Più libri, più lettori, più autori: a questo servirebbe abolire la legge Levi

– Nella bozza del decreto liberalizzazioni che circolava prima della stesura del testo definitivo partorito dal Consiglio dei Ministri, si concedeva ai rivenditori al dettaglio di praticare sconti in qualsiasi periodo dell’anno, di qualsiasi entità e per qualsiasi categoria merceologica. Un principio di buon senso, una grande e vera liberalizzazione che avrebbe favorito il libero svolgersi della concorrenza tra operatori del commercio, a vantaggio dei consumatori.

Pur riconoscendo i problemi di coordinamento che una norma di tal genere avrebbe determinato con la aggrovigliata regolazione nazionale e regionale del commercio, dei prezzi di vendita e dei saldi, sarebbe stato più opportuno che la misura non fosse stralciata, ma oggetto di miglioramento in sede di conversione parlamentare in legge. L’esecutivo ha invece rinunciato al colpo di bazooka, di fatto depotenziando la portata complessiva del decreto. Ma tant’è.
Provando a fare di necessità virtù, sarebbe bene far riemergere nel dibattito (e magari nell’esame parlamentare al Senato) una questione che ha sollevato non poche polemiche la scorsa estate – la disciplina del prezzo dei libri – oggetto persino di una petizione al presidente della Repubblica.

Dal primo settembre 2011 è in vigore un provvedimento (la cosiddetta Legge Levi) che conferma i vincoli già esistenti alle promozioni e agli sconti che i librai possono applicare al prezzo di copertina stabilito dall’editore, ma che a differenza del passato assoggetta alle nuove regole anche la vendita di libri on-line. In pratica, nei primi due anni dalla pubblicazione di un volume, la legge impedisce ai rivenditori di adottare in libertà le strategie di mercato basate su promozioni e sconti. È vietato, ad esempio, vendere i libri con uno sconto superiore al 15 per cento del prezzo di copertina. Le campagne promozionali vengono così fortemente limitate: non sarà ad esempio più possibile mantenere una promozione attiva per 5 settimane su uno stesso libro, o sfruttare le fiere e gli eventi simili per farsi conoscere e promuovere i propri libri anche con una politica di sconti superiori al limite fissato per legge.

Eppure l’obiettivo del legislatore dovrebbe essere quello di far entrare più libri nelle case degli italiani, usare le buone leve del mercato per promuovere la lettura: solo i radical-chic di sinistra possono pensare che il prezzo elevato non sia un disincentivo all’acquisto di libri. L’esempio di altre realtà europee è illuminante: grazie alle superpromozioni di librerie, grandi magazzini e portali web, i best-seller fanno capolino sul comodino degli adolescenti e sugli scaffali delle famiglie con un livello d’istruzione più basso, aprendo una “rotta” che altri volumi più sofisticati e di qualità seguiranno.

Quale sarebbe la ratio della Legge Levi? Facile: in Italia persino i librai e gli editori (con poche mirabili eccezioni) trovano più conveniente uno schermo normativo alla concorrenza e all’innovazione di processo, non diversamente dalla tante caste e castarelle che asfissiano l’economia. “C’è da difendere la piccola libreria di quartiere dalla concorrenza selvaggia di supermercati e grandi catene”, dicono i sostenitori del limite agli sconti. In realtà, come sottolinea Serena Sileoni, responsabile editoriale della piccola casa Liberilibri, in una recente intervista a Il Futurista “editori e librai hanno seri problemi di distribuzione che non si affrontano limitando gli sconti”. E’ davvero dubbio che la protezione dei “piccoli” per via normativa, ammesso che questa sia l’obiettivo della Levi, sia la via migliore per sviluppare la diversità e la qualità dell’offerta libraria. “Al contrario – sostiene ancora Sileoni nell’intervista – solo tuffandosi nell’oceano delle proposte promozionali i pesci piccoli avranno la possibilità di sfuggire alla voracità dei pesci grandi, ingegnandosi a percorrere ognuno le proprie strategie di fidelizzazione ed espansione della clientela”. Un esempio per tutti: il commercio elettronico, che rappresenta una piattaforma di vendita unica per efficienza e economicità proprio per l’editoria di nicchia e gli autori meno famosi, è penalizzato come pochi dalle nuove limitazioni agli sconti e alle promozioni.

Più volumi nelle case degli italiani ad un prezzo più basso, più lettori e più autori: a questo servirebbe la liberalizzazione del prezzo di vendita dei libri.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Più libri, più lettori, più autori: a questo servirebbe abolire la legge Levi”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Sottoscrivo.
    Aggiungerei che vanno abolite tutte le norme che ostacolano la concorrenza e il libero mercato: ordini, corporazioni, monopoli, oligopoli, ecc.
    Altrimenti, l’Italia sarà sempre a livello di chi si gloria del medioevo (come se ci fosse di che gloriarsi!) e ha ben poco futuro davanti che non sia medioevo.

  2. gianna scrive:

    Avete visto ieri sera Pupo a Sanremo? Io ho comprato il suo nuovo libro “La Confessione”, un giallo ambientato a Sanremo.Davvero ben scritto,non pensavo che potesse essere così valido come scrittore.Ve lo consiglio.

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