di CARMELO PALMA – Dell’inciucio elettorale di cui tanto si parla, prima di domandarsi cui prodest, occorrerebbe chiedersi quid est. Posto che serva, oggi, di più a questo o a quel partito, può servire domani a rendere la competizione politica più efficiente?

Da dove partiamo, lo sappiamo. Dal fallimento del bipolarismo “costrittivo”, dall’idea che un sistema “buono” possa surrogare partiti “cattivi”, dall’illusione che la meccanica formale della legge elettorale sappia piegare la dinamica sostanziale della politica. Sia col Mattarellum che col Porcellum, invece, ad uscire consolidato non è stato il principio maggioritario, ma quello “minoritario”. A finirne avvantaggiati, non sono stati solo i partiti medio-piccoli, ma tra questi, in particolare, quelli “anti-sistema”.

Pensare che tutto si possa aggiustare tornando ad un sistema elettorale analogo, nel funzionamento e negli esiti, a quello pre ‘94, sarebbe però un errore altrettanto fatale. Lo abbiamo già detto, e ci permettiamo di insistere, visto che il negoziato “segreto” si è fatto scoperto. Proprio perché la Seconda Repubblica, esattamente come la Prima, è fallita innanzitutto nei partiti, serve una legge elettorale che senza “inventare” partiti che ancora non ci sono, non si accontenti di quelli che ci sono e non si adatti, semplicemente, ai loro difetti.

La democrazia italiana è inefficiente perché ha partiti troppo piccoli, parassitari, rinunciatari. Una legge elettorale che premi partiti larghi, inclusivi e maggioritari – com’è nella proposta Ceccanti – non serve solo al PdL o al Pd. Servirebbe anche al Terzo Polo, che senza incentivi per diventare grande, rischia di morire da piccolo. Peraltro, se il Terzo Polo rinuncia all’ambizione di giocare elettoralmente alla pari con PD e PdL, politicamente cosa ne rimane?