– Parlare di responsabilità dei magistrati significa ricordare Enzo Tortora e il suo impegno per il successo del referendum promosso nel 1987,  affinché i magistrati potessero essere chiamati a rispondere non già degli “errori giudiziari”, ma dei danni procurati ai cittadini per colpevole leggerezza, imperizia e negligenza.

Il referendum fu vinto con oltre l’80 per cento di “sì”, ma un Parlamento corrivo con la corporazione togata si affrettò a tradire quel voto, varando una legge (13 aprile 1988, n. 117, cosiddetta Vassalli) tuttora in vigore, che ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e a carico dello Stato e con limitata possibilità di rivalsa nei confronti del giudice, ma rende di fatto non esercitabile l’azione risarcitoria da parte dei cittadini. Una legge, dunque, di per sé inadeguata e comunque inapplicata.
Ora in Parlamento è passato un emendamento alla legge comunitaria che cerca di rimediare, tra l’altro, alle censure della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e della Commissione Ue, per l’esclusione della responsabilità dello Stato – e dunque del magistrato – nell’interpretazione delle norme di diritto o nella valutazione di fatti e prove da parte di un organo giurisdizionale. Difficile credere che a suggerire questa manovra sia stata l’intransigenza garantista, più che l’interesse a segnare un punto purchessia nello scontro con il “partito dei giudici”.

In quasi un decennio di governi verde-azzurri, infatti, la riforma della legge Vassalli è sempre passata in cavalleria, preceduta dalle leggi di emergenza imposte dal securitarismo leghista o dalle esigenze processuali del Presidente del Consiglio. D’altra parte, se opportunistico è l’uso che qualcuno fa del problema, altrettanto opportunistico è l’abuso che – da parte dell’Anm e dei politici diligentemente schierati sulle sue posizioni –  si fa dello scandalo che ne è sortito.

La riforma della Legge Vassalli è un problema vero. Tale era prima che Berlusconi calcasse la scena politica, tale rimane a maggior ragione oggi, dopo che un quarto di secolo è passato invano.
Il Ministro della Giustizia Severino e il Presidente del Consiglio Monti sono chiamati a gestire questa partita delicata con rigore ed equilibrio. Devono correggere l’emendamento approvato, non eludere o rimuovere il problema sollevato.

Non è forse la legge comunitaria la sede in cui inserire il principio esplosivo, ma non incostituzionale, della responsabilità diretta dei magistrati. Ma ci sono alcuni “paletti” – piantati anche dalla sentenza della Corte di Lussemburgo –  che non possono essere divelti. In primo luogo, che i magistrati debbano diventare responsabili di “interpretazioni” creative e manifestamente infondate. In secondo luogo che lo Stato sia chiamato a risarcire i cittadini non solo quando il danno ingiustamente patito dipenda da una violazione del diritto comunitario (come prescrive la Corte di Giustizia dell’UE), ma anche quando discenda da violazioni del diritto interno (come suggeriscono ragioni di principio di ragionevolezza).

Il principio di responsabilità non mina l’autonomia della magistratura ma la rafforza, ancorandola a un “nomos” riconosciuto. E rende la giustizia più rispettabile, condizione necessaria perché essa sia davvero rispettata. La responsabilità del magistrato sarebbe un tema marginale, se fosse possibile parlarne in modo “normale”. Invece diventa un tabù perché la preponderante influenza degli interessi personali e corporativi rende costantemente il parlare di giustizia un parlar d’altro.

Vige una sola regola: il nemico del mio nemico è mio amico. L’amicizia o l’inimicizia per Berlusconi ordina le posizioni e gli schieramenti. E’ chiaro che a questo punto solo l’esecutivo può consentire di portare la discussione sulla giustizia fuori dalla logica “amico/nemico”. E spero che tutte le forze politiche che sostengono il governo – nessuna esclusa – si mettano al servizio di questo tentativo.

Articolo pubblicato su Il Riformista di oggi, 10 febbraio 2012