L’unica riforma dei titoli di studio è l’abolizione del loro valore legale

– Il governo ha rinunciato ad inserire nel testo del decreto legge sulle semplificazioni le misure volte ad intervenire sul valore legale della laurea ai fini dell’accesso alle amministrazioni pubbliche.
La vicenda e i contenuti delle misure originariamente proposte sono emblematici non solo delle difficoltà incontrate dal Governo, ogni qualvolta tenti di mettere mano ad un tema di rilievo “strutturale” per la società e l’economia italiana, ma esprimono una concezione dirigista della libertà economica, che pare ispirare una parte significativa delle politiche di liberalizzazione proposte dallo stesso governo.

Per capirne le ragioni, è importante confrontare i contenuti delle misure inizialmente inserite nel testo del decreto con le ragioni che stanno alla base della storica proposta di abolire il valore legale dei titoli di studio. Proposta, in realtà, come vedremo, mai realmente presa in considerazione dal Governo e i cui contenuti sono stati di recente discussi in un convegno organizzato sul tema, a partire dall’appello promosso da Radicali Italiani per la liberalizzazione del sistema universitario italiano.

La logica di fondo dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio è quella di valorizzare il più possibile la fondamentale funzione di garanzia e certificazione svolta dai diplomi e dalle lauree rilasciate dagli istituti scolastici e universitari. L’idea è quella di aumentare il valore dei titoli e massimizzarne la funzione informativa, agendo indirettamente sulla fonte del loro valore reale e non direttamente sul contenuto formale-legale. Il criterio di riferimento non è valore/assenza di valore, ma è la contrapposizione fra un valore giuridico (formale) e un valore sociale e di mercato (sostanziale).

In particolare, i sostenitori dell’abolizione del valore legale ritengono che la determinazione “per legge” del valore dei titoli produca effetti dannosi tanto sul sistema scolastico quanto sulla qualità della dinamica dei rapporti tra scuola e mercato del lavoro. Il valore legale è uniformante, impone un eguale valore di legge, noncurante delle forti differenze sostanziali dei titoli sottostanti e, così facendo, contraddice il presupposto della buona concorrenza: la piena informazione sulla qualità.

Per questa ragione il valore legale intralcia la concorrenza virtuosa tra atenei e istituti scolastici. Non potendo differenziare, né segnalare le diversità nella qualità e nel valore reale tra i titoli rilasciati, gli istituti universitari sono incentivati a competere “sul prezzo”, cioè sulla facilità di ottenere il titolo da parte degli studenti universitari. Anche il mercato del lavoro risente dell’inefficacia informativa dei titoli di studio che non riflettono pienamente la qualità della preparazione dei candidati. Una cattiva segnalazione della qualità delle competenze si traduce, nel lungo periodo, in una cattiva e inefficiente composizione del capitale umano. In un’economia basata sulla qualità delle competenze e delle conoscenze, il danno inflitto alla nostra economia da lauree e diplomi scarsamente valutati dal mercato è inestimabile.

E’ poi importante sottolineare come il principio del valore legale sia figlio di una concezione per la quale il sistema scolastico e l’ordinamento professionale sono interamente assorbiti nell’orbita del diritto pubblico e della logica burocratica. Oggi il valore dei titoli di studio è formalizzato in una serie di disposizioni normative contenute nell’ordinamento scolastico, nella disciplina di ammissione ai concorsi di pubblico impiego e di accesso alle c.d. professioni liberali. Queste norme sono incastonate in un sistema nel quale sussiste un sostanziale monopolio statale nel settore scolastico e universitario e gli ordini professionali, costituiti con legge dello Stato, si configurano come enti di diritto pubblico volti al conseguimento di fini che sono voluti dallo Stato. I processi di accreditamento degli istituti scolastici abilitati a rilasciare titoli di studio aventi valore legale sono condotti dal Ministero della Pubblica Istruzione e il sistema di valutazione dei risultati del sistema scolastico è gestito monopolisticamente da una autorità di diretta emanazione ministeriale (Invalsi). In sostanza, l’intera filiera del processo formativo scolastico e universitario è attratta nell’orbita del diritto pubblico e gestita secondo logiche burocratico-ministeriali.

Il superamento del valore legale dei titoli di studio, per incidere con efficacia sulle dinamiche interne all’ordinamento scolastico e al mercato del lavoro, deve essere accompagnato da una sostanziale apertura del sistema universitario e scolastico e da una piena realizzazione del principio di libertà della scuola. Questo può avvenire solo superando il monopolio statale e consentendo, al tempo stesso, la nascita regolata di un sistema nazionale di accreditamento basato su una pluralità di soggetti accreditatori e sulla verifica periodica di rispondenza ai criteri di accreditamento. E’ importante che tanto l’accreditamento degli istituti quanto la valutazione dei risultati siano attività eseguite da più soggetti, anche in competizione tra loro, in modo tale che, anche qualora l’accreditamento da parte di uno di questi soggetti perda di validità (ad esempio, perché viene dato troppo facilmente), ce ne siano altri che invece mantengano uno standard significativo e garantiscano gli utenti.

A ben vedere, è questo il significato più autenticamente liberale e riformatore della proposta di abolizione del valore legale dei titoli di studio: in un sistema senza valore legale, le attività di accreditamento e valutazione, che costituiscono la vera fonte del valore reale dei titoli di studio, non sarebbero condotte in regime di monopolio e secondo una logica burocratica, ma sarebbero esercitate nell’ambito di un sistema regolato, aperto e pluralista, costituito da una molteplicità di soggetti accreditatori e valutatori. L’obbiettivo, dunque, è la costituzione di agenzie esterne al sistema scolastico, specializzate nella certificazione degli esiti dell’apprendimento, e di organismi indipendenti cui sono attribuite funzioni di controllo sull’efficienza e l’efficacia del sistema scolastico.

Chiarita la logica sottostante alla proposta di abolizione del valore legale dei titoli di studio è agevole constatare quanto fosse limitata e in parte controproducente la misura inizialmente prevista nel decreto sulle semplificazioni. Tali misure miravano ad incidere direttamente sul peso legale dei titoli di studio stabilendo per decreto che il voto di laurea e l’ambito disciplinare di provenienza del titolo non sarebbero più dovuti essere criteri rilevanti nella valutazione dei candidate ai concorsi per l’accesso alla PA.

Anzitutto, una misura di questo tipo lascia inalterato il principio del valore legale dei titoli di studio, anzi, ne ribadisce la centralità, agendo direttamente sul contenuto di tale valore. Stabilire “per decreto” che la laurea è equiparata agli altri titoli professionali e che il voto di laurea perde centralità nella valutazione dei candidati significa indebolire la funzione informativa del titolo di studio. Si agisce direttamente per legge sul contenuto del valore legale, svalutandolo e sbiadendone la funzione segnaletica.

E’ ragionevole che titoli accademici relativi ad ambiti disciplinari diversi siano valutati diversamente a seconda del profilo professionale ed è fisiologico che al voto di laurea sia dato un qualche peso. L’idea che scolorendo il titolo di studio e le dichiarazioni in esso contenute possa conseguirsi un qualche effetto benefico sui meccanismi di selezione è davvero illusoria. Per ridare un effettivo valore “reale” ai titoli di studio, la via maestra da perseguire è quella di sottrarre i meccanismi di rilascio e riconoscimento dei titoli ad una logica burocratico-ministeriale e affidarli a un sistema pluralistico e competitivo di accreditamento, regolato da autorità indipendenti.

L’unico modo, in altre parole, è lasciare che chi si serve dei titoli di studio sia libero di attribuire rilevanza ai titoli che ritiene maggiormente significativi e da cui si sente più garantito. Questo percorso di valutazione non può essere “proceduralizzato” per legge, ma deve essere basato sulla libertà “informata” dei soggetti che si servono dei titoli di studio. Allo Stato deve spettare il compito di regolare l’attività di accreditamento e di valutazione.

La proposta governativa introduceva anche il criterio del “congruo numero di crediti formativi”. Poiché tali crediti differiscono da Ateneo ad Ateneo e da dipartimento a dipartimento all’interno degli stessi Atenei, il lodevole intento del governo era quello di conseguire una differenziazione dei titoli di studio, assegnando un numero maggiore di crediti formativi agli Atenei e ai dipartimenti “migliori”.

Qui emerge tutta l’impostazione dirigista e tecnocratica oggi prevalente in tema di liberalizzazioni. Si rinuncia alla pretesa dell’eguale valore, ma si rimane saldamente ancorati alla pretesa legalistica di stabilire per via amministrativa la qualità ed il valore reale dei titoli di studio. Sarebbe di fatto l’Invalsi a porre le premesse per stabilire le differenze di valore da attribuire ai titoli di studio. E’ una idea della liberalizzazione “diretta dall’alto”, concertata da strutture burocratiche centralistiche, che pare ispirare anche altri provvedimenti di liberalizzazioni adottate dal governo (ad esempio, quelle in materia di notai e farmacie, che lasciano inalterata la struttura ordinistica dell’attività professionale, o quelle in materia di carburanti e assicurazioni, dove non vi è traccia di un ampliamento degli spazi di “libertà contrattuale”).

Per concludere, la discussione sul valore dei titoli di studio pare oggi dominata, sul versante del “sobrio” riformismo governativo, da un atteggiamento illuministico-tecnocratico che, pur sottolineando discorsi di efficienza, modernizzazione e innovazione tecnologica, conserva intatta un’impronta fortemente statalista, che pretende di fissare per legge le dinamiche del mercato e della concorrenza. E’ opportuno e urgente, dunque, inserire nell’agenda politica una linea di pensiero e una strategia di governo che liberino la scuola e l’università italiana dalla logica burocratica che anima il principio del valore legale del titolo di studio.


Autore: Daniele Bertolini

Nato nel 1976 in provincia di Reggio Emilia, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Pavia con una tesi dedicata all’analisi economica del valore legale dei titoli di studio. Attualmente svolge il dottorato di ricerca in Law and Economics presso la Faculty of Law - University of Toronto. Avvocato e consulente legislativo, ha di recente pubblicato un libro dal titolo “La Produzione Efficiente del Diritto”. E' da sempre militante radicale ed è attualmente membro della Direzione Nazionale di Radicali Italiani.

2 Responses to “L’unica riforma dei titoli di studio è l’abolizione del loro valore legale”

  1. abolire il valore del voto di laurea e dei titoli di studio, è una garanzia di qualità.
    invece concepire di valutare diversamente le lauree rilasciate dalle varie sedi universitarie è un intralcio alla concorrenza.
    non si verrà infatti giudicati per il valore espresso nel concorso ma per un titolo rilasciato altrove, danneggiando quindi la concorrenza.
    c’era una ottima discussione su questo nel sito del movimento libertario.

  2. massimo scrive:

    Secondo la vulgata, nel caso di concorsi pubblici, si deve togliere valore al voto di laurea; OK allora. Ma me pare che l’azione proposta sottenda ben altra cosa.

    Se si volesse dire solo questo basterebbe fare una leggina di 1 articolo: Abolizione valore legale del VOTO di laurea.

    Invece io pessimisticamente la vedo come corollario alla abolizione degli ordini professionali che prelude alla fondazione di studi professionali di proprietà di chiunque abbia i soldi per fondarli. Studi che saranno composti da professionisti senza una particolare laurea ma capaci di svolgere bene un certo lavoro…. Ovvero un laureato in scienze politiche potrà fare l’ingegnere o l’avvocato…
    Ma perchè non un diplomato…

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