umano e know how emigrato nelle altre regioni e riportarlo al Sud. E infine, forse non basta stanziare milioni di euro di Fondi Europei, a volte utili a creare brillanti realtà imprenditoriali altre volte però sprecati per finanziare progetti a breve termine, che non hanno alcun effetto sull’economia e sul benessere delle popolazioni. Occorre innanzitutto cambiare mentalità i cui elementi indispensabili sono: uno sguardo aperto verso il mondo e i suoi cambiamenti; la consapevolezza delle proprie ricchezze e potenzialità; la coesione sociale e la libera inziativa.


Autore: Maria Teresa Merlino

Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze. Master in Economia, gestione e marketing dei turismi e dei beni culturali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Collaboratrice freelance per il magazine online "Il reporter-raccontare oltre il confine" e per FareItaliamag. Addetto Stampa Pari Opportunità Futuro e Libertà per l'Italia. Consulente Marketing Territoriale.

3 Responses to “Il guaio del Mezzogiorno è l’assenza di solidarietà”

  1. giuseppe gaetano marangi scrive:

    Parole in libertà!
    Il richiamo a Comte elimina ogni speranza!
    In Italia, il concetto di solidarietà è ormai un concetto truffaldino poiché si ritiene che essa possa e debba essere imposta per legge. Si è dimenticato l’insegnamento di Bastiat: “Non mi riesce a separare la fraternité (era quello il modo con cui si chiamava allora la solidarietà) dalla volontarietà”. Il Cristianesimo usava la parola carità, ma, insomma, quando non è più fondata sulla volontarietà ma è imposta con il mitra della guardia di finanza bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di trovare un’altra parola.

  2. a parte la citazione non comune di Dorso, il resto dell’articolo non è esaltante(eufemismo).

    dottoressa, lei che si è laureata in università del centro-nord, e quini dispone di tutte quelle qualità che pare manchino ai meridionali al quadrato… perchè non vieni giù e insegna un po’ a fare attività imprenditoriale?
    così tanto per capire quanto si può fare con la mentalità che ha lei.

    per conto mio, le dirò: al meridione occorre detassazione, gli appalti degli aerei militari che invece si faranno in piemonte, lotta a tappeto alla criminalità organizzata.

  3. Roberto scrive:

    Non mi pare che incida molto la mancanza di “solidarietà”, che invece, tra i singoli, talvolta è fin troppo forte sfociando nel familismo e nel clan; ma non è un fenomeno solo meridionale e solo italiano.
    Quello che – conoscendo un poco il sud – sento invece di poter rilevare, è il pepetuarsi della contrapposizione tra mondo contadino e feudatario, per cui “il potere” in primo luogo è per definizione “altro” rispetto al “contadino” e quindi autorizzato a muoversi in sfere tutte sue. Ciò che autorizza il “contadino” a sua volta a conservare i suoi spazi d’azione, senza che il potere lo disturbi. Ma il potere è anche “ostile”, in quanto pretende tasse e contributi, che il “contadino” si sente autorizzato a nascondergli, perché il potere gestirà il frutto delle sue fatiche secondo logiche che ci si aspetta siano solo sue, spesso incomprensibili. Ma il potere può anche essere provvidenziale, quando con “generosità” e condiscenza fa cadere dalla sua tavola qualche “beneficio”.
    Il potere quindi viene percepito come non rappresentare il “contadino”, non agisce nel suo interesse, quindi non gliene deve rendere conto.
    In questo schema, che mi sembra fondato, quello che manca non è la solidarietà, quanto lo “spirito civico”, l’uscita dalla sudditanza e dalla contrapposizione con il “pubblico”, sia esso Comune, Regione o Stato.
    Ci stiamo ancora trascinando, non avendo veramente fatto i conti con la nostra storia, gli esiti di un processo di unificazione forzato e violento, in cui il Piemonte fu visto, ed in gran parte fu, un “rapinatore” assai più avido dei Borboni e dei “principi” locali, ed ancora più distante ed “alieno”.
    Il resto mi sembra “fuffa”. Quando certe forze “sane” del Sud si muovono, con onestà e convinzione, riescono a realizzare iniziative di qualità pari a quelle del nord. Ma quando gli “aiuti” sono stati realizzati all’insegna della “spartizione del bottino”, con la connivenza e perfino il patrocinio interessato del nord e la tacita intesa di far godere le briciole anche ai “cafoni”, eccoche abbiamo avuto gli sprechi e la corruzione, che non ha smosso il sud ed ha perpetuato il meccanismo di cui sopra.

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