– Il decreto “cresci italia” andrebbe giudicato secondo la sua corrispondenza, rispetto ai numerosi settori che tratta, al paradigma liberale. Nel campo assicurazioni siamo ai “pannicelli caldi”. Un po’ di antifrode “virtuale” che non trae spunto da alcun esempio o modello straniero di successo reale di lotta alle frodi, l’obbligo di presentazione di tre preventivi per gli agenti monomandatari, che è facilmente manipolabile, la scatola nera nell’automobile sulla quale non stiamo neanche a dilungarci.

Ma su un formulato di liberale non c’è nulla, anzi il contrario perché, al comma 2 dell’art. 29 del DDL 3110, si costringe il danneggiato a scegliere tra un riparatore imposto dalla compagnia o un risarcimento decurtato del 30%  nel caso volesse rivolgersi al proprio carrozziere di fiducia. Provvedimento fatto per evitare comportamenti fraudolenti? Non è detto esplicitamente ma se così fosse sarebbe una sciocchezza.

Invece la conseguenza immediata e devastante dell’approvazione di una norma così ingiusta e infondata sarà la chiusura di migliaia di imprese artigiane non convenzionate con le assicurazioni che, operando in un regime di oligopolio, domineranno incontrastate il mercato della riparazione.

Il costo sociale di questa misura, se così sarà approvata, non è dovuto ad una apertura del mercato ma ad una sua palese distorsione che è stata peraltro profetizzata il 29 settembre 2010 in una audizione in commissione Industria al Senato dall’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, allora presidente dell’AGCM, con le testuali parole: «Ancora è opportuno approfondire il significato di prassi contrattuali poste in essere da alcune compagnie volte a promuovere, come unica modalità, il risarcimento in forma specifica e senza, nella sostanza, consentire i risparmi di spesa che la legge avrebbe richiesto. Queste prassi, se poste in essere da operatori dominanti o da insiemi di imprese con un’elevata quota di mercato complessiva, possono presentare problemi sotto il profilo concorrenziale soprattutto nei rapporti con le officine di riparazione: sistemi di convenzionamento irragionevolmente selettivi potrebbero causare pregiudizi ai riparatori esclusi. Nei confronti dei consumatori, invece, il pregiudizio potrebbe sostanziarsi nella perdita di possibilità di scelta».

La norma non è sfuggita al Sottosegretario se è vero, come è vero, che durante la presentazione del decreto liberalizzazioni lui stesso ne “esalta le magnifiche sorti e progressive” quando la competenza in materia assicurativa è del Ministro dello Sviluppo Economico. E’ però anche vero che ad un anno di distanza lo stesso Catricalà torna in commissione Industria  tessendo le lodi del risarcimento in forma specifica come se ci trovassimo in un mercato assicurativo in concorrenza perfetta.

Il mistero assume la tinta di un giallo istituzionale se prendiamo in considerazione il fatto che sia Catricalà quando era all’ACGM e il successore Pitruzzella avevano chiesto al Governo di rottamare la procedura di risarcimento diretto, almeno per i danni alla persona, e che tale indicazione era presente nelle bozza del decreto, poi misteriosamente scomparsa.

L’occasione era attesa da tempo perché la procedura di risarcimento diretto ha solo causato l’abbandono delle migliori tecniche per l’accertamento del danno, ridotto la presenza degli ispettorati sul territorio, consentito una “cartolarizzazione” dei risarcimenti e la conseguente esplosione dei premi delle polizze. Le frodi e le speculazioni sono aumentate esponenzialmente a causa delle falle irreparabili insite in un sistema che stimola il “moral hazard”. Il paradigma liberale peraltro era stato confortato da ben quattro pronunce della Corte Costituzionale che (Ordinanze 205/08, 154/2010, 192/2010 e Sentenza 180/09) hanno inequivocabilmente stabilito che la procedura è facoltativa. Alla Camera il deputato di Futuro e Libertà per l’Italia Enzo Raisi ha raccolto firme bipartisan su un progetto di legge che va in tale direzione.

Il Governo Monti e un Catricalà “double face” avrebbero potuto cogliere la palla al balzo consentendo  al danneggiato di scegliere il proprio riparatore e la compagnia a cui rivolgersi per ottenere il risarcimento. Al contrario promuovono una formula che rischia di “oligopolizzare” un intero settore di imprese costringendolo a subire i diktat di un mondo assicurativo sempre più concentrato e governato da  imprese simili a grandi ministeri intrisi di atmosfere kafkiane. Il silenzio assordante dell’autorità di controllo, della politica, di tanti liberali, sulla operazione di fusione Unipol Fonsai (tranne la lucida sferzata di Luigi Zingales), è preoccupante.

Non ci sono complotti, non c’è la Trilateral o il Bildelberg, sia chiaro ai dietrologi d’accatto.  La storia di come le assicurazioni in Italia chiedono e ottengono favori dal legislatore: passa da una autorità di controllo da smantellare, una autorità Garante del Mercato che un giorno dice una cosa, un giorno un’altra, da associazioni di consumatori che sono negli organigrammi di fondazioni delle compagnie e incastonati al quinto piano del Ministero dello Sviluppo Economico, da concertazioni e accordi al ribasso per abbassare i premi delle polizze che poi puntualmente si rivelano delle solenni fregature.

Allora salviamo il carrozziere liberale, senza snobismo o pregiudizio da liberisti “al caviale”. L’artigiano che decide di non convenzionarsi con le compagnie assicuratrici garantisce anche al fiduciario un minimo di redditività che sarebbe demolita se vi fosse una corsa obbligata al convenzionamento.  Si faccia una lotta senza quartiere all’assetto oligopolistico di un settore manifesta un deficit di concorrenza, qualità, competizione, accertamento, velocità, livello di servizio. Ciò deve essere una priorità tanto quanto il tema delle professioni, delle reti del gas, dei treni, del lavoro e dei diritti civili. Un tassello da inserire in un programma liberale