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Formidabili quegli anni. O no?

– Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l’Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L’immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d’oggi è un riferimento epico, all’apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po’ di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l’arco costituzionale e anche oltre. A questo indirizzo, come anche sul sito www.futuroeliberta.it, l’elenco degli articoli già pubblicati.

Vorrei fare una domanda seria a chi negli anni Sessanta e Settanta era un attivista di qualsiasi colore, pregandolo di rispondere se possibile senza nostalgia: da allora, l’Italia e gli italiani sono peggiorati? O è peggiorata la politica, ma migliorata la società civile? Forse viceversa? Cos’è successo e perché? Quanti dei ricordi di allora che affollano la memoria collettiva sembrano epici e pieni di sostanza perché la vostra generazione ha avuto grandi mezzi – letterari, cinematografici, giornalistici – per raccontare la propria esperienza, e quanti perché davvero c’era più spessore?

È difficile, per chi in quegli anni ci è nato, capire bene. Abbiamo gli occhi e le orecchie pieni delle storie degli anni di piombo e di quelli immediatamente precedenti: i racconti dei nostri genitori, la stagione del cinema politico di sinistra, la musica alternativa di destra, le cronache del terrorismo. Le prime pagine dei giornali sono sempre più spesso listate a lutto per la scomparsa di un ottantenne, di un novantenne che ricopriva una carica o scriveva su un quotidiano o avviava un’impresa a quel tempo. Senza neppure scomodare il dibattito accademico alto, il nome di Mirko Tremaglia e quello di Giorgio Bocca oggi appartengono alla cultura generale di tutti, compresi i più giovani; che però non sanno bene come rispondere, chi presentare come campione dei nuovi italiani, come futura icona la cui morte farà notizia nel 2050.

Rileggendo “Il buon paese” (1982), una formidabile collezione di interviste condotte da Enzo Biagi per ritrarre la nazione tramite suoi figli eccellenti, si ha la sensazione che i mali italiani non siano troppo cambiati da allora, ma sia più basso il profilo dei protagonisti. Guardando alle istantanee di quel tempo, girando tra un ambito e l’altro dell’attualità e dell’arte, ci si chiede: dove sono oggi i Montanelli, i Volonté, gli Stiz? Perché non guardiamo a cronisti, attori e giudici contemporanei allo stesso modo? Perché tutti i ragazzi con qualche curiosità politica hanno visto “La meglio gioventù” e ci hanno riflettuto un po’ sopra, ma la nostra generazione non è riuscita a dare alla precedente un ritratto di se stessa che abbia attirato altrettanto l’attenzione? Nemmeno ce l’abbiamo fatta raccontando le storie del lavoro precario, che pure hanno in sé tutti i segni dei tempi.

Ad aumentare la confusione, c’è qualcosa di importante che non torna. I dati economici e sociodemografici raccontano una storia completamente diversa rispetto agli scaffali delle librerie. L’Italia all’epoca era un paese meno scolarizzato, meno prospero, più provinciale di oggi. Mancavano largamente esperienze contemporanee piuttosto radicali, come il confronto con culture diverse portato dall’immigrazione di massa dall’estero. I confini tra cattolicesimo e superstizione erano, sembrerebbe, più confusi. La condizione femminile era peggiore; poche le lavoratrici, pochissime le laureate. C’era arretratezza culturale, tecnologica, anche se si cresceva più rapidamente. Quasi nessuno parlava una seconda lingua. E, pur nell’era degli ideali forti, prosperava il clientelismo che poi avrebbe condotto al crollo della Prima Repubblica.

Di nuovo: cos’è successo? Come è possibile che una stagione nei fatti non brillantissima abbia finito per dominare l’immaginario? C’era più senso di urgenza, di rilevanza delle idee e delle azioni solo perché la posta in gioco è più alta quando si spara per strada? Si dava più attenzione alle cose ultime perché una certa quota della popolazione credeva ancora nella rivoluzione, e la restante credeva ancora in Dio? O forse si esprimeva pubblicamente soltanto un’élite mentre oggi, in tempi di centinaia di canali TV e di internet, la qualità media dei messaggi è giocoforza più bassa? Ancora: magari l’Italia dell’epoca metteva in primo piano le energie fresche di uomini e donne trentenni, mentre oggi siamo trattati come adolescenti e spesso ci sentiamo ancora tali. Perché? Questa percezione da dove viene, come inizia, come può finire? A quali portabandiera possiamo e dobbiamo guardare, e soprattutto, perché non li vediamo?


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

7 Responses to “Formidabili quegli anni. O no?”

  1. Pietro M. scrive:

    A me gli anni ’60 e ’70 fanno venire in mentre tre cose:

    1. la violenza politica che partendo dai pestaggi dei licei arrivò fino al terrorismo. i figli degli anni ’60 e ’70 oggi sono i Black Bloc e i CasaPound. Era meglio se li castravamo, quegli anni.

    2. le politiche economiche populiste e irresponsabili (debito, inflazione, pensioni retributive, rigidità del lavoro, politiche industriali corporative, cassa del mezzogiorno). i figli degli anni ’60 e ’70 sono le crisi finanziarie degli anni ’90 e l’attuale, le pensioni che avremo in tardissima età e che avremo pagato per tre volte il loro valore, la spesa pubblica impazzita, la stagnazione economica.

    3. una nuova classe dirigente. Bossi, Berlusconi, Vendola o Di Pietro sono figli di quegli anni, anche se il ragionamento che porta a questa conclusione non è ovvio (e non lo è neanche la conclusione, potrei sbagliarmi) rispetto ai primi due punti che darei invece per scontati.

    Il punto 3 mi fa pensare alla teoria della circolazione delle elite di Pareto: il ’68 è servito per creare nuovi rapporti di potere, che hanno enormemente esteso il potere politico precedente e creato un numero enorme di posizioni da cui vivere a spese degli altri.

    Tutto il male di questo paese può essere fatto risalire agli anni ’60 e ’70 con il trionfo della cultura, o meglio dell’egemonia cultura che è un’altra cosa, della sinistra. Il compromesso storico è stata la fine dell’Italia del miracolo economico, la fine dell’Italia degli Einaudi e dei De Gasperi.

    L’Italia degli anni ’50 era un’Italia povera, noiosa, tradizionalista, chiusa, provinciale, bigotta. Il boom economico è stato un tentativo di transizione alla modernità. Alcune cose siamo risuciti a farle, si pensi all’apertura delle università a tutti (anche agli asini, purtroppo) e al referendum sul divorzio. Oggi l’Italia è più tollerante e almeno formalmente meno ignorante (ma non darei troppo importanza all’educazione formale, il carattere si fa con le azioni non con i libri).

    Però gli anni 60 e ’70 sono per me un aborto della transizione alla modernità che avrebbe potuto accadere se non ci fossimo persi in un’orgia di collettivismo e di statalismo. Se il paese fosse finito in mano a dei liberali anziché a degli amici dell’URSS oggi non avremmo problemi economici strutturali, e non avremmo il servilismo e il corporativismo elevati a norma morale e politica suprema.

    Probabilmente ciò non sarebbe mai potuto accadere: la politica tende spontaneamente a ciò che è successo, ed è impossibile eliminare l’influenza degli incentivi istituzionali. Ma un paese culturalmente liberale e dunque anticollettivista avrebbe oggi molti meno problemi.

    Alla “cultura” di sinistra si è poi sommato il problema dell’incultura della destra, stavolta senza virgolette perché è da intendersi in senso letterale. Però un paese di persone che sono abituate a chiedere l’elemosina al potere tende spontaneamente a produrre i Vendola, i Berlusconi, i Bossi, i Di Pietro. C’è una ragione per cui questi sono i tipi di leader che hanno successo.

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