di CARMELO PALMA – La responsabilità civile dei magistrati è tema che certo appartiene al repertorio berlusconiano. Come tante delle cose giuste, che il Cavaliere ha spregiudicatamente usato per ragioni ingiuste e per cause sbagliate – e non solo in materia di giustizia – anch’essa appare “in sé” berlusconiana, come una parte del conflitto di interesse politico-giudiziario che il Cavaliere si è portato appresso per quasi vent’anni. Ma non è affatto così.

Il tema infiammò l’Italia ben prima che Berlusconi se ne servisse e altri si servissero di Berlusconi per sputtanarne la rispettabilità. Fu il caso (giudiziario) Tortora ad aprire il caso (politico) della disuguaglianza dei giudici davanti alla legge. L’ostilità del “partito dei giudici” rimonta ad allora, ben prima che, nell’Italia berlusconiana, il “partito degli imputati” si incaricasse di fronteggiarla in una guerra continuamente dichiarata e sempre perduta.

Quando nel 1987 il “partito dei giudici” provò a spiegare all’Italia che la libertà dei magistrati si fonda costituzionalmente sulla loro irresponsabilità, la persuase così poco che anche i partiti più disponibili a fiancheggiarne le ragioni preferirono declinare lo scontro referendario, intrupparsi nel fronte del Sì e poi incaricarsi del lavoro sporco. A fare cioè in modo che nulla cambiasse, dopo che, con il voto dell’’80% degli italiani, tutto era in teoria cambiato. Arrivò la legge Vassalli e da allora – è passato quasi un quarto di secolo – nulla si è più mosso, neppure di un millimetro.

Ieri il fronte berlusconiano ha segnato un punto. Dell’emendamento approvato alla Camera alla legge comunitaria si può dire “garantisticamente” tutto il male possibile: rispetto al cosa, al quando, al dove e al perché. E’ stato un agguato teso da un partito, il PdL, che aveva poche ore prima concordato il voto contrario all’emendamento e l’approvazione di un ordine del giorno che impegnasse il governo a presentare un testo organico sul tema in tempi rapidissimi. Non servirà a nulla, se non a incarognire una discussione già, di per sé, fin troppo sensibile. Indebolirà la posizione del Ministro Severino e di quanti (non so quanti) vorrebbero che il confronto sul tema finisse in riforma e non in caciara. Offrirà argomenti ad adiuvandum a quanti denunciano il carattere disuguale e opportunistico del garantismo berlusconiano. Tutto vero.

Degli argomenti dei contrari – di quelli per cui “la responsabilità civile dei magistrati è un attentato all’indipendenza della magistratura” – non può però dirsi meglio, anzi occorre onestamente dire peggio. E peggio, mille volte peggio, deve dirsi di questa sorta di opera dei pupi – lo scontro eterno tra i paladini della giustizia e i saraceni dell’ingiustizia – che i pupari sono sempre pronti a mettere in scena quando la discussione inciampa in uno degli impronunciabili tabù del politicamente corretto. La responsabilità civile dei magistrati è diventata l’articolo 18 della giustizia.

Non se ne può parlare e chi se ne dichiarava persuaso deve oggi opportunamente ritrattare, per non darla vinta al Caimano. Ma non si serve così la causa della giustizia. L’emendamento Pini va rottamato? Perché – come dice il ministro Severino – va migliorato o perché apre un dossier che deve rimanere chiuso?