di PIERCAMILLO FALASCA – Giorni fa il libdem Chris Huhne ha lasciato la poltrona di ministro dell’Energia del governo Cameron, accusato di aver trasferito una multa e i relativi punti di penalità sulla patente alla moglie. Huhne si dichiara innocente e si difenderà in giudizio. I mezzi d’informazione britannici danno ampio risalto alla vicenda: d’altronde, chi ricopre incarichi pubblici sa che la sua vita privata e purtroppo anche quella delle persone più vicine sono sottoposte ad un costante e severo scrutinio mediatico. E’ un principio sano delle democrazie, un modo per limitare la discrezionalità e l’abuso del potere molto più efficace di altri contrappesi istituzionali.

In Italia la vicenda del politico britannico ha suscitato molto interesse (amiamo le pagliuzze negli occhi altrui), ma nessun mezzo d’informazione l’ha riportata con obiettività e prudenza. Mentre il giornale scandalistico The Sun titola “Chris Huhne lascia, il parlamentare si dimette da ministro dell’Energia dopo le accuse a suo carico sui punti della patente”, in Italia gli autorevoli Repubblica, Corriere della Sera, Il Messaggero e Il Fatto Quotidiano hanno già condannato Huhne, senza attendere il giudizio. Huhne sarà giudicato colpevole o innocente, lo scopriremo, ma questo interessa poco ai quotidiani italiani: “Mentì”, sentenziano.

Se la stampa di prima classe rinuncia a far da argine al qualunquismo e a conservare quella preziosa, minima (e spesso nemmeno sufficiente) dose di garantismo e cautela, cosa dovremmo aspettarci da media amorfi e magmatici come i social network?

Silvia Deaglio, brillante docente di genetica all’Università di Torino, è stata additata nella pubblica piazza virtuale: “raccomandata” con posto fisso! Poco importa chi sia e cosa faccia la professoressa Deaglio, che nonostante la sua giovane età abbia una novantina di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali (verificabili a questo link) e che, dopo il dottorato di ricerca, tra il 2004 e il 2005 abbia lavorato alla Harvard Medical School di Boston. A condannarla, secondo il popolo livoroso, è il fatto stesso di essere figlia (oltre che dell’economista Mario Deaglio) del ministro del Welfare Elsa Fornero, le cui dichiarazioni sul mercato del lavoro e sull’illusione del “posto fisso” hanno suscitato polemiche e reazioni in ogni angolo del paese. Si aggiungano poi le considerazioni del ministro Cancellieri, secondo cui molti giovani italiani ancora ambiscono ad un impiego non lontano “da mamma e papà”.

Lavorando nello stesso ateneo dei suoi genitori, sebbene in facoltà del tutto estranee tra loro, Silvia Deaglio è diventata il capro espiatorio perfetto per quanti preferiscono non affrontare il merito delle dichiarazioni di Fornero e Cancellieri: l’accento sulla scarsa mobilità italiana; la ritrosia culturale ad una riforma del ruolo della legge e del welfare state nel mercato del lavoro più adeguato all’economia e alla società contemporanea, che sposti l’intervento pubblico dalla protezione del posto di lavoro alla tutela reddituale e all’occupabilità del lavoratore (per salvare le persone, non i “posti”); infine, quella certa mentalità declinista che porta molti giovani italiani a non sentirsi artefici del proprio destino e a non richiedere alla politica opportunità e libertà, ma a comportarsi da sudditi di uno Stato a cui pietire garanzie e stabilità.

Troppo complicato, per l’Italia repubblica fondata sul livore. E’ più facile, allora, scaraventare la ministra Fornero nel girone di quelli che predicano bene e razzolano male, descrivendo la carriera professionale di sua figlia Silvia come l’ennesimo caso di nepotismo italico. “Se l’è cercata”, dicono.

Postilla: i media “ufficiali” – quelli diretti da giornalisti iscritti al relativo ordine – non sembrano essersi sottratti alla furia qualunquista e blogghereccia.