Nell’Italia delle questioni irrisolvibili, le soluzioni sono sempre sbagliate

– La sera feci una divertente conoscenza. Mi fermai in una botteguccia di merciaio sulla via principale per  farvi alcuni piccoli acquisti. Mentre stavo davanti al negozio ad osservare la merce, si levò una leggera folata di vento, che in un attimo, turbinando lungo l’intera strada, riempì botteghe e vetrine di polvere.
<<per tutti i santi>> esclamai <<di dove viene, mi dica, tanta sporcizia nella vostra città? Non è possibile rimediarvi?>>  Questa via di Palermo gareggia in lunghezza e bellezza col Corso di Roma; la pulizia dei marciapiedi è assicurata da tutti i padroni dei negozi e dei fondachi laterali, che scopano instancabili, spingendo l’immondizia nel mezzo della strada e rendendola pertanto sempre più sudicia, sicché una ventata basta a restituirvi tutti i rifiuti di cui l’avete gratificata. A Napoli, ogni giorno, dei bravi ciuchini portano la spazzatura negli orti e nei campi: << non potreste anche voi prendere un’ iniziativa del genere?>>
<<Da noi le cose stanno come stanno>> replicò il bottegaio << quel che buttiamo fuori di casa rimane a marcire a mucchi davanti alla porta>> (…)
Quando gli ripetei  la domanda se non vi fosse modo di ovviare al guaio, mi rispose che, secondo la voce popolare, proprio coloro che avrebbero dovuto provvedere alla pulizia delle strade non si potevano costringere, dato il grande ascendente di cui godevano, a far buon uso del pubblico denaro; si aggiungeva la bizzarra circostanza che, rimuovendo quel lurido strame, sarebbero divenute visibili le pietose condizioni del lastrico sottostante, il che avrebbe messo in luce le malversazioni d’un altro ramo delle casse civiche. Ma tutte queste, continuò con beffardo sottinteso, non erano che dicerie di malintenzionati – mentre lui condivideva l’opinione di chi affermava che quello strato morbido di immondizia riusciva gradito alla nobiltà, desiderosa di fare la sua tradizionale scarrozzata su di un terreno elastico. E qui il negoziante, una volta preso l’aire, commentò facetamente parecchi altri abusi del potere, dandomi la consolante prova che l’uomo conserva pur sempre abbastanza umorismo per ridere dei mali cui non può sottrarsi.

Le parole che avete letto finora le ha scritte Johann Wolfgang Goethe alla fine nel settecento in una pagina del suo straordinario diario “Viaggio in Italia”.

Una pagina che è un racconto esemplare, per certi versi una parabola. Racconto di quelli che una volta venivano posti all’attenzione degli studenti per introdurli alle chiavi di interpretazione del presente. Il senso di questa pagina  di diario (uno dei sensi) è quello di una “Italia del paradosso”. Paradosso sociale, culturale, politico. Il livelli ideologici e pragmatici di ogni singolo cittadino si fondono nella dimensione culturale paradossale  delle nostre istituzioni e delle loro  azioni. Cittadino e istituzione sono espressione della nostra cultura.

Viviamo da sempre nella patria dell’irrisolvibilità dei punti di vista e dei ruoli. Non siamo protestanti, quindi manco calvinisti. Viviamo felicemente la nozione di verità nei suoi termini di assenza. Non siamo, quindi, binari. Le nostre sono logiche analogiche. Allo 0/1 e al bianco/nero preferiamo le logiche transitive, ossia, il “né, né”. Forme e stati in modificazione continua. Le forme della nostra cultura  sono come la realtà, nel senso che le assomigliano e si adeguano ad essa. Non sono binarie nel senso che non cercano di ricondurre la realtà a principi attraverso i quali fondare la lettura della realtà stessa.

Le formule di autorappresentazione della politica sono una perfetta espressione di questa logica. Nell’oggi, ad esempio, la classe dirigente politica si autosospende per far svolgere il lavoro sporco ad una presunta classe di tecnici ma poi, tranne in casi rari, non si schiera compiutamente né a favore, né contro i tecnici.

Chi si pone al di fuori della poetica del “né, né” nell’immaginario politico del nostro paese non può che essere inteso come un “fuori contesto”, o come un “non pervenuto”, o ancor peggio come un provocatore. Mario Monti, che è di attitudini protestanti, ergo binarie,  non può che essere letto socialmente in tal modo. Il premier pone  alla riflessione comune un punto di vista “risolutivo” di  argomenti che in Italia potremmo tranquillamente definire aporie o più chiaramente “irrisolvibilità culturali”. L’ultima è quella rappresentata dalla frase di Monti: ‘Il posto fisso, che monotonia’.

Scanalando sul web ho trovato questi tre commenti:
1) La frase di Monti sui giovani e il posto fisso: se l’avesse detta Steve Jobs tutti sarebbero stati ad osannarlo, come stanno ad osannare la sua  frase “stay hungry, stay foolish!”. Se invece la dice Monti ecco che arrivano gli incazzati, i distinguo italioti… mah.
2) E Monti ti dice che il posto fisso è noioso, meglio scegliere una carriera più dinamica. Niente da dire, però sarebbe, forse, più onesto se dicesse chiaramente che non è questione di noia, ma di necessità. Che la scelta non esiste. Fa rima e c’è, stacce.
3) E adesso ci spieghi perché le banche di merda non ci danno un mutuo se non abbiamo un posto fisso!

Queste tre riflessioni hanno tutte e tre un principio di verità. Ecco cos’è un’aporia – ecco in cosa consiste la nostra logica. Non riusciamo a venirne fuori. Questa è la nostra forza e la nostra debolezza. Ma forse una certezza l’abbiamo… ci ricorda una ragazza su Facebook: “L’unica garanzia che l’ uomo deve avere presente è la morte così rimarrà vivo per sempre”. E abbiamo risolto l’aporia.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Nell’Italia delle questioni irrisolvibili, le soluzioni sono sempre sbagliate”

  1. Andrea Benetton scrive:

    Francesco, Steve Jobs aveva l’autorevolezza e una storia alle spalle per poter dire quello che ha detto. E’ una questione di avere una storia coerente con quello che si dice.
    Solo in Italia, una persona appena nominata senatore a vita fa la ramanzina sul posto fisso. Solo in Italia non si chiede mai coerenza tra dire e fare.
    E’ un problema di sostanza non di “comunicazione”.

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