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Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Anche la generazione che non sarebbe mai dovuta invecchiare, dato che si era identificata con la gioventù stessa, fa da tempo i conti con il passato e prende consapevolezza, nel corpo e nello spirito, che il tempo scorre.

Ma il guaio è che adesso, come spesso capita, mitizza il mondo da cui proviene, volendo a tutti i costi illudersi di aver vissuto una bell’età, che sarebbe in qualche modo negata a chi è venuto dopo. I post-sessantottini sono sinceramente persuasi: e qualche volta riescono a convincere chi quel tempo non l’ha vissuto.

È forse da qui – da questa riscrittura a ritroso operata da intere schiere di reduci – che proviene una costante reinvenzione di quel Ventennio fondamentalmente buio e dominato da logiche autoritarie che sono stati gli anni Sessanta e Settanta.
Un universo all’interno del quale non era neppure facile parlarsi, al punto che quando nel 1984 una casa editrice di destra, la Settecolori, pubblicò un volume di racconti autobiografici provenienti dal mondo comunista e da quello fascista, sembrò un mezzo miracolo.

In effetti, l’incapacità di riconoscere l’altro come persona, quali che fossero le sue idee, era stata l’elemento più caratteristico di una stagione segnata dal sogno (e dal timore) di rivoluzioni e colpi di Stato.
Naturalmente ogni epoca ha pregi e difetti, e quella fase che dagli scontri di Genova per affondare il governo Tambroni conduce fino al crollo del “compromesso storico” non fa eccezione. Non ha torto chi rimpiange il sorriso di Claudia Cardinale o talune giocate di Luis Suarez, ma ovviamente il problema è altrove; poiché in quegli anni l’Italia non soltanto pone le premesse per la dissoluzione di una società economicamente robusta, ma soprattutto manda in crisi ogni possibilità di convivenza.

Adesso c’è chi rimpiange l’impegno civile di quegli anni: la “partecipazione” celebrata da Giorgio Gaber in una nota canzone. Ma cosa s’intendeva, allora, per impegno? Bisogna infatti chiarire che il semplice “darsi da fare” per gli altri, in quella cultura, era apertamente condannato. Oggi è sicuramente stucchevole la celebrazione di certo umanitarismo mediatizzato, ma almeno c’è più consapevolezza che se qualcuno soffre è in primo luogo la coscienza di ognuno di noi a essere interpellata.

In quegli anni Sessanta e Settanta – che poi sono stati i primi vent’anni della mia vita – non era così. Nella logica intimamente totalitaria che dominava la scena, nulla doveva dipendere dalla contingente disponibilità a essere generosi, disinteressati, altruisti. La carità “benigna, paziente, rispettosa e tollerante” già esaltata da san Paolo agli albori della cristianità non era più la prima delle virtù umane.

Non una qualche passione per il prossimo dominava dunque la scena, ma semmai la cieca ossessione di un’età segnata dal trionfo della “religione civile”: dalla celebrazione della politica come dimensione salvifica. Se i giovani s’uccidevano in scontri tra bande, questo accadeva perché i nostalgici del Duce e gli innamorati di Mao e Che Guevara erano davvero – per usare fuori dal suo contesto una bella espressione di Norman Cohn – i nuovi “fanatici dell’Apocalisse”. E infatti nel corso del Novecento un mix tra lirismo e nichilismo ha compenetrato quasi tutte le famiglie culturali, né certo è un caso che vi siano autori (basti pensare a Nietzsche, o anche a Heidegger) che hanno conquistato l’intero spettro. Sono diventati icone a destra come a sinistra.

C’è un dato che è interessante ricordare, anche quale indizio di un quadro più generale.
Nel 1964 – dopo l’uccisione di John Kennedy – il confronto elettorale per la Casa Bianca vide opporsi la prospettiva schiettamente interventista del welfarista Lyndon Johnson e, sul fronte repubblicano, la proposta vigorosamente anti-statalista di Barry Goldwater. Quest’ultimo perderà, e male, ma saranno i suoi scritti (a partire da The Conscience of a Conservative) e soprattutto i suoi discorsi ad aprire prospettive nuove: poi percorse da Ronald Reagan e da quanti – ancora oggi – cercano di contrastare Washington e il “Big Government”.

Ebbene, quell’Italia neppure si accorse di Goldwater, che è quasi più noto oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa. L’America profonda, innamorata delle libertà e timorosa del potere statale, era incomprensibile non solo per i giovani militanti incolonnati dietro alle loro bandiere nere e rosse. Era soprattutto l’Italia “ufficiale” – quella di La Pira, Luigi Longo, Moro, don Milani, Almirante, Basso e Fanfani, ma anche dei Montanelli o dei Biagi – che era del tutto incapace di sintonizzarsi con quei principi e di avvertirne l’urgenza.

Alla fine degli Settanta, a Londra, diventerà premier una donna cinquantenne, Margaret Thatcher. A quel punto, qualcosa inizia a cambiare.

Nella stessa serie

  1. Formidabili quegli anni. O no? di Claudia Biancotti

Autore: Carlo Lottieri

Nato a Brescia nel 1960, insegna Dottrina dello Stato a Siena. Ha studiato filosofia a Genova e quando all’ingresso di via Balbi poteva scegliere tra un volantino offertogli dai trockisti e uno offertogli dai leninisti. Direttore del dipartimento Teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni, di recente ha pubblicato “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks” (Rubbettino).

6 Responses to “Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse”

  1. lodovico scrive:

    Ci furono cambiamenti: al vecchio Einaudi il figlio, all’industria del legno le idee di Feltrinelli editore. Non si volle Popper e noi rimanemmo indietro di venti/trenta anni. Ora il recupero è difficile: il mondo è cambiato in meglio e noi non siamo in grado di capirlo.

  2. Alba scrive:

    Bravo l’articolista e d’accordo al 100% con Lodovico che ha commentato per primo. D’accordo anche su Popper e non solo come simbolo di un dibattito provinciale e limitatissimo.
    Il livello, i modi e contenuti del dibattito e del discorso italiano e sud europeo, essenzialmente quello cattolico e/o ortodosso di Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, Polonia, Romania, sono molto all’indietro rispetto a quanto succede nel mondo libero sul serio: quello senza controlli capillari e ideologici di dittature, anche solo mentali, di chiese o partiti. I livelli, quasi senza eccezione, sono fermi alla “preistoria” ideologica “dinosaura” catto-fascio-comunista degli -ismi, quelli delle apocalissi, apoteosi e catarsi, che la libertà vera disprezzano e ostacolano.
    Non a caso anche da questa crisi il resto del mondo libero si riprende, alcuni addirittura non l’hanno mai vissuta in modo cosí drammatico, altri, come l’Italia, non hanno ancora raggiunto il fondo prima della, speriamo, risalita.

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