– “Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo”.
De Montaigne questa frase proverbiale la scrisse nel ‘500 – l’Uomo da allora è sempre lo stesso e le dinamiche del potere pure. Stiamo qui a parlare delle dinamiche del comando perché in questi giorni ne abbiamo visto un esempio che con brutta ripetizione possiamo definire esemplare.

Non ci interessa entrare nel merito di chi abbia ragione (anche perché è chiaro) nella polemica tra Alemanno, Protezione Civile, Ministero degli Interni ecc.
Non ci interessa commentare la riflessione del sindaco di Roma in virtù della quale le polemiche sull’impreparazione del Comune di Roma possano essere un complotto mediatico ordito dalla Lega per far perdere a Roma l’appoggio del Governo per la candidatura alle Olimpiadi del 2020. E non ci interessa neanche riflettere sull’ormai famosa affermazione di Alemanno circa l’impreparazione fisica degli alberi romani – che non sono abituati a tener su la neve – o che forse sono romanamente infingardi e semplicemente se ne sbattono. Li si manderà in un campo scout (o Hobbit) a raddrizzarsi le reni e lo spirito.
Ma ci interessa un’altra questione che potrebbe essere sintetizzata, appunto, nella frase di De Montaigne. Chi governa “deve” sapere che la principale formula a certificazione della propria credibilità ed autorevolezza … è il proprio culo. Cioè, sé stessi.
A proposito del potere scrisse Goethe nel suo Massime e Riflessioni: “Non si apprezza nessuno se non chi ci è utile. Riconosciamo l’autorità del Principe perché vediamo che sotto di esso la proprietà è al sicuro. Da lui aspettiamo protezione contro gli avvenimenti sgradevoli esterni ed interni”.

Da un Principe, ed oggi da un premier da un sindaco da un direttore o da chiunque eserciti il potere, non ci aspettiamo nient’altro se non la presa in carico delle situazioni e delle loro chiavi o strategie di risoluzione. Un leader, se lo è realmente o se aspira ad esserlo, in nessun modo può permettersi il lusso di incentrare la propria strategia d’intervento sull’accampar scuse. Come scrive l’amico Francesco Mariani “governare è: mai dire mi dispiace”.
Non ci interessano le scuse, quando siamo governati, cioè sempre.

E un governante, mi si perdoni la nettezza protestante, deve assumersi la propria responsabilità anche quando sente di non avere tutte le responsabilità. Se comandare fosse farsi carico degli accadimenti solo quando le cose vanno, o sono andate bene, saremmo bravi tutti. Se il proprio culo è su di un trono, i meriti sono tutti del capo, e i demeriti pure. Punto. Questa è la storia dell’Uomo, questa è la logica binaria del potere. Quel gran figlio di puttana di Mussolini diventò capo agli occhi degli italiani quando si assunse tutte le responsabilità dell’omicidio Matteotti (che certo non aveva ardentemente desiderato), e quando poi la guerra andò male … fu messo a testa in giù. Senza né se, né ma, né distinguo di sorta. Evviva.

Alemanno è andato a destra e a manca, di sopra e di sotto, in tutte le reti televisive possibili e immaginabili, dalle generaliste alle rionali, con uno straccio di foglietto in mano a dire: “vedete, non è colpa mia, non mi avevano informato”. Il vulnus non è sapere se le informazioni fossero sbagliate o giuste, ma avere la ferma consapevolezza del fatto che, se un leader in una situazione di emergenza passa il suo tempo a riflettere sulle potenziali scuse … non è un leader – ma è semplicemente un uomo in cerca di pezze d’appoggio.

Non un capo, ma un mediocre impiegato del potere. Non un sindaco, ma un funzionario che si nasconde dietro la burocrazia. Non uno che fa azioni, ma uno che si fa agire dalle situazioni, dalle contingenze – dalle congiunture. Un leader che perde il proprio tempo nelle recriminazioni perde tempo prezioso – il tempo più prezioso che un politico possa permettersi – quello della decisionalità. Sappiamo che per certi versi questa è una questione puramente simbolica – ma la politica, come diciamo spesso, è prima di tutto una questione simbolica.

In tutte le televisioni d’Italia -con il suo look a metà tra Fronte del Porto, Rocky uno ed un turista della Val Venosta – il Sindaco Alemanno, mica solo con i romani ma con tutti gli italiani, ha fatto la figura del ragazzino viziato e passivo che va in giro a dire “Mamma! Ciccio mi tocca!”.
Un bambino sfigato, che non sa come reagire, e che invece di procedere si ferma a declamare e denunciare la cattiveria e l’empietà del mondo. Dell’altro … il colpevole … il cattivone.
La chiusa è semplice: Alemanno non è un Capo, non è un leader, ma un Re Travicello.
Che cos’è un Re Travicello?

“Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
“È questo il Sovrano
così rumoroso?”

(s’udì gracidare).
“Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello”.

Poemetto di Giusti del 1841. Come si vede, gli Alemanno son sempre esistiti.