La lost generation sotto le due torri

di LUCIO SCUDIERO – Non c’erano né Hemingway né l’equivalente italiano di Francis Scott Fitzgerald in mezzo a quel corteo di nulla e indignazione che ieri ha percorso Bologna. Cionondimeno, pur senza aedi né veterani, in quel picchetto c’era la cellula italiana della lost generation europea, quella che – a differenza dei propri padri – dal futuro non può attendersi alcun regalo ma che del futuro che vuole non ha neppure lo straccio di un’idea, se non stolidi slogan, vecchi o ignoranti, oppure entrambi, presi a prestito dalla generazione precedente.

Ieri si dissentiva contro l’omaggio che l’Ateneo bolognese tributava al Capo dello Stato conferendogli la laurea honoris causa in Relazioni Internazionali. Era un pretesto. Il sottostante ideologico del casino poggiava sul rifiuto di qualunque idea di riforma meritocratica, e per ciò stesso responsabilizzante, del paese. Dal lavoro, all’istruzione, alla sanità, all’abolizione del valore legale del titolo di studio. Di lì non si passa.

Ma se a Bologna a farla da padrone era (sicuri?) la classica compagnia di giro delle proteste organizzate, afasica e di sinistra, reazionaria e puzzona, che l’attacco stavolta fosse rivolto al presidente della Repubblica è l’avvisaglia che di qui a breve non esisterà presidio istituzionale al riparo dal nichilismo e dal qualunquismo incolto.

La settimana scorsa una “congiura” di autotrasportatori ha messo a ferro e fuoco il Paese, raccogliendone pure il plauso unanime. Più in generale, non passa giorno che questi o quegli altri non imbraccino il fucile della sacra resistenza contro qualcosa.

A questo andazzo la generazione persa, a cui appartengo, per la maggiore non ha preso parte, o quando lo ha fatto si è fatta scudo di simboli e simulacri di dubbia rappresentatività e forza, come l’indignazione.

Come la lost generation raccontata da Fitzgerald, siamo emotivamente e socialmente disordinati. Al contrario di quella, però,  che aveva la prima guerra mondiale nel cv, noi non abbiamo alle spalle alcun mito di fondazione e zero immaginario collettivo. Poiché non abbiamo vissuto shock né illusioni, ma solo l’apatico logorio di una quotidianità che non ci ha mai promesso niente di meglio, non conosciamo né il sogno né la realtà. Avremmo molti interessi collettivi (somma dei nostri individuali) da rivendicare e affermare sopra quelli di altri stakeholders, ma tanto noi quanto il nostro tornaconto (che stavolta coincide con quello del Paese) siamo scarsamente mobilitabili. Protestiamo ad intermittenza, e quasi sempre schierandoci dalla parte dei nostri “nemici”.

E ieri quelli di noi presenti a Bologna stavano dalla parte del valore legale dei titoli e- udite udite – contro la “liberal-meritocrazia”. Erano pochi e mal connotati. Essia. Ma gruppi di quella risma sono sparsi dovunque nelle università d’Italia, ben tollerati o ignorati dal resto dei colleghi. A furia di non occuparcene, dico io, questi o qualcosa di troppo simile a loro finiranno con l’accampare pure qualche pretesa di rappresentatività di noialtri.

Dalla lost generation alla worst generation il passo allora sarà compiuto. 


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “La lost generation sotto le due torri”

  1. Andre scrive:

    E’ anche vero che la costola italiana degli indignados c’entra poco col resto del movimento, criticabile poi per altri aspetti (io per esempio fatico un po’ a comprenderne le ragioni, ma forse dovrei abitare all’estero per capirle). Gli anziani hanno avuto guerra e ideologie, noi giovani del presente abbiamo Internet e molti dubbi. Mi pare un po’ meglio :) Su ‘shock e illusioni’ ci sarebbe giusto qualcosa da ribattere?

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