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Formidabili quegli anni/3. Più che l’ideologia, contò la demografia

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Nel 2008 il network americano Abc produsse una serie ispirata alla più famosa canzone di David Bowie, Life on Mars.

La trama è suggestiva: il protagonista Sam Tyler è un detective della polizia di New York che, a causa di un incidente, si risveglia nell’anno 1973 e si ritrova in servizio nella squadra investigativa del 125º distretto della Grande Mela. La forza della serie è la ricostruzione fedele del clima metropolitano degli anni ’70.

E la cosa più sorprendente è la quantità di giovani che si vedono ovunque: sono giovanissimi i poliziotti, i giornalisti, i passanti, i frequentatori di bar, ristoranti e locali. Un effetto straniante, che in parte si ritrova anche negli “esterni” di una fiction italiana molto famosa, Romanzo Criminale.

Quando ci chiediamo perchè gli anni Settanta sembrano “pieni di sostanza” rispetto agli attuali, più veloci e più interessanti, parliamo anche di questo. Tra il 1945 e il 1960 in Italia il numero annuo delle nascite superò il milione. Nell’anno scolastico 1962-1963 gli alunni delle scuole medie erano 4 milioni e 800mila. Per fare un raffronto, oggi in Italia i ragazzi fra i 15 e i 19 anni (stranieri compresi) sono appena 2 milioni e 800mila. Forse il numero non è potenza, ma è sicuramente energia. Significa più innovazione, più curiosità, più velocità, più interazione personale, più dinamismo.

Il martirologio degli anni di piombo ha cancellato la straordinaria avventura politico-esistenziale dei baby boomers, che non hanno generato solo estremismi e sangue ma soprattutto, e per la prima volta, una cultura generazionale condivisa molto più profonda e persistente di quello che comunemente si pensa.

Era la cultura dell’assemblea e dell’impegno: la musica, la letteratura, la politica, il viaggio, persino la moda o il cinema, non potevano essere solo “consumati”, perché c’era l’ambizione di produrli in proprio, a propria immagine, senza mediazioni.

La retorica degli adulti ha raccontato quegli anni come quelli dei “cervelli all’ammasso”, dell’ideologia che annienta l’individualità. In realtà furono quelli del superamento continuo, a destra come a sinistra, del luogocomunismo: sul mio versante ricordo la scoperta del fantasy o della musica rock (che qualcuno, a destra, ancora recensiva come “musica del demonio”) e la curiosità per autori di nicchia, da Fante a Chatwin, che stavano benissimo a fianco di Celine o La Rochelle. Ricordo le fanzine di fantascienza, le avventure grafiche dei Metal Hurlant, il Linus di Oreste Del Buono che piaceva per Corto Maltese ma anche per l’antimilitarista Doonesbury o la femminista Valentina.

Non ci si limitava a leggerli, a “usarli”. La dimensione dell’epoca ne faceva il motore di seminari, cineforum, dibattiti autoprodotti e propaganda: la colonna delle recensioni era la prima che si leggeva sulle riviste ciclostilate dell’epoca, ed era più facile litigare su un film che su un saggio politico.

I “numeri” resero enormemente potente questa dinamica. Anche grazie a quei numeri, per la prima volta il dato anagrafico si impose su ogni altra suddivisione di classe – il censo, la provenienza geografica, il sesso, il livello culturale – consolidando una cultura generale compatta che oggi è evidente, ad esempio, nell’approccio alla politica di chi si è formato in quella stagione, da Fini a Veltroni.

I due archetipi della società novecentesca, il “Dio patria famiglia” di tutte le destre e “il partito ha sempre ragione” di tutte le sinistre, finirono archiviati lì, tra un’occupazione universitaria e un Campo Hobbit, tra un Parco Lambro e una manifestazione referendaria. E il confronto con la storia, spesso doloroso, insegna a tutti la cultura degli “strappi” e il valore dell’eresia.

Sono eretici quelli del “manifesto”, espulsi nel ’68 per le posizioni sull’invasione della Cecoslovacchia. Eretici i ragazzi del Fronte della Gioventù cacciati perché contestano la campagna per la pena di morte del Msi. Eretico l’assalto di Luciano Lama dall’università di Roma, eretica la partecipazione della destra al movimento antinuclearista degli indiani metropolitani.

La tendenza a rompere i tabù, anche quelli della propria identità e formazione, è il dato più caratteristico dei baby boomers: una tendenza diametralmente opposta al costante stato di paura in cui oggi vive la politica terrorizzata dall’idea di entrare in contrasto con i suoi elettori e di perdere terreno nei sondaggi.

Nel suo articolo-provocazione Claudia Biancotti ha descritto l’Italia degli anni ’70 come un Paese meno scolarizzato, meno prospero, più provinciale, culturalmente arretrato e fortemente clientelare. Forse questa era la realtà degli adulti: i ragazzi, in qualunque liceo o facoltà, parlavano di filosofia, storia o urbanistica con maggiore competenza e curiosità intellettuale di molti insegnanti di oggi.

La figura del bamboccione, del paninaro vanesio e superficiale, irrompe nell’immaginario collettivo alla fine di tutto, negli anni ’80, sull’onda del disimpegno e delle prime trasmissioni di Drive In, che infatti ne fa una macchietta televisiva. La società italiana accolse quella svolta con un sospiro di sollievo, perché segnava la fine del sangue e del terrorismo, il tramonto del volto oscuro dei “bastardi ‘70”, come li ha definiti Maurizio Sacconi.

Oggi, con il senno di poi, stremati da troppi anni di plastica, ci accorgiamo che i baby-boomers produssero molto di più di una trentina di sigle eversive. A cominciare da una definizione della politica straordinariamente moderna. Non ideologia, non chiesa, non amministrazione di condominio o esperimento sociologico, non “l’arte del possibile, della speculazione, del calcolo, degli intrighi, degli accordi segreti e dei maneggi da faccendiere”, ma come disse Vaclav Havel, il simbolo della primavera di Praga, “l’arte dell’impossibile, l’arte per rendere migliori se stessi e il mondo”.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti
  2. Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse di Carlo Lottieri

Autore: Flavia Perina

Giornalista, deputato dal 2006, nel gruppo di Futuro e Libertà per l’Italia. Ha aderito alla proposta di Gianfranco Fini dopo un lungo impegno politico “a destra” perché crede che solo un nuovo patriottismo repubblicano possa ricostruire questo Paese e renderlo più giusto, bello, libero, rispettato nel mondo.

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