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Quando la “natura” chiama, Levi’s risponde

– Con l’ecologico tanto in voga, anche i jeans si tingono di ambientalismo.

E così Levi’s, il leggendario marchio di pantaloni, ha deciso di mettere sull’attenti le industrie forestali asiatiche, minacciando la rottura dei rapporti commerciali qualora i suddetti non si adeguassero agli standard di sostenibilità per arginare il disboscamento delle foreste pluviali. La casa di moda di San Francisco non si è limitata agli avvertimenti e ha già provveduto a troncare le relazioni con diversi fornitori.

Nobile causa, si direbbe, ed è bene che colossi come Levi’s disincentivino comportamenti nocivi per i polmoni verdi del pianeta. A ben guardare, però, non è certo un disinteressato e pregevole sentimento ambientalista a muovere Levi’s, bensì una ragionata operazione commerciale. Dato il potere che le lobby ambientaliste detengono, sarebbe alquanto sconveniente contraddirle; senza contare, poi, la pubblicità gratuita che il gruppo d’abbigliamento ha ricavato da una strategia impeccabilmente in linea con i dettami del sentire ecologista così di moda.

Ben venga, penseranno alcuni, che dei gruppi di pressione come Greenpeace e una mentalità diffusa costringano le aziende a voltare le spalle a chi antepone il profitto al futuro del pianeta, al di là delle ragioni che le muovono. Tuttavia, prendendo le mosse da un dibattito di superficie, il criterio seguito dagli ambientalisti nel mettere all’indice certe aziende merita un’analisi più profonda.

I produttori abbandonati da Levi’s sono rei di aver contravvenuto ai dettami della certificazione FSC – Forest Stewardship Council – che fissa degli standard pressoché irraggiungibili per le disponibilità delle aziende dei paesi emergenti, dando luogo a forti discriminazioni commerciali tutte a favore dei più fortunati competitor occidentali, protetti in tal modo da un colbertismo in salsa ecologica.

Realisticamente, non c’è da biasimare Levi’s per aver difeso i propri interessi aziendali, ma Greenpeace e gli altri in combutta con il Forest Stewardship Council. Il peccato originale delle lobby verdi non è certo quello di pretendere comportamenti più rispettosi nei confronti della Terra, ma confondere la tutela ambientale con l’ideologia anticapitalista che demonizza la crescita e la produzione.

E’ soltanto grazie al maggiore benessere che la Londra di Dickens è diventata la metropoli dei bus elettrici. Ostacolare lo sviluppo asiatico con metodi protezionisti non giova alle foreste pluviali ma al bieco sfruttamento della manodopera – troppo spesso minorile – e delle risorse naturali.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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