– Alcuni giorni fa, durante una puntata di Otto e Mezzo, il ministro Elsa Fornero ha ventilato la possibilità che possa essere introdotto un congedo di paternità obbligatorio per favorire il superamento “di un gap soprattutto culturale del paese

Si tratta senza dubbio di una riflessione interessante, in quanto nonostante gli evidenti mutamenti culturali di questi ultimi decenni permangono ancora delle resistenze nei confronti della partecipazione maschile alla cura diretta dei figli.

Gli uomini già oggi possono richiedere un congedo genitoriale, ma certamente è vero che non si tratta ancora di una prassi pienamente “accettata” in ambito sociale e professionale.

Se l’obiettivo, quindi, è di contribuire ad una pieno riconoscimento del ruolo genitoriale dei padri sicuramente l’ipotesi di un periodo di congedo obbligatorio potrebbe essere ragionevolmente e pragmaticamente valutata – anche nell’ottica di promuovere una visione inclusiva della parità di genere che tenga conto con spirito positivo delle problematiche che riguardano gli uomini.

Meno utile e meno accettabile, invece, sarebbe che una simile iniziativa legislativa sottendesse ad un secondo fine – quello di imporre ostacoli artificiali alle carriere maschili nell’ottica di un’equalizzazione “al ribasso” della competitività professionale di uomini e donne. Si tratterebbe di un errore anche per la salute economica complessiva del paese.

Da questo punto di vista farebbe parecchia differenza se si pensasse ad un periodo di congedo obbligatorio di qualche settimana, mirato a sdoganare simbolicamente l’importanza della presenza paterna, oppure invece ad uno stop forzato di alcuni mesi che potrebbe comportare per i padri un danno per le prospettive lavorative.

In quest’ultimo caso un’unintended consequence potrebbe rivelarsi un’ulteriore declino della natalità, per il vantaggio che le persone senza figli – uomini e donne – potrebbero conseguire sui genitori – uomini e donne –  costretti ad uno o più periodi di lontananza dall’azienda.

Per analizzare compiutamente  la questione, tuttavia, è necessario portare sul tavolo una serie di considerazioni ulteriori.

Innanzitutto, da un punto di vista liberale prevale, sempre un certo scetticismo quando si tratti di forzare la mano per via legislativa all’evoluzione dei costumi e di costruire attraverso la politica un modello di società buono a priori.

In questo senso se il concetto di neutralità della legge rispetto al genere sessuale è sicuramente un valore, l’imposizione per via legale di un modello sociale “androgino” non è migliore – sul piano del principio – della cristallizzazione istituzionale dei ruoli sessuali tradizionali.

Più che sugli obblighi, pertanto, l’accento dovrebbe essere posto sul diritto individuale alla scelta e sulla libera negoziazione all’interno della coppia dell’equilibrio che maggiormente le si confà.

Non c’è dubbio che vari fattori giochino oggi a favore di una maggiore interscambiabilità tra ruolo materno e ruolo paterno, ma è anche vero che molti uomini e molte donne continuano ad avere una legittima preferenza per una divisione dei compiti più classica, dove il marito è l’unico o il principale percettore di reddito e la moglie si occupa maggiormente della dimensione domestica. Ed in un momento storico in cui si discute del valore della diversità e dell’opportunità di accettare nuovi e diversi tipi di famiglia sarebbe il colmo che lo Stato pensasse di dichiarare “fuori legge” proprio il modello di famiglia tradizionale e cercasse di far sentire gli uomini e le donne che in essa si riconoscono come “culturalmente inferiori”.

Peraltro, nell’ottica della valorizzazione della paternità, un congedo obbligatorio potrebbe persino rivelarsi un’ipocrisia se contemporaneamente non ci si decidesse a mettere mano a quelle norme ed a quelle consuetudini interpretative che, per altri versi, istituzionalizzano per l’uomo un ruolo da genitore di serie B.

E’ il caso, in particolar modo, delle sentenze per l’affidamento dei figli in caso di separazione che tuttora nella maggior parte dei casi si risolvono nell’affido esclusivo alla madre, anche in spregio allo spirito della riforma varata nel 2006. Che senso ha obbligare i padri a cambiare pannolini se poi da un giorno all’altro possono vedersi sottratti i propri bambini e venire costretti in una posizione di marginalità?

Prima di poter parlare di “paternità obbligatoria”, servirebbe valorizzare davvero la “paternità volontaria” – cioè riconoscere i diritti e le aspettative di tutti quei padri che vogliono fare i padri e che tuttora sono privati della possibilità di mantenere un rapporto equilibrato con i loro figli.

Da questo punto di vista, va ricordato che questo parlamento avrebbe la possibilità di dare una risposta definitiva alla questione, attraverso l’approvazione dell’affido condiviso “effettivo”. Se avrà il coraggio di farlo, vorrà dire che sta facendo sul serio sul terreno dell’uguaglianza di genere. Altrimenti iniziative come quelle del congedo rischiano di essere poco più di un belletto.

Infine lo strumento stesso del congedo – di maternità o di paternità – andrebbe forse meglio soppesato. In effetti si tratta di un dispositivo che è ritagliato su misura sul lavoro dipendente e più ancora su un lavoro dipendente ripetitivo, dove ci si può sganciare in qualsiasi momento e riprendere dopo un tempo a piacere da dove si era rimasti.

Peggio si adatta invece ad incarichi che prevedano responsabilità ed alta qualificazione e sempre meno si adatterà in futuro a scenari di lavoro flessibile dove non è affatto detto che a distanza di qualche mese si ritroverà la propria sedia dove la si è lasciata.

Per questo forse andrebbero concepiti modelli di “conciliazione” alternativi al congedo, magari attraverso il superamento del concetto della presenza fisica costante sul posto di lavoro come principale “misura” del dipendente a favore invece di una valutazione delle risorse che avvenga soprattutto per obiettivi.

Insomma, non c’è dubbio che il ruolo della paternità rappresenti una questione sociale di enorme importanza e finora nei fatti sottovalutata. Il dibattito sul congedo per i padri potrà contribuire a prenderne coscienza, ma dovrà essere affrontato tenendo presente tutte le facce del prisma perché il confine tra fare qualcosa di utile per i padri e più in generale per il paese ed implementare politiche costrittive ed inefficienti potrebbe essere sottile.