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Il km zero non è la soluzione

– L’equazione è tornata in voga in occasione dei recenti blocchi stradali degli autotrasportatori: le merci non possono viaggiare, non resta che il km zero. Anzi, per dirla tutta (come l’hanno detta alcuni) i blocchi stradali potrebbero trasformarsi nell’insperata opportunità di mostrare ai consumatori che la spesa a km zero non è solo la soluzione ad un problema contingente, ma la soluzione a tutti i problemi di approvvigionamento alimentare.

Ora, far pubblicità ai propri prodotti, e tentare di trarre il massimo utile da qualsiasi circostanza, come ha fatto in questa occasione l’associazione Campagna Amica, è più che legittimo, per carità, anche quando a far le spese della prevaricazione di pochi prepotenti sono stati altri agricoltori, anche piccoli e piccolissimi, che hanno avuto l’ardire di trovare sbocchi commerciali per i loro prodotti qualche km più in là, e che hanno dovuto veder marcire frutta e verdura anche, in qualche caso, nel percorso tra il campo e le celle frigorifere, con i conseguenti danni economici che nessuno riconoscerà loro.

Il problema, però, è che mentre i farmer’s markets possono essere stati un’efficace risposta imprenditoriale ad un periodo di crisi dell’orticoltura italiana, la pretesa che il prodotto locale sia in sé migliore degli altri non ha alcun senso, né dal punto di vista economico, né da quello ambientale. Le condizioni pedoclimatiche locali sono determinanti per la riuscita di ogni raccolto, e costringersi a consumare solo prodotti locali significa esporre tanto i consumatori quanto i produttori ad una insostenibile volatilità dei prezzi, e all’insicurezza degli approvvigionamenti. In caso di raccolti scarsi si avrebbero scaffali vuoti e prezzi altissimi, senza che i prodotti provenienti da altre zone del mondo possano intervenire a calmierarli soddisfacendo la domanda, mentre in caso di raccolti sovrabbondanti i produttori non avrebbero la possibilità di trovare in altri mercati degli sbocchi per i loro prodotti.

D’altronde non sfuggirà la profonda ipocrisia di chi vuole da una parte impedire ai prodotti agroalimentari stranieri di arrivare sugli scaffali dei nostri negozi, mentre al tempo stesso individua nelle certificazioni di qualità lo strumento migliore per aggredire i mercati degli altri paesi. E’ una nuova forma di protezionismo commerciale, se è giusto chiamare le cose con il loro nome, che cerca surrettiziamente di superare l’impossibilità di imporre pesanti dazi commerciali alle frontiere attraverso l’imposizione di una mentalità autarchica tra i consumatori, e che si illude di aggirare le croniche inefficienze di un settore produttivo proteggendolo dalla concorrenza e dalla competizione.

Può consolare il fatto che non ne siamo vittime soltanto noi: vado spesso in Austria e lì sono frequentissime le confezioni di prodotti ortofrutticoli, pomodori ad esempio, piene di bandierine bianche e rosse, sulle quali appare in bella mostra la garanzia dell’origine austriaca. Se chi vende pomodori in Austria considera una strategia vincente quella di pubblicizzare l’origine alpina e non mediterranea di un prodotto del genere, è difficile non notare quanto questo intero castello sia basato esclusivamente sul pregiudizio e sull’irrazionalità.

Twitter: @LaValleDelSiele 


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

10 Responses to “Il km zero non è la soluzione”

  1. Pietro scrive:

    una cosa è dire “costringersi a consumare solo prodotti locali”, un’altra e dire “preferiamo i prodotti locali”.

    Molti prodotti al mercato di Campagna amica non si trovano, perchè magari non è la stagione gusta o nella regione non si produce quel dato prodotto (esempio per me che abito a Roma è il Riso) e io consumatore sono comunque costretto ad andare al supermercato per completare la gamma di prodotti di cui ho bisogno.

    “Se chi vende pomodori in Austria considera una strategia vincente quella di pubblicizzare l’origine alpina e non mediterranea di un prodotto del genere, è difficile non notare quanto questo intero castello sia basato esclusivamente sul pregiudizio e sull’irrazionalità.”

    Il problema è proprio questo!!!! Il consumatore non ha idea qual’è la vera origine di quel prodotto e si accontenta di quello che gli viene proposto come il migliore!

    Ho 30 anni, sono cresciuto con la Kinder e la Findus, che tanto andavano di moda negli anni 80′, e ora sono FELICE di poter acquistare prodotti della campagna romana anche vivendo in una metropoli perchè Campagna Amica mi fa il mercatino sotto casa.

    Grazie Campagna Amica

  2. Luca scrive:

    La gente è libera di convincersi di quel che vuole: Se riusciamo ad esportare i nostri prodotti senza importarne più del necessario, la nostra bilancia dei pagamenti se ne avvantaggia. Questo deve essere fatto però con correttezza: Non si possono diffondere notizie che convincano i consumatori di ciò che un prodotto non è.
    Il problema è quindi solo uno, a mio modo di vedere: assicurare una correttezza dell’informazione tecnica, scientifica, pubblicitaria che un ordine dei giornalisti generalista non è in grado di fare. L’informazione tecnica può essere controllata, o anche non controllata, ma in tal caso deve essere effettuata solo da persone dotate di adeguata competenza (e qui l’unica garanzia è secondo me il titolo di studio), iscritte in apposito albo pubblico.
    Le informazioni errate, o tendenziose devono essere perseguite come truffe ai danni del consumatore. Non si può però impedire la diffusione di informazioni esatte anche se determinano, nella libera scelta del consumatore, attggiamenti protezionistici.

  3. pippo scrive:

    Il trasporto su gomma delle merci dovrebbe essere sostituto dal trasporto nel tubo.

    Un parallelo alla ferrovia ma dentro un tubo con percorsi flessibili.

    Collegare prima dei centri di invio – ricezione come fabbriche e centri commerciali con dorsali tra città

    e poi collegamenti sempre più ramificati

    Si possono scambiare merci a velocità di 800 km/h senza incidenti sulle strade e senza bruciare petrolio inutile.

  4. Gregor scrive:

    Gentile Giordano, condivido la sua analisi, ma una cosa mi chiedo: ci sono i margini per rendere l’agricoltura italiana più efficiente e quindi più competitiva sui mercati internazionali? Esistono esempi di aziende che ce l’hanno fatta? Oppure l’Italia dovrebbe rinunciare a gran parte della sua agricoltura perchè inadeguata alla competizione mondiale?

  5. Andrea B. scrive:

    @ Luca
    “Se riusciamo ad esportare i nostri prodotti senza importarne più del necessario, la nostra bilancia dei pagamenti se ne avvantaggia…”
    Cos’è …il ritorno delle idee economiche mercantilistiche, in campo agricolo ?

    E poi, per certe zone, il Km zero nella frutta e verdura porta a malattie come lo scorbuto :-))

    Infine allargando un po’ il discorso, questa mania del Km zero mi sembra molto in linea con l’ attuale tendenza di demonizzare tutto ciò che è “esterno” … quindi viva i dazi, viva la piccola e bella valle-patria e via tutto ciò che è forestiero, prodotti e persone !

  6. Luca scrive:

    Non parlavo di dazi. Volevo solo dire che in condizioni di equilibrio il consumatore può acquisire le informazioni utili a trarre il massimo vantaggio dal libero mercato (e questo potrebbe anche coincidere con quello degli agricoltori, i quali anch’essi si adattano al mercato). Ma contemporaneamente non ci deve essere l’ideologia del mercato globale fine a se stesso, che è utile solo agli speculatori, perchè in un mondo diviso in stati, l’economia nazionale più forte crea benessere per i suoi cittadini.

  7. Giordano Masini scrive:

    Gregor, Ci sono aziende che ce l’hanno fatta, e che ce la fanno, ma nel complesso sono casi isolati. L’agricoltura italiana, ed anche quella europea, nel suo complesso, sono tutt’altro che inadeguate alla competizione mondiale: prodotti di eccellenza, rese medie ancora di gran lunga superiori alla media globale, un sistema di infrastrutture moderno che avvicina la produzione al consumo, dallo stoccaggio alla trasformazione al trasporto… Il costo del lavoro non è l’unico fattore di produttività, in agricoltura, e spesso non è quelo decisivo, soprattutto da quando la tecnologia ha ridotto drasticamente l’impiego di manodopera. Il problema della nostra agricoltura è un’altro, ed è l’inefficienza legata a una eccessiva parcellizzazione delle aziende agricole, in cui economie di scala adeguate sono impossibili (l’azienda media in italia è di circa 8 ettari) e a un sistema di sussidi fatto apposta per conservare questo status quo.

  8. Gregor scrive:

    Grazie per la risposta.

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