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La responsabilità dei magistrati è un nodo irrisolto. E non l’ha annodato Berlusconi

Il putiferio scatenato dall’approvazione alla Camera dell’emendamento alla legge comunitaria 2011 a firma del leghista Pini sullo spinoso tema della responsabilità civile dei magistrati, al di là del (discutibilissimo) testo ora all’esame del Senato, pare indicativo di quanto sia difficile in questo paese dibattere di questi argomenti in maniera civile e ponderata.

Come tutti i temi complessi, anche questo dovrebbe indurre il sistema mediatico ad approfondire gli argomenti a favore e quelli contrari mediante l’invito ai legittimi portatori di interessi contrapposti a fornire dati, statistiche, analisi comparate di ciò che accade negli altri paesi, magari partendo da un bilancio ragionato sul funzionamento dell’attuale meccanismo di regolazione, vale a dire quello previsto dall’articolo 2 della legge 13 aprile 1988, n. 117, che ha introdotto, ben ventiquattro anni fa e dopo un referendum promosso dal Partito radicale, la possibilità per il magistrato di essere chiamato a rispondere dei danni causati non solo per dolo, ma anche per colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, pur se in via mediata e limitata.

Se si scorrono i commenti del giorno dopo, al contrario, non si può non registrare con sconforto che il livello argomentativo non è dissimile da quello registrato in occasione delle rivolte dei taxisti o del movimento dei cosiddetti “forconi”, a riprova del fatto che non sono solo il titolo di studio o il livello socio-culturale degli attori  ma, ben di più, la quantità degli interessi intaccati e la capacità di resistenza corporativa a determinare la qualità degli argomenti. E, questa volta, non se ne può attribuire la colpa a Berlusconi.

Mi spiego meglio: il quasi ventennio appena (speriamo) archiviato della politica italiana  ha consegnato al sistema mediatico un’idea, evidentemente illusoria, che il tema della Giustizia dipendesse dallo schierarsi o meno dalla parte dell’uomo di Arcore e, correlativamente, che una volta scomparso il Cavaliere dalla scena principale, il clima più sereno avrebbe determinato una composizione migliore e più alta dei dissidi.

Evidentemente non è così, segno che il tema Giustizia è un nodo vero, che precede e prescinde dalla persona e dalla figura di Silvio Berlusconi. La prova di ciò è il fatto che il dibattito in tema di responsabilità civile è fermo allo stesso punto di ventiquattro anni fa, quando Berlusconi politicamente non esisteva mentre forte era l’emozione collettiva che aveva accompagnato le vicende del caso Tortora.

A sentire le reazioni dei vertici dell’ANM, infatti, la questione sembrerebbe ancora essere “responsabilità civile sì o no”, quasi che la legge Vassalli (che quella responsabilità l’ha prevista e sancita) non fosse mai stata approvata. Se si ripescano i dibattiti referendari del lontano 1987, gli argomenti delle Paciotti di ieri sono sovrapponibili a quelli dei Cascini e dei Palamara di oggi.

Se, poi, si guardano i numeri e le crude statistiche, si scopre il perché dell’irrilevanza nella percezione collettiva della legge Vassalli: in ventiquattro anni solo quattro volte è stata riconosciuta la responsabilità civile di un magistrato non rispetto – come si dice impropriamente – ad un errore giudiziario, ma a negligenze inescusabili da cui siano conseguite una “grave violazione di legge” o “l’affermazione di  un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti” o “la negazione  di  un fatto la cui esistenza risulta  incontrastabilmente  dagli  atti” o l’emissione di un provvedimento limitativo della libertà personale “fuori  dei  casi  consentiti  dalla   legge   oppure   senza motivazione” (articolo 2, comma 3). Non so in quanti di questi quattro casi vi sia stata un’azione di rivalsa da parte dello Stato nei confronti del magistrato (quattro, una, nessuna?). Ma mi pare evidente che il referendum dell’87, quello che vide una maggioranza schiacciante degli italiani votare a favore della responsabilità civile diretta, non ha avuto che effetti simbolici. Non politici, e neppure giuridici.

Ma la domanda, il nodo vero, resta: quattro casi in ventiquattro anni significa che il sistema giudiziario è così efficiente da non commettere errori “inescusabili” oppure è vero l’opposto, vale a dire che è il sistema di risarcimento al cittadino del danno inescusabilmente patito ad essere inefficace?

Chi frequenta le aule dei Tribunali conosce la risposta al quesito e dubita che la serenità di giudizio (presupposto indefettibile dell’attività di un magistrato) possa e debba coincidere con il concetto, ben diverso, di totale irresponsabilità. Il tema è serio, filosofico direi: è l’antica domanda “chi giudica il giudice?”, non diversa da quella, altrettanto attuale, di “chi controlla il controllore?”.

Tante possono essere le ricette e sarebbe davvero auspicabile un sereno ma franco dibattito di idee non sul “se” ma sul “come” si controlla il controllore nel rispetto dell’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.  Uno Stato democratico liberale, infatti, non può accettare che la risposta alla domanda “chi controlla il controllore?” possa essere “nessuno”. L’emendamento Pini, per quanto maldestro e frettoloso, ha almeno il merito di aver riproposto una domanda anestetizzata per quieto vivere per quasi un quarto di secolo.

Oggi i commenti dei media si concentrano sulle ricadute della vicenda nei fragili equilibri della compagine parlamentare che garantisce la fiducia al governo Monti ma è prevedibile che il nodo irrisolto, indipendentemente dalle sorti politiche di Silvio Berlusconi, raggiungerà il pettine nel prossimo futuro.


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

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