Sfigati e non annoiati, prendiamoci il futuro

– La mia, la nostra generazione ha perso. O rischia davvero di farlo, se non prende consapevolezza di sé e non capisce che non bisogna aspettare di diventare classe dirigente: perché già da ora siamo classe dirigente, e già da ora come tale dobbiamo comportarci per ridare, noi per primi, speranza al nostro Paese, ai Paesi in cui viviamo.

La mia, la nostra generazione sta perdendo. Sta perdendo perché smussa e attutisce invece di tagliare e rompere. Sta perdendo perché quando indica avversari e nemici sbaglia bersaglio e indirizza le proprie forze, continuando a perderle, contro capri espiatori utili per tacitare la propria coscienza giusto per qualche giorno, prima di tornare alle proprie esistenze subalterne. Sta perdendo perché, da troppo tempo ormai, ha accettato una condizione gregaria aspettando le briciole piuttosto che dire basta e sperare in un futuro migliore, ma migliore davvero. Certamente, non da foca ammaestrata o da megafono di questo o quel predicatore.

Il momento è difficile per tutti. La crisi è durissima, e in giro c’è rabbia, disperazione. Tuttavia, sarebbe proprio un momento come questo, per una generazione che aspiri prima o poi a prendere sulle proprie spalle un’intera società, quello buono per lasciare da parte gli indugi e buttarsi a capofitto per rivendicare a gran voce i propri diritti. Senza, chiaramente, tralasciare le proprie colpe, che pure ci sono.

E invece no: sono bastate due sortite infelici (infelici perché, anche se inserite dentro ragionamenti tutto sommato condivisibili, erano inutilmente semplificatorie e avventate, soprattutto in un momento di nervi scoperti come questo) come quella degli “sfigati” di Martone e della “monotonia” di Monti per cadere nel solito refrain. Refrain che, attraverso l’indignazione che monta per mezzo dei social network e si amplifica grazie al “popolo del web” e agli idoli di riferimento (quelli inflessibili con gli altri, un po’ meno con se stessi), si articola attraverso un ampio campionario: il vittimismo frustrato, la rivendicazione sterile, la “character assassination” per cui, invece che confrontarsi sui contenuti di chi ha espresso la propria opinione (seppure in modo infelice), lo si denigra e lo si insulta.

Alla base di tutto ciò non c’è solo una rivendicata e insistita superiorità etica e morale, che divide la società in modo manicheo, dove da una parte c’è un “noi” umiliato e offeso e senza colpa alcuna e dall’altra un “loro”, una vera e propria Spectre che opera per vessare, opprimere, abbattere i cittadini, che agisce sempre e solo in malafede, dove tutti sono uguali e alcuni sono più uguali di altri. C’è anche e soprattutto l’idea che verso lo Stato si debbano rivendicare sempre e solo diritti, e mai doveri; che un esame di coscienza non sia né contemplato e né auspicabile; e che sempre lo Stato (quest’entità quasi metafisica dalla quale ci si aspetta qualsiasi cosa, dal lavoro alla casa alla possibilità di costruirsi una famiglia, a volte senza fare niente per meritarseli) sia l’alfa e l’omega di ogni peccato.

Lungi da noi l’idea di voler difendere Monti e Martone, che da soli si sapranno difendere benissimo: solo che, a nostro modesto parere, i nostri coetanei hanno sbagliato bersaglio della loro indignazione. Avrebbero dovuto insorgere in maniera molto più forte, rivendicando il loro essere protagonisti del presente in cui viviamo, giusto qualche mese fa. Esattamente a fine Ottobre. Erano i giorni della Leopolda: Matteo Renzi faceva il suo Big Bang, menando fendenti alla sclerotizzata classe dirigente del centrosinistra, che tanta responsabilità ha nelle sciagure di questi anni e nella permanenza di Berlusconi al potere. Il Segretario del Pd Bersani rispose agli attacchi di Renzi con una frase che, ancora oggi, da qualunque parte la leggiamo, noi giudichiamo gravissima. La frase diceva più o meno così: “Sì ai giovani in politica: l’importante è che non scalcino”.

Ora, all’epoca noi trovammo da subito quella frase non solo infelice ma anche e soprattutto volgare e indicativa di un modo di pensare e agire e rispondemmo a Bersani, seppure dall’angusto palco di un profilo Facebook privato, con queste parole: “I giovani per andare avanti non devono scalciare. Dovrebbero, cioè, aspettare che gli venga gentilmente concesso lo spazio che i “vecchi” gli daranno, quando e come vorranno. L’On. Bersani dimentica una cosa: che il futuro è nostro, e ce lo prenderemo, come già ce lo stiamo prendendo. E non aspetteremo, certo, che lui, o quelli come lui, ci elemosinino uno spazio. Siamo abbastanza maturi e coscienti per prenderci sulle spalle le rovine che la generazione dell’Onorevole Bersani ci sta lasciando. Non lo dimentichi”.

Non ricordiamo, purtroppo, molte altre reazioni simili alla nostra. Non un corsivetto di Travaglio. Non un post viola, e neanche lilla. Non le lettere indignate a giornali e tv, né le interviste a giovani che dicevano “Onorevole Bersani, la dialettica tra le generazioni è la stessa da millenni: e quelli che sono venuti dopo non solo possono ma hanno il dovere di scalciare se vogliono costruirsi il loro posto nel mondo”. Neanche una catena di messaggini indignati dal “popolo del web”. Silenzio assordante.

Il fatto è che la mia, la nostra generazione, quelle parole non le ha sentite come un attacco né come un affronto. Forse perché sotto sotto, in cuor suo, le condivide. E vorrebbe, sotto sotto, in cuor suo, che un Bersani qualunque, in qualunque settore ci si trovi a operare, ci togliesse le castagne dal fuoco in nome di una transizione morbida, un passaggio di consegne “octroyé”, gentilmente concesso. Un passaggio di consegne che arriverà, in un futuro sempre più incerto e sempre più remoto. Un passaggio di consegne che, se non ci svegliamo, non arriverà mai.

“I giovani che non devono scalciare” siamo noi, che continuiamo a fare stage gratuiti in condizioni di sfruttamento preschiavistico; siamo noi che ci accontentiamo di uno strapuntino sottopagato all’università “perché prima o poi il prof andrà in pensione”; siamo noi che vorremmo il lavoro perfetto al quale ambiamo – perché siamo una generazione ambiziosa, ed è giusto che sia così – ma ci permettiamo di laurearci con anni di ritardo rispetto ai nostri coetanei del resto d’Europa, schifando i lavori manuali e gli istituti professionali; siamo noi che quando abbiamo scelto di iscriverci all’università abbiamo scelto facoltà inflazionate che già da allora sapevamo ci avrebbero dato poco futuro; siamo noi che pensiamo che in un contesto europeo e mondiale dobbiamo trovare il lavoro perfetto sotto casa, e aspettiamo che il politico di turno (quello che fa parte della casta contro cui noi per primi ci scagliamo ogni volta che possiamo, perché noi siamo meglio di lui) ce lo dia; siamo noi che pensiamo di essere il futuro quando invece siamo il presente e stiamo rischiando di diventare passato.

La mia, la nostra generazione, è stata “drogata” dal benessere e anche dalle tante e spesso bellissime esperienze fatte: i soggiorni all’estero, conoscere coetanei di tutto il mondo, avere la possibilità di viaggiare e sapere e vivere a mille all’ora, un’esistenza certamente diversa e più composita di quella dei nostri genitori il cui mondo era comunque molto complicato, anche se molti di noi, con i nostri di occhi di ora, lo vedono semplice; un’esistenza, la nostra, che sognavamo sarebbe stata rivoluzionaria e sull’ottovolante.

Ora, però, alla soglia dei trent’anni e di una crisi che si fa ogni giorno sempre più dura, e che sarà ancora più dura e grave nei mesi che verranno, ci siamo risvegliati e abbiamo messo in discussione molte delle scelte fatte negli anni passati. Forse è una crisi di crescita, dalla quale usciremo con una nuova consapevolezza di noi stessi e del ruolo che dobbiamo avere in questa società; di sicuro è un’opportunità, anche se è una minaccia per il nostro futuro.
Ma davvero, se questo futuro lo vogliamo, prendiamoci la nostra vita e scalciamo quanto e come vogliamo: assumendo i rischi in prima persona e facendo vedere quanto abbiamo da dare. Altrimenti rischiamo di perderla, questa nostra guerra. Volevamo la rivoluzione: ci stiamo risvegliando, senza potercelo permettere, semplici piccolo borghesi. O borghesi piccoli piccoli.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

2 Responses to “Sfigati e non annoiati, prendiamoci il futuro”

  1. Piccolapatria scrive:

    Tra gli sfigati, i bamboccioni, i vigliacchetti che vogliono il lavoro accasato vicino a mamma e papà non risulta uno che sia figlio/a di onorevoli, professorini, maestrini, boiardi di stato o parastato, giornalisti di “nome”,avvocatoni, notai, papaveri vari e via cantando. Insomma tali prestigiosi lombi non possono che generare il meglio della meritevole discendenza italica. Il popolume, sopportato finchè pagante, va dileggiato, schernito, offeso e sfregiato;se è in disgrazia esistenziale non solo è colpa sua ed è un reprobo, ma si arrangi a grattarsi le conseguenze negative di certe sue improvvide scelte e non accampi aspettative. Ci mancava solo nonna Cancellieri svegliatasi dal suo torpore senile( solo apparente?), a completare il rosario delle giaculatorie governative; a dimostrazione che nessuno di loro, giornalisti compresi, conosce la realtà vera del mal-vivere di questo gramo tempo; in troppi si arrogano il diritto di mettersi sul pulpito a sputacchiare giudizi e critiche gratuite, assolvendosi sempre con autocompiacenza insopportabile. Il popolino come sempre non reagisce ( per ora), è impotente non ha mezzi per opporsi alla sua condizione e cambiare la prospettiva nera del futuro ,inghiotte sgomento questo perdurante e ingeneroso attacco che sa di lucido calcolo prevaricatore di coloro che “remenando” carte garantiti e strapagati decidono del suo destino di sudditanza confermata. Non hanno pane? Mangino brioches!

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