di SIMONA BONFANTE – Gli rendono omaggio definendolo “custode della Costituzione”. Ma che vuol dire? La Carta Costituzionale mica si custodisce (ché lo fa bene da sola), semmai si applica. L’Alta Corte, poi: è lei che corregge il legislatore maldestro o il pari-grado ignorante. Scalfaro, però, è vero che la Costituzione a suo modo la difese. Ne difese cioè la irriformabilità, a dispetto del fatto che la Costituzione stessa si preveda riformabile.

Difese la matrice partigiana della genesi costituzionale
, con ciò contribuendo ad eternare quel conflitto ideologico – fascismo-antifascismo – che ha impedito nel nostro paese lo sviluppo di una dialettica democratica normale, dunque l’articolazione di una destra liberal-conservatrice e di una sinistra liberal-progressista di matrice europea. La liberalità, che manca alla nostra Costituzione, è in sé ragione necessaria e sufficiente per rendere l’istanza riformatrice non solo legittima, ma doverosa. Politicizzarne l’inviolabilità non è un dovere istituzionale ma, appunto, una scelta politica, gravida, come tutte le scelte politiche, di conseguenze pubbliche immanenti.

Storicizziamo. Scalfaro è stato il braccio istituzionale dell’anti-berlusconismo, quello spuntato dell’opposizione politica, quello elitario della resistenza culturale. Libertà e Giustizia, l’associazione della sinistra conservatrice à la Umberto Eco, ne ha fatto non a caso la sua icona. Il Pd ne ha seguito a ruota l’egemonizzante retorica, ché nel nostalgismo barricadero dell’Anpi, il partitino di Bersani, continua a trovare le proprie radici, dunque i propri orizzonti. Retroattivi, appunto.

La pseudo destra berlusconiana ha condannato Scalfaro, in vita, per la sponda ribaltonista offerta al Bossi del Berlusconi mafioso. La pseudo-sinistra forcaiola ha celebrato Scalfaro, in vita, per la sponda istituzionale offerta alla, a lei vantaggiosa, rimozione manettara degli avversari politici. Strumentalizzano entrambi. Entrambi riducono il peso storico del personaggio alla immediatamente esperibile conseguenza del suo agito istituzionale.

A mio avviso, però, Scalfaro non è stato né un avversario degli uni né un adiuvante degli altri: è stato, per gli uni, per gli altri, per i terzi, per il paese tutto solo un ostacolo culturale. Non lui, in quanto persona, ma lui come testimonial di un’attitudine intellettuale succube del dogmatismo teoretico paleo-resistenziale, refrattaria alla liberalità del pensiero, ostile alla flessibilità paradigmatica resa urgente dal cambiamento in atto nelle dinamiche globali.

Ha dovuto misurarsi con un politico – Berlusconi – che ha un senso opportunistico dello Stato e delle regole. E l’ha contrastato opponendogli un senso feticistico delle istituzioni e perfino dello “spirito” costituzionale. Berlusconi, della Costituzione, avrebbe fatto qualunque cosa gli fosse servito. Scalfaro ha pensato che l’unico modo per salvaguardarla dalla “manomissione” fosse quello di difenderne anche i clamorosi limiti ideologici e funzionali. Sono stati, da un certo punto di vista, due facce della stessa medaglia.

Va dato atto a Scalfaro, tuttavia, di averlo vinto lo scontro culturale con Berlusconi. Lo scalfarismo, ovvero l’egemonia della a-fattualità, della cristallizzazione gattopardesca del pessimissimo nello status quo: ebbene, questa è a un tempo l’eredità del ventennio berlusconiano e la unica prospettiva della sua svilita costruzione politica. Scalfaro vive. Berlusconi, checché se ne illudano i suoi cantori, non più.

—————————-

Twitter @kuliscioff