– L’orizzonte temporale della politica è sempre di pochi mesi. La gestione della crisi economica da parte delle autorità europee ne è un palese esempio.

La crisi dell’euro nasce infatti con l’introduzione dell’euro. Dal 1999 gli spread di tutti i paesi europei sono rimasti a zero per un decennio. Con un costo del debito identico in Germania, in Spagna e in Grecia, c’è stato un boom dei paesi periferici, che in alcuni casi ha preso le sembianze di un boom economico con eccessi finanziari e immobiliari, e in altri ha prodotto solo un’esplosione di spesa pubblica parassitaria.

O i mercati irrazionalmente hanno creduto che il rischio greco e quello tedesco fossero paragonabili, o razionalmente hanno anticipato che le autorità europee avrebbero salvato le economie periferiche: è proprio secondo l’ultima ipotesi che le autorità si sono comportate, ed era facile prevederlo.

Un boom del genere produce effetti prevedibili: cattivi investimenti, flussi di credito transfrontalieri, illusione di prosperità, eccesso di indebitamento, perdita di competitività, e fragilità finanziaria. Non è finora successo nulla, cioè, che non fosse ovvio.

Dopo aver presenziato per un decennio al formarsi della crisi senza fare nulla, e anzi dimenticando l’unico strumento che avrebbe ridotto perlomeno i problemi di debito pubblico, Maastricht, le autorità hanno deciso di cristallizzare la situazione per impedire alle forze di mercato di correggere, dolorosamente, i precedenti errori di valutazione.

Non si possono cancellare gli effetti degli errori passati. La Grecia, che si è indebitata per comprare i voti dei suoi elettori, non produce nulla con cui ripagare i suoi debiti; e la Spagna, che si è indebitata per costruire palazzi, non potrà spostarli in Westfalia per ripagare i creditori (possono sperare nei turisti).

Con la crisi i mercati smisero, alla buon’ora, di finanziare i paesi periferici, e questo avrebbe prodotto uno stop dei flussi di capitali che avevano alimentato i boom e l’inizio di una fase di liquidazione dei crediti. Spaventata da questa prospettiva, la BCE ha monetizzato sin dal 2007 i debiti dei paesi periferici.

Sono cinque anni che le cose vanno avanti così. Il rischio di credito è finito nei forzieri della BCE, e sarà diviso tra i vari paesi europei a seconda delle quote di partecipazione. Si tratta di quasi mille miliardi di euro, che continuano ad aumentare a ritmi pari al deficit commerciale aggregato dei paesi in crisi, più le liquidazioni di posizioni pregresse.

Sono passati cinque anni, quindi, e abbiamo accumulato quasi mille miliardi di cattivi crediti in più, abbiamo continuato a dare credito ai paesi periferici, abbiamo creato una montagna di azzardo morale che toglie ogni incentivo a banche e stati membri a comportarsi responsabilmente. E avendo tolto moneta ai paesi centrali per regalarla a quelli periferici, questi hanno continuato a produrre più inflazione, impedendo eventuali recuperi di competitività. Se in cinque anni non c’è stato nessun recupero dei differenziali di competitività è interamente colpa della BCE.

Proprio perché stanno facendo il contrario di ciò che serve per risolvere i problemi, i nostri beneamati tecnocrati non hanno la minima idea di come uscire dal casino in cui si sono infognati. Questa pantomima potrebbe durare ancora per anni: tutti dovremmo essere terrorizzati dalle conseguenze negative che queste politiche hanno avuto e potranno avere.

E come se non bastasse, tutto ciò di cui si parla – fondi salva-stati, eurobond, centralizzazione delle finanze europee – è ancora peggio di ciò che c’è oggi. L’UE, avendo già dimostrato di non essere all’altezza dei compiti che si era autoassegnata, chiede ancora più poteri. Cui prodest?