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Formidabili quegli anni/5. L’immaginario ‘rivoluzionario’ di quelli che non hanno fatto il ’68

Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Intanto, una precisazione. Il sottoscritto negli anni Sessanta era appena nato, nei Settanta ha frequentato la scuola media e poi, fino al luglio 1979, il suo liceo di provincia. Per cui non era e non poteva certo essere un attivista di qualsiasi colore, semmai un ragazzo che guardava tanta televisione, leggeva molto, ascoltava musica, cresceva… E che è arrivato ventenne, da universitario, al giro di boa degli anni Ottanta con tanta voglia di capire, di sperimentare, di esserci. Ma in una forma nuova, lontanissima da qualsiasi idea o pratica di militanza, prossima semmai a una rinnovata idea di impegno.

Detto questo, resto po’ convinto e consapevole che mai come nel decennio dei Sessanta l’Italia abbia sperimentato un processo positivo e crescente di cambiamento nel costume, nella modernizzazione, nelle riforme anche politiche e sociali. Non c’è bisogno di attingere ai miei ricordi d’infanzia per ripercorrere l’entusiasmo di un’Italia che cominciava a uscire davvero dalle ferite della guerra, che si unificava davvero (anche linguisticamente) attraverso la televisione, che iniziava a far vivere anche ai ceti meno ricchi le pratiche del tempo libero e delle vacanze, che consentiva alle ragazze di mettersi la minigonna e ai ragazzi di andare al liceo anche senza giacca e cravatta.

Erano gli anni del boom, degli elettrodomestici in ogni casa che trasformavano la vita quotidiana anche nelle provincie più sperdute, della musica pop e dei cantautori che mandavano in archivio la retorica “cuore-amore” dei vecchi tempi, della nuova scuola media obbligatoria, dello statuto dei lavoratori, del nuovo diritto di famiglia, della Chiesa conciliare, dell’ecumenismo, della presa di coscienza dei diritti civili. Ed erano anni che trovarono indubbiamente grandi mezzi – letterari, cinematografici, giornalistici –  che li raccontarono, spesso in presa diretta. Ancora di più i Settanta, che saranno davvero straordinari sul piano della creatività, della cultura e delle idee, non solo in Italia.

Non si riesce però a capire, di contro, la demonizzazione pubblicistica dei Sessanta e dei Settanta che proviene da qualche anno soprattutto da settori del centrodestra italiano. Un’operazione-nostalgia per il moderatismo degli anni Cinquanta. Un’operazione che sembrerebbe voler legittimare come “normale” e da riproporre quel quadro sociale precedente, in cui – tanto per fare qualche esempio concreto – il lavoro precario e precarizzato era all’ordine del giorno, non era stato introdotto il diritto al divorzio, si diventava maggiorenni e quindi si votava solo a ventuno anni, i meridionali erano costretti a emigrare al Nord o addirittura all’estero, non era ancora arrivata la riforma del diritto di famiglia, tanto che vigeva ancora la potestà maritale, la Rai era ancora quella pedagogica e moralista dell’era Bernabei, la censura mandava quotidianamente al rogo film, libri, musica, addirittura fumetti… E, ancora peggio, le caste erano rigidamente chiuse e autoreferenziali mentre l’accesso all’università era bloccato.

Negli anni Settanta – ha scritto in merito il critico cinematografico Gianni Canova sul Foglio – io ho frequentato il liceo e poi l’università. Se fossi nato un poco prima o un poco dopo, uno come me, figlio di migranti, all’università non ci sarebbe andato. Uno come me, senza quegli anni che per Sacconi sono terrificanti, avrebbe seguito il destino dei padri, sarebbe rimasto nella classe in cui era nato. Quegli anni sono stati infatti l’ultimo e forse perfino l’ultimo grande momento in cui l’ascensore sociale ha funzionato”. Dopo, chiuso quel ciclo, a partire dagli anni novanta, la società italiana si è di nuovo chiusa a riccio e ha tirato fuori tutti gli aculei possibili per lasciare, come concludeva Canova, “tutti nella classe, nella razza, nel sesso sbagliato…”.

Poi – è vero anche questo – c’è stato l’“altro volto” dei Settanta – ma non dei Sessanta né degli Ottanta – espressosi parallelamente a tutto il fermento che abbiamo evocato e che risiede nella deriva militarizzata dello scontro politico. Una deriva che, anche con le esasperazioni del terrorismo e dell’ideologizzazione “sinistrese”, non solo tradiva ma sostanzialmente uccideva l’autentico spirito libertario e democratico di quel decennio. Sui giornali e in televisione qualcosa di tragico in fatti contraddiceva quotidianamente il cambiamento sociale che era in atto: dalla bomba di Piazza Fontana (dicembre 1969) alle altri stragi impunite sino al terrorismo e alla guerriglia urbana, per arrivare alla tragedia dei tanti ragazzi e adolescenti morti in nome di una presunta “politica”, da una parte e dall’altra. Oltre all’ulteriore clima di intimidazioni all’ordine del giorno, di agguati e di minacce, di tensioni e di paure diffuse, di criminalizzazione delle aree radicali e di legislazione dell’emergenza, di estensione e abusi della pratica dei cosiddetti servizi d’ordine, di reazioni impaurite delle maggioranze silenziose e di riesumazione di un antifascismo fuori tempo massimo, di fobie per minacce di golpe da una parte e di allarmi per il pericolo comunista dall’altra.

Ripeto, in una parola, una deriva impazzita da militarizzazione della politica. Giustamente ha scritto Walter Veltroni: “I terribili Settanta li rivedo oggi come anni di speranze trasformate in certezze, di certezze ridotte a speranze. I quali, poi, sul finire diventano una cappa di piombo, una stanza fredda, violenta e serrata come quella dell’angelo sterminatore di Bunuel…”.

Anche alla luce di tutto questo come è possibile, si chiede Claudia Biancotti, che una stagione nei fatti non brillantissima abbia finito per dominare l’immaginario? E la risposta sta tutta in una sua successiva domanda, con la quale si chiedeva se non fosse comunque vero che l’Italia dell’epoca metteva in primo piano le energie fresche di uomini e donne trentenni, mentre oggi si  un po’ tutti trattati come adolescenti e si finisce per sentirsi ancora tali. E a questo punto, secondo me, la palla torna alla generazione che non ha fatto in tempo a vivere da protagonista “quegli anni” ma oggi nel dibattito pubblico viene già scavalcata, considerata fuori gioco. E’ la generazione degli ex baby boomer, i nati grosso modo tra il 1954 e il 1965, odierni quaranta-cinquantenni che hanno attraversato con entusiasmo quel decennio di cambiamenti  che sono stati gli anni Ottanta ma che, nei novanta, ne hanno registrato il tradimento e l’involuzione.

Un sociologo, Fausto Colombo, ha dedicato a loro un bel libro in prima persona – Boom. Storia di quelli che non hanno fatto il ’68 (Rizzoli) – concludendo: “Noi non abbiamo forse avuto grandi occasioni, ma ci siamo costruiti dentro, con le nostre convinzioni piantate dentro dalla vita. Per esempio che i rapporti personali contano più del lavoro e del potere, e quindi vale la pensa essere amati più che temuti. Che si ha tutti diritto a una cultura viva e non noiosa, ma anche quella costa fatica. Che se qualcosa si rompe si può aggiustare. Che il mondo va percorso con fiducia e coraggio, senza paura del diverso, perché dovunque si va si trova sempre un po’ di noi . Che è bello essere creativi e partecipi. Che insieme si va lontano…”.

Ecco, è questo – più che quello delle nostalgie masticate dei decenni eroici – l’immaginario potenzialmente condiviso che, a mio avviso, dovrebbe segnare il percorso di chi vorrebbe “cambiare” gli anni che verranno.


Autore: Luciano Lanna

Nato nel 1960 a Valmontone, laureato in filosofia, giornalista e scrittore, è stato direttore responsabile del Secolo d'Italia, vicedirettore de L'Indipendente e caporedattore del bimestrale Ideazione. Ha collaborato con quotidiani, riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto con Filippo Rossi Fascisti immaginari (2003). Il suo ultimo libro è Il fascista libertario (2011)

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