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Con i piedi nella neve, in attesa del cambiamento climatico

– Facciamo finta che avete ragione voi. Facciamo finta che effettivamente l’ondata di freddo che ha colpito l’Italia non sia il frutto di un fenomeno meteorologico non frequente ma ben conosciuto, il cosiddetto Ponte di Voejkoff, che quest’anno ha portato la neve fin sulle coste del Nord Africa, ma dei cambiamenti climatici.

Facciamo finta che le temperature che stiamo sopportando derivino, non si sa come, dalla tropicalizzazione del clima e non dal fatto che è febbraio, e a febbraio fa freddo. Facciamo finta che sia vero (e infatti è vero) che il clima è una cosa e la meteorologia è un’altra, e che quindi un episodio non fa statistica in un trend di lungo periodo. Facciamo finta che abbia ragione anche Alemanno, e tutti i suoi colleghi che in questi giorni stanno dando una tanto desolante dimostrazione di come si gestisce la cosa pubblica (o i beni comuni, come piace loro dire), a dare la colpa al clima, al tempo che cambia e quindi che ne sappiamo noi che tempo fa, ai pesci del Mar Rosso nella laguna veneta, ai pini di Roma che la vita non li spezza ma la neve sì, perché non sono abituati come gli abeti del Nord, i quali invece dovranno presto far posto a filari di banani.


Ecco, facciamo finta che abbiano ragione loro. E proviamo a ripercorrere con la mente gli ultimi giorni della scorsa settimana: i treni bloccati per ore ed ore nella pianura tra Forlì e Cesena e quelli che si sono addormentati esanimi nella campagna romana, a pochi passi dalla Cassia bis, o sulle colline di Zagarolo, o al confine tra Lazio e Abruzzo, senza che nessuno sapesse come sbrogliare la situazione. Le auto incolonnate sul Grande Raccordo Anulare, finché gli occupanti stremati non hanno raccolto le ultime forze per abbandonarle e raggiungere le loro case a piedi, nella neve.

Gente che muore nell’abitacolo del camion bloccato in una superstrada (sì, una superstrada, non una strada di montagna). Città intere, come Roma, che non è abituata alla neve ma al caos sì, o Bologna, che invece (e forse è peggio) è abituata alla neve ma non al caos, lasciate per ore, giorni, in balia di loro stesse. Ripensiamo alle alluvioni di novembre, ai fiumi d’acqua, inattesi nella stessa misura in cui era inattesa la prima neve di febbraio, che hanno devastato lo Spezzino, Genova, il Messinese.

E ora immaginiamo che alla sfida degli estremi climatici, quelli dei quali le perturbazioni di queste ore, di questi mesi e di questi anni altro non sarebbero, secondo i più, che le prime deboli avvisaglie, ci arriviamo in questo stato. Con questo livello di preparazione, di organizzazione e di consapevolezza.

Perché il bello è proprio che sono loro, i consapevoli, quelli che hanno capito tutto prima degli altri, quelli che non perdono occasione di spiegarci che i cambiamenti climatici sono una cosa seria, e che proprio perché sono una cosa seria spendono un mare di danaro pubblico per finanziare le energie rinnovabili, nel disperato tentativo di ruotare la manopola del termostato del pianeta, che sfilano solenni alle conferenze sul clima e misurano ogni attività umana in tonnellate di CO2 equivalenti, sono proprio loro che non sono in grado di gestire neanche l’ordinaria amministrazione di un inverno freddo, di alcuni centimetri (o millimetri, a seconda dell’interpretazione più in auge) di neve, di sbloccare uno scambio ferroviario, di alimentare un ospedale o un’intera regione come la Toscana, in una parola di decidere per tempo quali misure vanno prese di fronte al terribile preavviso: “potrebbe nevicare”. E di assumersi la responsabilità di scelte adeguate alla banalità della situazione.

Abbiamo già parlato, in occasione dell’alluvione di Genova, di come lo spauracchio dei cambiamenti climatici rappresenti ormai, al pari di altre parole magiche come “dissesto idrogeologico”, una nuova meravigliosa occasione per derogare alle proprie responsabilità, prima fra tutte quella di amministrare l’esistente (e la neve a volte esiste, in questa stagione, anche a basse quote) prima di evocare ed esorcizzare scenari apocalittici per il futuro.

La scuola di mio figlio è chiusa da mercoledì scorso. Ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, le strade sono sempre state sufficientemente libere da consentire la circolazione senza particolari problemi. Siamo stati fortunati, tutto sommato, a giudicare da ciò che abbiamo visto succedere tutt’intorno a noi. Eppure le scuole sono chiuse. Quando ci si interroga sulle ragioni di questa decisione, che finora rappresenta l’unico reale disagio che la popolazione locale ha dovuto affrontare in questi giorni, chi di dovere risponde che data la situazione “non ci si poteva assumere la responsabilità” di mandare i bambini a scuola.

Meglio, molto meglio, chiudersi in un bunker (e chi si trova per caso fuori si arrangi) in attesa che passi l’inverno, che arrivi il disgelo, e che il bollettino della protezione civile avvisi che anche le responsabilità si sono sciolte come la neve al sole. E nel frattempo pensare ai cambiamenti climatici, ai pannelli solari, alla green economy.

Ha ragione Luciana Littizzetto: “Andasse affanculo l’effetto serra”. Chissà che a smettere di pensarci non ci facciamo trovare un po’ più preparati, al prossimo cambiamento climatico che dovesse arrivare. Magari già a cominciare dall’estate più calda del secolo, prevista come ogni anno tra giugno e settembre.

@LaValleDelSiele


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

5 Responses to “Con i piedi nella neve, in attesa del cambiamento climatico”

  1. Roberto Seven scrive:

    Facciamo finta che lei non ha capito cosa sta succedendo al clima del pianeta e questo vizi tutto il suo giudizio.

    ops… in realtà qui non possiamo fare finta perché lo ha capito benissimo ma motivi ideologici la obbligano a sostenere il contrario.

    Stia bene, se può.

  2. Giordano Masini scrive:

    Caro Roberto Seven, se avesse letto con attenzione l’articolo avrebbe realizzato che in nessuna parte dello stesso viene messa in discussione la fondatezza della teoria del global warming di origini antropiche. Non dispongo degli strumenti né per confutarla, né per dimostrane la validità, posso solo prendere atto di un dibattito scientifico molto interessante ed articolato che lascia ampi margini all’incertezza. Mi sono casomai occupato delle politiche che ne conseguono e di un atteggiamento piuttosto diffuso tra i nostri politici ed amministratori: quello di parlare dei cambiamenti climatici per scaricare lontano da sé la responsabilità di conclamate inefficienze nella gestione dell’ordinaria amministrazione. Giocare ad immaginarsi nuovi “modelli di sviluppo” è attività senz’altro meno sgradevole rispetto alla gestione della viabilità di un territorio interessato da una nevicata di febbraio.

    Ma lei, persona così scevra da qualsiasi condizionamento ideologico, di ulteriori chiarimenti non ha senz’altro bisogno.

    Stia bene anche lei, che senz’altro può.

  3. IO scrive:

    Piantaimola con queste STRONZATE. Il golbal warming NON E’ di causa antropica ma di natura solare. Ciò è stato dimostrato da studi approfonditi redatti da varie Università in tutto il mondo. Chi dice che sia l’uomo ad influire sull’aumento della temperatura del pianeta dice una SCHIFOSA BALLA.

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  1. […] 7 febbraio 2012 tags: alemanno, clima, global warming, neve by Giordano Masini Libertiamo – […]