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Formidabili quegli anni/8. Il Sessantotto è (anche) Steve Jobs

Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Il primo ottobre 1968, San Remigio, iniziavo la prima elementare. Ero troppo piccolo per essere un testimone diretto del ’68 o un “protagonista” dell’impegno o del disimpegno. Ma abbastanza grande per vedere cosa stava succedendo e per intuire e poi per “vivere” le dirette ricadute culturali, sociali e politiche di quella stagione nei lustri a seguire. C’è chi pensa, dice e scrive che quella sessantottina sia stata la stagione del nichilismo e dell’irresponsabilità collettiva, che cancellava le responsabilità individuali.

Certo, chi crede nella forza interpretativa dell’individualismo metodologico è lontano anni luce dalle assemblee permanenti, dagli improvvisati tribunali del popolo, dai “dibbbattiti” inconcludenti, dalle scorciatoie conformistiche e dalle coperte di Linus garantite dagli stereotipi ideologici “anti-borghesi”. E questo vale anche per me. Ma agli occhi di uno che è cresciuto nel tempo post-sessantottino, la vera rottura provocata in quell’anno fu l’affermazione di un principio di libertà e di autodeterminazione fino ad allora sconosciuto come fenomeno di massa.
Per me il sessantotto “vissuto” erano le messe beat e la “laicizzazione” dell’oratorio: la parrocchia al tempo dei miei genitori era un organismo ferreamente gerarchico con l’imprinting pre-conciliare della messa in latino celebrata dando le spalle ai fedeli, la mia diventava un luogo di incontro tra pari, dove l’autorevolezza si metteva in competizione con l’autorità costituita.

Il mio primo ricordo politico, del resto, è proprio la discussione tra cattolici in famiglia durante la campagna per il referendum sul divorzio, tra gli ortodossi contrari e i “contaminati” dal vento nuovo, favorevoli. Da una parte l’illusione dell’organizzazione eterodiretta e gerarchica della società e della famiglia e dall’altra la volontà di portare libertà di scelta e responsabilità diretta delle persone nel cuore dell’organizzazione sociale. Ovvio, io considero la riforma del diritto di famiglia del 1974 una conquista di civiltà e di parità tanto tardiva quanto fondamentale per l’Italia, altri forse rimpiangono la famiglia patriarcale dell’ipocrisia monogamica e in questa chiave recriminano sulla rivoluzione “laica” di quegli anni.

Quella ventata di libertà che, a torto ma anche a ragione, si respirò negli anni a cavallo tra sessanta e settanta diede una spinta potente alla esplosione di creatività “di massa” che accompagnò l’esplosione industriale della moda italiana. Non solo i sarti d’élite del passato, ma i fenomeni in cui creatività e impertinenza sociale davano slancio internazionale al made in Italy.

Se poi dall’Europa trasvoliamo in California, capiamo ancor meglio perché il ’68 ha cambiato (in meglio) il mondo. La rivoluzione digitale non è stata solo tecnologica, ma culturale. La scienza in questo caso ha davvero inseguito un sogno, un’idea della vita e dei rapporti umani e della “comunicazione globale” come modello di organizzazione sociale. Non bastavano gli ingegneri, serviva culturalmente il ’68.

Chi ha letto la biografia di Steve Jobs senza prima conoscerne la storia, sarà rimasto stupito dal fatto che l’azienda tecnologica che ha saputo imporre nuovi stili di vita oltre che di consumo nei cinque continenti, che è divenuta la azienda mondiale con la più grande capitalizzazione di borsa, sia stata guidata da un vero “sessantottino”.

Steve Jobs è stato prima di tutto un grande capitano d’industria e un lavoratore indefesso, ma era, e lo rivendicava, un autentico esponente della controcultura californiana forgiata negli anni sessanta: viaggi negli ashram indiani, guru buddista, veganesimo e digiuno, consumo di hashish e Lsd, musica pop rock (da Joan Baez a Bob Dylan passando per i Beatles). Io penso che non sia stato affatto casuale che il genio industriale e creativo del “think different” avesse quelle radici ideali e esistenziali.

Certo, tornando a noi e all’Italia di quegli anni, se avessi avuto l’età sarei stato, politicamente parlando, un feroce oppositore del “sessantottismo” da un punto di vista liberale ed individualista. Ma continuo a pensare che, nelle sue contraddizioni e con i suoi strascichi negativi, quella stagione lasciò italiani migliori di quelli che aveva trovato.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna
  6. Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì di Gianfranco Pasquino
  7. Formidabili quegli anni/7. Quando anche il mondo cattolico accettava il rischio della modernità di Giorgio Lisi

Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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