di DIEGO MENEGON – Monti ha ribadito i suoi propositi: varare entro marzo una riforma del lavoro che anteponga la ripresa economica alla sacralità di alcuni dogmi. Una riforma del lavoro è quanto mai necessaria, sia per ridar fiato all’economia, che per dar speranze a chi oggi cerca lavoro.

In pochi anni, il lavoro flessibile, o precario, che dir si voglia, ha sia creato che distrutto occupazione.
Nel 1996, il tasso di disoccupazione in Italia si attestava all’11,2%, superiore di 4 decimi percentuali alla media dei paesi che di lì a poco avrebbero adottato la moneta unica europea. Nel 1997 viene varato il cosiddetto pacchetto Treu, la legge che ha introdotto le prime forme di lavoro flessibile (o precario), quali il lavoro interinale, il contratto a tempo determinato, il part time, i contratti di formazione lavoro, i tirocini e gli stage.
Sei anni dopo fu approvata la Legge Biagi, che ha completato l’edificio del lavoro flessibile. Quattro anni dopo il tasso di disoccupazione scendeva al 5,9%, quasi due punti percentuali in meno rispetto alla media dell’area Euro.

Il dibattito pubblico, fino a tre anni fa, non aveva al suo centro la mancanza di lavoro, ma la sua qualità, le tutele per quanti non riuscivano ad ottenere un mutuo, la dicotomia del mercato del lavoro, diviso da una tipologia di contratto sorretto da diritti stringenti e da una selva di contratti di breve durata.

Alla prova della crisi, il dualismo del mercato del lavoro non ha retto. Il precariato si è tradotto in disoccupazione. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,9%; quasi un milione di persone in più cerca lavoro. Ma se scomponiamo il dato ci accorgiamo che a cercare lavoro è il 31% dei giovani dai 15 ai 24 anni. Un dato di 10 punti percentuali più alto della media dell’area euro.

Le imprese che hanno tra i propri dipendenti prevalentemente lavoratori con contratti di tempo indeterminato sono più esposte alla crisi e al rischio di rimanere schiacciate dal fisco, dalla burocrazia e dalla rigidità del mercato del lavoro. L’unica via di fuga, in alternativa alla chiusura immediata, è la cassa integrazione e la mobilità (nel 2011, la sola cassa integrazione ha coinvolto circa mezzo milione di lavoratori). Le imprese che hanno fatto più largo uso di contratti flessibili, possono adeguare la propria forza lavoro al volume di affari che va riducendosi, lasciando però a casa persone, per lo più giovani, a cui non spetta alcun sussidio. Nel 2011 sono stati spesi 18 miliardi di euro per politiche passive del lavoro (sussidi, cassa integrazione e mobilità). Ma le risorse non sono state equamente distribuite. A chi accede alla cassa integrazione viene garantito l’80% dello stipendio e la costanza del rapporto di lavoro. A chi conclude un rapporto di lavoro a tempo determinato non spetta nulla.

Assumiamo, invece, il punto di vista di un’impresa che vuole investire in Italia; questa si trova di fronte a un dilemma: scommettere sui propri dipendenti stipulando contratti a tempo indeterminato nella consapevolezza che i costi di licenziamento sono elevati e che un processo davanti al giudice dura in media 2 anni e 9 mesi; oppure, giocare su un forte turnover, con contratti a tempo determinato, disperdendo però le energie investite in formazione. Spesso, nell’incertezza, desiste dai suoi intenti.

Per superare il dualismo del mercato del lavoro, la soluzione capace di metter d’accordo più persone (almeno tra quanti non fanno dell’articolo 18 un tabù) è il contratto unico del lavoro. Stop al precariato, ma al prezzo di minori rigidità in uscita. L’idea è semplice: falcidiare la selva di contratti esistenti sostituendoli con un solo contratto, a tempo indeterminato. Le tutele in caso di licenziamento sono costituite da un ammortizzatore sociale a copertura universale.

Per garantire la certezza del diritto a quanti hanno già stipulato un contratto a tempo indeterminato secondo condizioni che tenevano conto per l’appunto delle tutele giuridiche sottese al rapporto, le nuove regole potrebbero valere solo per i nuovi contratti. Le posizioni si diversificano quando si tratta di stabilire su chi debba ricadere il costo degli ammortizzatori sociali. La proposta di legge Raisi-Della Vedova prevede un’indennità, rapportata all’anzianità, a carico dell’impresa, a cui si aggiunge un sussidio erogato per un anno attraverso i contributi sociali versati da lavoratori e imprese all’INPS. La proposta Ichino prevede la costituzione di enti bilaterali diversi dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, che raccolgono i contributi delle imprese.

Il modello proposto, che avvicinerebbe l’Italia all’idealtipo di flexsecurity danese, ripianerebbe, nel tempo, le distorsioni create dalle normative vigenti. Molte garanzie oggi precluse ai cosiddetti precari verrebbero riconosciute a tutti. Perdere il lavoro non sarebbe più un dramma e il mutuo non più un miraggio. Il contratto unico presenta vantaggi anche per le imprese: possono investire sulla formazione dei propri lavoratori potendo contare sulla loro crescita in azienda, avrebbero un quadro più certo dei costi del licenziamento e questo incentiverebbe nuove assunzioni e quindi nuove opportunità per chi cerca occupazione.