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Formidabili quegli anni/6. Eravamo meglio? I miei ricordi dicono di sì

- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Forse erano migliori i nostri genitori. Avevano lavorato sodo per conquistare tutte le opportunità possibili che, in quell’Italia, in quell’Europa, in quegli anni si stavano aprendo e moltiplicando. Le grandi ideologie, sconfitto il Male assoluto del Nazismo e del Fascismo (del Comunismo Sovietico si cominciava appena a capire quanto male, usurpando la mistica della rivoluzione operaia, fosse già stato e continuasse ad essere), sembravano non una garanzia, ma una promessa, persino una guida per l’impegno politico e sociale, ad ogni buon conto di cambiamento positivo, di p r o g r e s s o. Di fronte a grandi problemi facevano la loro comparsa grandi uomini politici, temprati da lotte vere e orientati da pensieri forti. Grandi scrittori lasciavano tracce profonde in un pubblico che si avvicinava alla lettura e in un mondo politico che riconosceva gli intellettuali pubblici come portatori di idee. Grandi registi illuminavano l’immaginario collettivo e insegnavano la storia. Sembrava anche che la travolgente avanzata della politica si sarebbe incontrata con una società in evoluzione e in trasformazione che, grazie alle grandi migrazioni interne, avrebbe superato il “familismo amorale” che caratterizzava troppe zone non soltanto nel Sud. Eravamo anche giovani, portatori di speranze, alcune delle quali si realizzarono, altre sembravano tutt’altro che “belle e impossibili”. Le aspettative, nostre e dei nostri genitori, costituivano una molla, una motivazione. Soltanto in seguito, però, avrebbe fatto la sua comparsa l’individualismo, in verità l’egoismo competitivo.

Negli anni sessanta c’era spazio per tutti. Bastava impegnarsi, studiare e lavorare e si veniva premiati. Soltanto in seguito una società che si era mobilitata e attraverso le sofferenze aveva conquistato lavoro e benessere cominciò a ripiegarsi nel suo egoismo e nel suo corporativismo. Soltanto qualche anno dopo, la politica abbandonò le grandi visioni ideali, le Weltanschauungen, per occuparsi dei posti, delle cariche, delle carriere.  Molte aspettative furono soddisfatte spegnendo così slanci probabilmente ancora necessari. Molti spazi si chiusero. Genitori appagati, ovvero coloro che erano stati giovani negli anni sessanta e che avevano realizzato i loro desideri, smisero di trasmettere ai loro figli l’ansia del successo da misurarsi non soltanto in termini monetari e neppure in termini di visibilità, ma di un lavoro interessante più che importante, fatto bene, nel quale ci si poteva sentire realizzati. Durò almeno vent’anni, fra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta, quella effervescenza collettiva, quello slancio che trovava sbocchi politici, ma anche, come si direbbe oggi, “impegni nel sociale”. Tra l’assassinio di Moro e l’inizio del pentapartito firmato CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) tutto il sistema politico-sociale italiano si ingessò, molto più degli altri paesi europei, e si inquinò. Scomparve l’offensiva a favore del cambiamento. Vinse l’arroccamento difensivo, anche nel mondo politico (basta guardare alla persistenza e all’invecchiamento delle elites). “Chi ha avuto ha avuto avuto; chi ha dato ha dato dato. Scurdammece o’ passato”.

Purtroppo, nella palude delle corporazioni nessuno riesce a fare proliferare i germi della competizione e a trovare le risorse per premiare i meriti emergenti. Non siamo affatto una società senza passato, anche se lo ricordiamo poco e non sempre correttamente. Siamo, ahimé per voi, giovani, siete individualità poco capaci di praticare l’arte dell’associarsi, di differire le ricompense (“vogliamo tutto e subito”), di tentare, per quanto difficile, sia, di costruire il futuro. Non do consigli, ma so, con Cesare Pavese, che “chi non s’aiuta da sé nessuno l’aiuta”. Lo spazio non è solo l’Italia, ma il mondo. Non è già vostro; anzi, ma è il terreno sul quale misurarsi. Libertiatevi.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri
  3. Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia di Flavia Perina
  4. Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti di Giovanni Guzzetta
  5. Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68 di Luciano Lanna

Autore: Gianfranco Pasquino

Nato a Torino nel 1942. Politologo, docente universitario e accademico dei Lincei, ha insegnato nelle Università di Firenze, Harvard, della California a Los Angeles e alla School of Advanced International Studies di Washington. È attualmente professore ordinario di Scienza Politica al'Università di Bologna. E’ stato senatore dal 1983 al 1992 per la Sinistra Indipendente e dal 1994 al 1996 per i Progressisti.

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