Preoccupati per SOPA e PIPA? L’ACTA è un po’ peggio

Should the Internet be a haven for lawlessness or should it be treated equally to the physical world?” – per i non anglofoni: “Internet dovrebbe essere il paradiso dell’illegalità o dovrebbe essere trattato alla stessa maniera del mondo fisico?” – è il quesito tutt’altro che retorico posto il 25 gennaio scorso da Pedro Velasco Martín, rappresentante dell’Unione Europea presso il tavolo di trattative dell’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA).

La domanda ha aperto la riunione del Consiglio Europeo che ha dato il via libera all’adesione dell’UE al trattato summenzionato, avvenuta il 27 gennaio scorso a Tokyo. Anche 22 Paesi UE (fra cui l’Italia) hanno aderito al trattato singolarmente, mentre i restanti 5 (Cipro, Estonia, Germania, Paesi Bassi e Slovacchia) aderiranno quando avranno completato le proprie procedure interne, avvisa il Ministero degli Affari Esteri giapponese. Hanno, invece, già firmato il 1º ottobre 2011 Australia, Canada, Corea del Sud, Giappone, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore e Stati Uniti.

Se vi sembra strano che vi sia sfuggita una notizia del genere, non vi preoccupate, perché strano in effetti non è: la firma infatti è avvenuta nel più totale silenzio dei mass-media, così come buona parte delle trattative (iniziate nel 2007 e concluse nel 2010) sono rimaste a lungo coperte dalla riservatezza più totale. Circostanze del genere hanno sollevato, lungo gli anni, numerosissime critiche da parte di varie associazioni per i diritti digitali – che altrettanta fatica hanno fatto a raggiungere gli organi di stampa.
Tanta segretezza, in effetti, appare strana per un trattato che viene, per giunta, firmato al di fuori degli usuali contesti internazionali, ossia l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

Ma che cos’è l’ACTA? È un nuovo trattato che rafforza la lotta alla produzione e al commercio di merci contraffatte (disciplina già normata, in ambito WTO, dall’accordo TRIPs) e che viene estesa, tramite l’art. 27, anche all’ambito digitale. Le misure proposte ricordano molto (e ancor di più superano in pericolosità) le proposte di legge statunitensi SOPA e PIPA, a cui a sua volta si è ispirato il nostrano emendamento Fava, contro cui la Rete si è già schierata nell’ultimo mese.

Il primo paragrafo dell’articolo dà l’idea del “salto di qualità” effettuato: le procedure civili e penali per le merci contraffatte, così come descritte dal trattato, vanno applicate “affinché permettano azioni efficaci anche contro gli atti di violazione dei diritti di proprietà intellettuale che avvengono nell’ambiente digitale” e possono essere ampliate (secondo paragrafo) “ai network digitali”, se essi vengono illegalmente usati come “mezzi di distribuzione di vaste proporzioni per finalità di violazione” del copyright.
Il quarto paragrafo dell’art. 27 afferma, inoltre, che un Paese potrà prevedere misure per “fornire speditamente a un detentore di copyright le informazioni sufficienti a identificare un sottoscrittore, il cui account è stato presumibilmente (grassetto aggiunto, NdA) usato per violazioni” di copyright.

In buona sostanza, da un lato si equiparano felpe e scarpe contraffatte a mp3 ed e-book – e non c’è bisogno di spiegare quanto idiota sia una equiparazione del genere; dall’altro, basterà essere accusati – non colpevoli, accusati – di aver violato il copyright di qualcuno per veder violato il proprio diritto alla privacy.

Inoltre, si ripropone il problema della neutralità dei provider e delle varie piattaforme web, che la politica ha provato pericolosamente a trasformare in ogni modo in una sorta di “sceriffi del web”: in totale spregio del principio di responsabilità personale, intere piattaforme dovrebbero così controllare costantemente i propri utenti, per essere sicuri di non ospitare materiale “pirata”. Uno scenario del tutto implausibile, dal momento che (ad esempio) per vedere tutti i video caricati in un solo giorno su YouTube servirebbe una settimana intera, senza pause.

Ciò che è importante precisare è che in effetti esistono già, e vengono applicate con severità, delle regole contro la violazione del copyright: Google, ad esempio, “nasconde” determinati risultati dalle proprie ricerche, avvertendo di averlo fatto in ossequio a quanto previsto dal Digital Millennium Copyright Act; YouTube dispone di un logaritmo interno che permette di individuare, con l’aiuto del danneggiato, quali siano i video “pirata”; su Wikipedia, addirittura, sono gli stessi volontari a vigilare su eventuali inserimenti di materiale coperti da copyright. Non si opera, insomma, in un contesto di totale deregolamentazione e deresponsabilizzazione, anzi.

La firma del trattato è, ovviamente, solo il primo passo di un lungo processo che prevede la ratifica sia di tutti gli Stati membri, che del Parlamento europeo stesso. Soprattutto in quest’ultimo i contrari sono tanti: il 26 gennaio scorso si è aggiunto anche il relatore presso l’assemblea comunitaria, il francese Kader Arif, che ha palesato dubbi sull’intero processo, lamentando la totale esclusione della società civile e la mancanza di trasparenza nelle trattative, perfino nei confronti delle istituzioni europee.

Ma non basta: Arif ha denunciato anche “manovre mai viste prima dall’ala destra di questo Parlamento per imporre un calendario ristretto, prima che l’opinione pubblica venga avvisata, con ciò privando il Parlamento del suo diritto di esprimersi e dei mezzi a sua disposizione per trasmettere le legittime domande dei cittadini”, concludendo la sua lettera di dimissioni con un inequivocabile “Non prenderò parte a questa mascherata”.
Il processo di approvazione dell’ACTA non sarà, dunque, un processo semplice – e ci auguriamo sentitamente che non solo non lo sia, ma che si concluda con il naufragio definitivo dell’iniziativa, per impedire la morte della Rete così come l’abbiamo conosciuta oggi.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

5 Responses to “Preoccupati per SOPA e PIPA? L’ACTA è un po’ peggio”

  1. Portaloffreedom scrive:

    “YouTube dispone di un algoritmo interno che permette di individuare…”
    Algoritmo: una serie di passaggi finiti per arrivare ad una soluzione.
    Logaritmo: una funzione matematica.

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  2. Sannita scrive:

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