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Il fuoco sotto la liquidità. La crisi del debito si cronicizza, quella politica dell’Ue pure

– L’ennesimo Consiglio europeo, l’ennesima messa a punto di nuove regole “comuni” per uscire dalla crisi. La realtà è che i problemi resteranno largamente irrisolti, pur se attenuati dalla vigorosa azione della Banca centrale europea ed in attesa di un impulso di crescita, probabilmente importata da fuori Eurozona.

Oltre a specificare le modalità di incorporazione dell’equilibrio di bilancio pubblico nelle costituzioni o in “leggi fondamentali” equivalenti, il vertice dovrà dirimere le modalità di rientro del debito pubblico, inizialmente previste in modalità lineare, pari ogni anno ad un ventesimo dell’eccedenza del rapporto debito-Pil rispetto alla mai rispettata soglia di Maastricht del 60 per cento. Ma in queste ore sta emergendo (o riemergendo) con forza il convitato di pietra di tutti gli eurovertici, evocato dall’avvitamento infinito della crisi greca: quali modalità di enforcement per ottenere il rispetto delle prescrizioni di rientro, nei casi più gravi?

Un documento tedesco, la cui autenticità non risulta ufficialmente smentita, circolato negli ultimi giorni a margine dei negoziati tra governo di Atene, Troika e creditori privati sull’haircut da applicare al debito pubblico greco, prevede che il secondo pacchetto di aiuti, deciso lo scorso ottobre e quantificato in 130 miliardi di euro, sia condizionato alla nomina di un “commissario al bilancio” per l’Eurozona, che possa mettere il veto alle decisioni del governo greco in materia di bilancio, in caso di deragliamento del programma di “risanamento”.

Il caso greco è una miscela esplosiva di errori di politica economica nella scelta degli strumenti di consolidamento fiscale, ma anche di neghittosità delle autorità del paese ad applicare alla lettera misure che sprofonderebbero il paese in una depressione ancor più profonda dell’attuale. Il nodo politico risiede proprio nella difficoltà ad identificare quale parte dello scostamento rispetto alle previsioni sia imputabile all’applicazione limitata e parziale delle misure fiscali, e quanta sia invece frutto di un circolo vizioso fatto di austerità che causa depressione, che causa nuovi buchi di bilancio. Per i tedeschi non c’è alcun dilemma, e la risposta è netta: occorre “guidare” il governo greco nel percorso di consolidamento con mano fermissima, fino a ricorrere ad un commissario che possa porre il veto a decisioni di bilancio pubblico da parte del governo di Atene che non siano in linea con gli obiettivi dei creditori pubblici internazionali.

Non solo: l’iniziativa tedesca appare mirata ad evitare ad ogni costo un default greco anche spingendosi ad ipotesi estreme, come l’imposizione di tagli di spesa pubblica corrente in caso di mancata erogazione di una rata di aiuti, per violazione delle condizioni imposte. Il gettito fiscale verrebbe inoltre dirottato, in via prioritaria, al servizio del debito. Al paese sarebbe quindi negata la possibilità di “rifugiarsi” in un default.

Nonostante la sconfessione di questa iniziativa da parte della Commissione europea, dopo l’ondata di sdegno in Grecia, il tema dell’applicazione rigorosa delle condizionalità all’erogazione di aiuti è destinata ad aleggiare sui lavori di redazione del fiscal compact. Anche dal caso specifico della Grecia, a cui a breve si aggiungerà il diligente Portogallo, che sta per essere travolto dal debito delle società pubbliche che i mercati rifiutano di rinnovare, oltre che da dinamiche di scostamento rispetto agli obiettivi di consolidamento fiscale che sono indotte dalla magnitudine della stretta attuata.

Che accadrà, quindi? Nel fiscal compact la cessione di sovranità fiscale sarà spinta fino al commissariamento di governi e parlamenti? E’ probabile che a questo giro ciò non accadrà, ma il problema verrà riproposto con forza dai tedeschi nelle prossime settimane e mesi, quando la crisi di Grecia e Portogallo si sarà ulteriormente aggravata. Serviranno referendum nazionali, per imporre misure così drastiche e di formale (oltre che sostanziale) sospensione della democrazia? Che accadrà quando (non se) tali referendum vedranno la massiccia vittoria dei no? I paesi contrari continueranno ad usare l’euro o verrà creato un nuovo trattato che codifichi l’espulsione dalla moneta unica? Come si nota, ogni tentativo di risoluzione del problema causa l’insorgere di una pluralità di altri.

E mentre la politica europea gioca con fiammiferi e benzina, illudendosi di star disegnando la road map che ci porterà fuori dalla crisi, la tecnostruttura della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi ha contribuito in modo decisivo a far scendere la febbre, con la maxi operazione di fornitura di liquidità triennale del 21 dicembre scorso a favore delle banche, che sarà seguita da altra identica il prossimo 29 febbraio. Con questa operazione è stato praticamente impedito agli intermediari creditizi di diventare insolventi, ponendoli  a galleggiare in un oceano di liquidità. Come ha commentato giorni addietro un addetto ai lavori, con questa misura persino Bernie Madoff sarebbe riuscito a rimanere solvibile ad oltranza.

L’effetto collaterale immediato dell’operazione è stato un vigoroso ritorno della domanda sul debito a breve termine, sia quello pubblico che quello delle banche, tornate a beneficiare, sia pure con le cautele del caso, del denaro dei fondi monetari statunitensi, che avevano abbandonato l’Eurozona nell’ultimo trimestre dello scorso anno. La benefica alta marea si è poi estesa ai paesi in difficoltà ma non ancora in assistenza, quali Italia e Spagna, bloccando ed invertendo di fatto il deterioramento del loro merito di credito e lambendo anche la parte lunga della curva dei rendimenti, abbassando lo spread a livelli meno drammatici ma pur sempre indicativi di un profondo squilibrio.

Che accadrà, quindi, ora? Che il fiscal compact verrà solennemente redatto e sottoscritto, ma non servirà a nulla in assenza di cessione completa di sovranità fiscale nazionale (e forse neppure in quel caso); l’insufficienza di risorse del fondo salva-stati resterà al centro del dibattito comunitario; gli squilibri rimarranno in essere ma tenderanno a “cronicizzarsi” per effetto della poderosa azione della Bce, che opera rigorosamente entro la cornice del proprio statuto. Mario Draghi non ha peraltro dato fondo alle armi di cui dispone: se le pressioni deflazionistiche (in varia forma e modalità) dovessero prendere corpo, il presidente dell’Eurotower potrà utilizzare tutta la propria indiscutibile sapienza tecnocratica ed abilità politica per mettere mano ad una “opzione nucleare” anche sul debito sovrano, sia pure senza favoritismi formali al nostro paese.

L’eurocrisi verrà contenuta (cronicizzata, appunto), in attesa dell'”evento di crescita” che ne attenui ulteriormente l’acuzie, senza dimenticare che oggi non ci troveremmo in questa situazione se la gestione del sentiero di rientro dal deficit non fossa stata imposta dai tedeschi secondo tempistiche ferocemente pro-cicliche, frutto di una lettura del tutto erronea delle radici della crisi. Partorire una unione politico-fiscale vera, partendo da una unione monetaria, è molto doloroso e ad alto rischio di interruzioni più o meno spontanee di gravidanza. Ammesso e non concesso che esista realmente la volontà di giungere ad un esito simile.

Il “problema”, quindi, rimarrà ancora per molti anni (e parlamenti) a venire, condizionando e vincolando (soprattutto da noi) il querulo chiacchiericcio noto come “dibattito politico”.
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Twitter: @Phastidio


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

3 Responses to “Il fuoco sotto la liquidità. La crisi del debito si cronicizza, quella politica dell’Ue pure”

  1. Quarto Giuseppe scrive:

    Caro amico,
    in questi giorni orribili per l’Italia , sia sotto il profilo politico, sia finanziario, mi viene dal cuore scrivere questa lettera al nostro presidente del consiglio.
    Politici ed economisti ci propinano mille soluzioni per risolvere il problema.
    Si interrogano se e meglio la patrimoniale, l’ICI anche sulla prima casa, lotta all’evasione fiscale, aumento dell’Iva, della benzina, sigarette e tasse varie.
    Io non sono ne un economista ne un intellettuale, ma un semplice persona che a lavorato 50 anni ma anche a mio livello risulta evidente che il problema dello stato italiano e semplicemente che esso spende e sperpera troppo.
    Sig. Presidente pagherò volentieri il bollo di 100 euro sul mio cc/corrente bancario se lei mette in cassa integrazione a 1.000 euro mensili la gran parte dei 4.600 dipendenti di palazzo Chigi che sono molto di più dei 1.337 del Cabinet Office di David Cameron.
    Pagherò volentieri l’aumento della benzina se lei eliminerà affitti 35 milioni di euro l’anno che la camera paga .
    Pagherò volentieri l’aumento del contributo Inps se eliminerà le doppie e triple pensioni sono che sono migliaia e molte per importi di decine di migliaia di euro al mese.

    Andro volentieri in pensione 5 anni più tardi se lei da una sforbiciata ai dipendenti di camera e senato che costano mediamente 137.525 euro. Cioè 19 mila più dello stipendio dei 21 collaboratori stretti di Barack Obama,
    Paghero volentieri l’aumento dell’ IVA se lei eliminerà le migliaia di enti inutili produttrici semplicemente di consigli di amministrazione e di stipendi fuori da ogni logica .
    Pagherò volentieri gli l’IMU sulla mia prima casa se lei metterà un tetto di 50.000 euro all’anno per le decine di migliaia di burocrati della pubblica amministrazione, dipendenti senza nessuna responsabilità managgeriale o rischio di licenziamento.
    Vede sig. Presidente quando la sig.ra Angela Merkel le dice che l’Italia può farcela da sola, intende dire che lei può fare proprio quei tagli che io le suggerisco.
    Sig. Presidente non vada con il cappello in mano in giro per l’Europa a chiedere aiuti, non facciamo bella figura e mortifica tutti gli imprenditore che fanno valere nel mondo le proprie genialità e spirito di iniziativa.
    Chiedo che il suo governo che prima di decidere nuove tasse, usi la scure e tagli questi sprechi e privilegi, senza raccontarci che non si possono toccare i diritti acquisiti, i privilegi non sono mai acquisiti, sono semplicemente un furto ai danni dei cittadini. Ascolti la voce di quei movimenti siciliani che sono spontanei e disperati, la disperazione e sempra cattiva consigliera,
    Sig. presidente se davvero riuscirà ad ottenere questo risultato ritornerebbe la fiducia sull’ Italia e lo spread verso i Bund si abbasserebbe immediatamente,
    Sig. Presidente ascolti la voce dei milioni di imprenditori che sebbene abituati a lavorare sodo e a mai lamentarsi si sentono schiavi di questo castello burocratico che lo stato si e dato e che pesa come un macigno sulle spalle delle persone che lavorano d’avvero e che tirano la carretta con enormi sacrifici.
    Maggiori tasse risolvono solo momentaneamente il problema ma non lo eliminano alla radice
    Giuseppe Quarto
    Club L’Imprenditorie.
    Via Canneto 7
    Brescia
    Tel XXXXXXXXXXXX

  2. dubturbo scrive:

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