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Il dibattito all’ONU non riguarda solo la Siria, ma anche l’ONU stessa

– Il dibattito è sulla Siria. Ma in realtà si sta discutendo su quale sia il vero scopo dell’Onu. E ovviamente il primo risultato, ieri notte, è stato quello di raggiungere uno stallo. Nessun accordo. Solo qualche “timida apertura”, da parte della Russia.

In Siria è ancora in corso, dopo 10 mesi, una rivoluzione contro il regime di Bashar al Assad. Le vittime, stando alla stima delle Nazioni Unite, sono 5400, quasi tutte vittime della repressione militare. Dalla rivoluzione alla guerra civile il passo è breve. L’esercito è diviso e i morti da entrambe le parti superano il migliaio. Assad ha ancora dalla sua parte il grosso delle forze armate. I ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriano raccolgono i disertori e si armano con equipaggiamento di contrabbando dai confini con il Libano, hanno santuari in Turchia (dove risiede il loro comando) e sono appoggiati da altri Paesi della Lega Araba, come la Giordania e il Qatar.

I termini del dibattito all’Onu, dunque, sono: “da che parte stare” e “quale regime garantisce la maggior sicurezza”.
Alla prima domanda, solo la Lega Araba ha una risposta pronta. E’ contro il regime di Assad, per motivi politici e religiosi. Scordiamoci la democrazia. Non è quella la causa dell’ostilità araba nei confronti del regime di Damasco. Nessun membro della Lega Araba è democratico. Nessuno vuole una riforma democratica.

I termini del confronto fra la Siria e i suoi vicini riguardano l’equilibrio di potere: un asse arabo-sunnita (Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Qatar) si sta contrapponendo all’asse siriano-iraniano. Ma la causa è soprattutto religiosa. Giordania, Arabia Saudita e il sempre più influente Qatar, non hanno mai digerito la presenza di un regime alawita (setta scismatica sciita) alleato con una potenza sciita (l’Iran) nel cuore del Medio Oriente. La maggioranza della popolazione siriana è sunnita e un qualsiasi governo alternativo ad Assad rappresenterebbe soprattutto quella confessione islamica. Al Arabi, il segretario generale della Lega Araba, ha posto come obiettivo la definitiva cacciata del dittatore siriano dal suo trono. Non si parla più di “dialogo” e “cessazione delle violenze”, fra regime e oppositori, ma direttamente di “regime change”. Voluto dagli altri leader arabi, come nel caso della Libia di Gheddafi. Assad, negli intenti della Lega, dovrà lasciare il potere, cederlo a un ministro di sua scelta, il quale dovrà formare un governo di “unità nazionale”. Su questa agenda, la Lega Araba ha ottenuto il sostegno delle democrazie occidentali, che ora si apprestano a chiedere una nuova risoluzione all’Onu.

All’altra domanda, “quale regime garantisce la maggior sicurezza”, devono rispondere le cinque potenze con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Per gli Usa e la Francia, soprattutto, è il regime di Bashar al Assad che, con la sua repressione militare, sta minando la sicurezza dell’area. Dunque l’equilibrio migliore si otterrebbe con la vittoria della rivoluzione, come in Egitto e in Tunisia. Più passa il tempo, più la situazione è destinata a peggiorare, come fa capire a chiare lettere il ministro degli esteri francese Alain Juppé nel dibattito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “Lo scandaloso silenzio di questo Consiglio non è più accettabile – ha dichiarato ieri – Non abbiamo intenzione di imporre un regime politico dall’esterno. Ma è necessario dare una soluzione alla crisi in atto (…) Oltre 5.500 persone sono morte e in memoria di queste vittime lancio un appello a questo Consiglio: approvare la risoluzione proposta dal Marocco (che prevede l’allontanamento di Assad dal potere, ndr) e mettere fine all’incubo del popolo siriano”.

Ha rincarato la dose anche Hillary Clinton, secondo la quale “Assad e i suoi compari stanno lavorando duramente per mettere i gruppi etnici e religiosi in Siria gli uni contro gli altri, rischiando la discesa in una guerra civile”, aggiungendo che “tutti noi abbiamo una scelta: sostenere il popolo siriano o diventare complici di altre violenze”. Una notizia di ieri conferma le preoccupazioni della Clinton su un possibile conflitto religioso: un terrorista di Al Qaeda, detenuto nelle carceri di Damasco, è stato liberato dal regime come forma di rappresaglia contro le democrazie occidentali. L’uomo in questione è Mustafa Setmariam Nasar, ritenuto una delle menti dell’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004.

La posizione opposta è sostenuta, come era prevedibile, da Russia e Cina. Per le quali la stabilità è garantita solo dal mantenimento dello status quo. La Russia ha più di un interesse per sostenere il regime di Assad. Motivi economici (Damasco è uno dei principali clienti dell’industria militare russa), strategici (mantenere una presenza navale nel Mediterraneo nella base di Tartous) e perché “il nemico del mio nemico è mio amico”: se Mosca non vuol perdere credibilità quale contrappeso delle potenze occidentali, non può che opporsi alla linea di Washington, Parigi e Londra. In tempi di elezioni (si voterà a marzo, per rinnovare il Cremlino), l’aspirante presidente Vladimir Putin non può sicuramente permettere un nuovo intervento occidentale nel Medio Oriente.

Ma questi non sono motivi sufficienti per mantenere una posizione di opposizione granitica. E in effetti, già nelle scorse settimane Mosca aveva fatto capire di poter anche cambiare idea. Due settimane fa, il ministro degli Esteri Lavrov aveva dichiarato in conferenza stampa che la Russia “non potrebbe opporsi” a un eventuale intervento internazionale. E anche ieri l’ambasciatore di Mosca al Palazzo di Vetro, Vitalij Churkin, ha affermato che il testo della Lega Araba, debitamente corretto, potrebbe essere accettabile (“vi abbiamo trovato alcuni elementi del nostro testo”), e “questo fa aumentare le speranze” di un accordo, che “non solo è possibile, ma è anche necessario”.

L’opposizione più dura, a questo punto, oltre che dall’Iran (che però è a sua volta sotto sanzioni, per il suo programma nucleare) viene dalla Cina. Non tanto per motivi economici o strategici, quanto per principio. Pechino non può assolutamente accettare che all’Onu passi il principio del regime change. Il suo stesso regime verrebbe minato dalle fondamenta. Li Baodong, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite ha ribadito con forza che: “La Cina si oppone risolutamente a un cambio di regime forzato in Siria, perché viola la Carta delle Nazioni Unite e le norme basilari che regolano le relazioni internazionali”.

Ecco perché il dibattito all’Onu inizia a riguardare, non solo la Siria, ma l’Onu stessa. Quali diritti devono essere protetti? Quelli dei governi, a cui deve essere garantita la stabilità a tutti i costi? O quelli degli individui che vivono sotto i governi, spesso venendone anche ammazzati a migliaia, come sta avvenendo in Siria?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Il dibattito all’ONU non riguarda solo la Siria, ma anche l’ONU stessa”

  1. Zamax scrive:

    Ma cari amici, abbiamo voluto abbattere un regime ormai rammollito, un regime ormai pappa e ciccia con l’Occidente, quello di Gheddafi. L’abbiamo abbattuto proprio perché, essendosi arreso da tempo all’Occidente, Gheddafi era un bel boccone isolato e senza sponsor nel mondo arabo e in quello dei nemici storici dell’Occidente. L’abbiamo fatto prendendo per il culo Cina e Russia. E’ questo è il bel risultato ottenuto dalle suffraggette modaiole della democrazia.

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