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Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista

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Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Tra la fine della guerra e il ’68 passarono 23 anni. Dal ’68 ad oggi ne sono passati il doppio. Una generazione separa la fine della guerra e l’inizio della contestazione. Ben due dividono gli anni formidabili dell’impegno da quelli del riflusso “globale” nel privato.

Tra il ’68 e il ’45 c’erano profonde parentele ideologiche. C’erano i fascisti e i comunisti e ovviamente i democristiani. Le formidabili mitologie che animarono il ’68 appartenevano – tutte, senza esclusioni  –  al lessico familiare della politica novecentesca. Il mondo – quello materiale e immateriale, quello fisico e quello politico –  era ancora su per giù quello del secondo dopoguerra.

Anche la “rivoluzione” (soprattutto la “rivoluzione”) era pensata dentro le coordinate ideologiche otto-novecentesche, che la Repubblica aveva accomodato nelle regole della democrazia formale, ma non conciliato con la realtà del pensiero borghese. Il mondo reale era fermo, grosso modo, a Yalta. Quello ideale, ancora più indietro. Quello “rivoluzionario”, poi, da qualche parte tra il 1848 e il 1917. Quelli che volevano “cambiare tutto” avevano una memoria politica nostalgica e vagamente paranoica (la “resistenza tradita”…) e un’idea ingenuamente “scientifica” del futuro.

Quarantaquattro anni dopo il ’68, siamo in un altro evo politico. Quel mondo politicamente non c’è più. Non ci sono più i fascisti, i comunisti e i democristiani. La geografia politica mondiale e quella domestica hanno cambiato segno e baricentro. Ci si è svegliati, anche a sinistra, dal sonno dogmatico della rivoluzione come rovesciamento della società borghese. Il ’68 migliore è una sorta di salotto di Nonna Speranza, pieno di buone cose di pessimo gusto. Per non parlare di quello peggiore, con i suoi deliri trozkisti e maoisti e la sua mistica della violenza politica.

Nondimeno il ’68 continua a rappresentare qualcosa. Ma non rappresenta il ’68 politico propriamente inteso, bensì qualcosa che si mischiò e confuse con la cosiddetta politica di classe. Era una rivolta di massa, ma non collettivistica, non legata ai modi di produzione, ma di vita. Una sorta di “protestantesimo civile”, che reclamava il libero esame dei rapporti di potere tra i sessi e tra le generazioni. Una rivoluzione più luterana, che marxiana, più individualistica, che proletaria.

Il ’68, infatti, non fece un baffo al capitalismo – che è un sistema di regole, non un potere gerarchico – ma cambiò profondamente la famiglia e la Chiesa. Quel ’68 libertario, che mise in crisi a tutti i livelli il legame tra autorità e tradizione e che “democratizzò” le relazioni sociali, non c’entrava niente con Ho Chi Minh. E, infatti, gloriosamente gli sopravvisse. Che quel ’68 edonistico fosse più parente della rivoluzione consumista e borghese che di quella comunista lo hanno poi dimostrato, con grande evidenza, gli anni ’80. Lo aveva capito benissimo, prima di tutti, Pierpaolo Pasolini.

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Twitter @carmelopalma

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi
  8. Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs di Benedetto Della Vedova

Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Formidabili quegli anni/9. Una rivoluzione ‘protestante’ e consumista”

  1. Pietro M. scrive:

    Che il ’68 non fece un baffo al capitalismo ne dubito… gli anni ’60 e ’70 sono stati gli anni d’oro della pace sociale comprata con al spesa pubblica… l’apoteosi di quella becera forma di corruzione di massa che oggi chiamiamo democrazia, ma che per millenni è sempre stata la politica dei tiranni.

    Tutte le forme di restrizione della libertà economica e di estensione del dominio dello stato sulla società nascono in più riprese nel periodo orribile tra gli anni ’30 e gli anni ’70. poi si è scoperto che lo Stato era diventato troppo grande e si è cercato – fallendo sistematicamente – di comprimere il Leviatano.

    Il motivo del fallimento è che la spesa serve a comprare voti: non si decidono le politiche senza vincere le elezioni, e non si vincono le elezioni senza comprare gli elettori con i soldi degli elettori stessi.

    Tutte le forme di innamoramento della politica scoperchiano il vaso di Pandora della tirannia… se gli uomini capissero la public choice dormirebbero sonni molto agitati.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Non dico affatto che non vi siano stati effetti di lungo periodo, e nefasti, dell’idea che la politica di classe, orchestrata sugli spartiti delle fanfare terzo o quarto-internazionaliste, fosse “la rivoluzione”.
    Ma il ’68 non è solo questo. Anzi, io penso che quello “vero” – quello che è rimasto, in tutti, anche negli anti-sessantottini – sia quello delle donne che pretendono il rispetto, la parità e il piacere – cioè di essere persone uguali agli uomini – e dei fedeli che, allo stesso modo, pretendono che gli si parli in modo che capiscano quello che Dio vuole da loro e loro da Lui – e dunque di essere davvero credenti, non solo “osservanti”.
    Quel ’68 è dentro di noi, e non esce più. L’altro – quello ottocentesco, quello mitologico, quello ideologico, quello “ufficiale” – non c’è invece più e sopravvive solo nelle fantasie e nella frustrazione dei reduci.

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