– Per chi avesse tempo e voglia, Google serba in memoria la vita e i miracoli dei consiglieri d’amministrazione Rai. Non si tratta di manager o tecnici culturalmente vicini a questa o quell’area politica: sono quasi tutti esponenti di partito. Non si ha nemmeno la decenza di conservare un minimo di forma, si bada solo alla sostanza: controllare la Rai, condizionarne programmazione e offerta informativa, favorire gli amici e ridimensionare gli avversari.
Ai cittadini si chiede – anzi s’impone – il pagamento del canone, gestendo poi quei soldi secondo logiche estranee all’efficacia e all’efficienza. Logiche di potere tra cosche, mera lottizzazione delle poltrone dirigenziali e direttoriali.

Eppure l’azienda di viale Mazzini è piena di ottimi professionisti, ricca di know-how e qualità editoriale, un elaboratore di idee e contenuti ancora capace di contribuire al pluralismo e all’innovazione sociale e culturale del Paese. Se solo la si liberasse dal giogo dei partiti, se le si consentisse di essere un’istituzione libera e indipendente, la Rai potrebbe sfuggire al destino funereo che oggi appare molto probabile.

Da tempo, come altri, Libertiamo chiede la privatizzazione dell’azienda di viale Mazzini. Altre proposte di riforma della governance della Rai rischiano di non affrontare la questione principale: il mondo è cambiato, la pluralità delle fonti e dei mezzi rende obsoleto il concetto di “servizio pubblico”, almeno per come questo è stato storicamente inteso. La rivoluzione tecnologica degli ultimi anni ha abbattuto le barriere all’ingresso e i costi dell’informazione audiovisiva, esonerando di fatto lo Stato dall’onere di assicurare spazi e momenti del dibattito pubblico e politico altrimenti preclusi.

Ció detto, di fronte alla profonda ritrosia all’ipotesi di cessione che alberga nelle forze politiche, non abbiamo remore a proporre una soluzione di compromesso: in primis, ferma restando la proprietà del Ministero dell’Economia, si affidi l’intera gestione dell’azienda ad un consiglio indipendente nominato direttamente dal Presidente della Repubblica (sulla falsariga di quanto avviene nel Regno Unito per il Trust che dirige la BBC, nominato dalla Regina su proposta ministeriale); si elimini poi il tetto alla raccolta pubblicitaria della Rai, che non consente all’azienda di competere ad armi pari con la sua concorrente Mediaset (che grazie al vincolo imposto alla Rai fa da monopolista nel mercato degli spot), costringendola a dipendere dal canone.

Una Rai liberata dal giogo volgare della partitocrazia, legata istituzionalmente al Quirinale ma di fatto autonoma, competitiva nel mercato pubblicitario e perciò in grado di rinunciare al canone: come dire di no ad una riforma del genere, professor Monti?