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Melancholia e Immaturi, scene (un po’ misogine) di matrimoni

– E’ difficile immaginare una scena più palesemente contro il matrimonio di quella contenuta nell’ultimo film di Lars Von Trier, intitolato “Melancholia”: una donna bionda, bella e imponente, vestita con l’abito da sposa, corre in un giardino, ma la sua corsa è trattenuta da alcune radici abbarbicate alle sue gambe e all’abito bianco.

E’ un’immagine surrealistica, che appartiene al regno dei sogni o degli incubi. Sembra proprio uno di quei sogni angosciosi nei quali si cerca invano di fuggire o di raggiungere una meta. Qui la donna sembra fuggire dal proprio matrimonio.

Il film ci racconta, in effetti, di una donna nevrotica, il cui rifiuto del matrimonio non è lucido e coerente. Il giorno delle nozze si presta a recitare il ruolo della sposa felice in una grande festa che i parenti hanno organizzato per lei. Ma poi la sua contrarietà repressa esplode: si rifiuta di passare con il marito, che la ama e che lei sembra ricambiare, la prima notte di nozze; e lo tradisce con uno degli invitati.

Poi, quando il marito la abbandona, sprofonda nella più cupa delle depressioni. Vagheggia la morte propria e addirittura del mondo intero, perché, dice, la vita sulla terra è tutta malata e merita l’estinzione. Così instaura una misteriosa simpatia, quasi un accordo telepatico, con un pianeta, il pianeta Melancholia, che minaccia di collidere con la terra e di farla esplodere.

E, se da un lato l’autore del film sembra simpatizzare con questo rifiuto totale ed estremo che, a partire dal matrimonio, è un rifiuto della società intera, dall’altro, da quel furioso misogino che si dice che sia, attribuisce alla donna una spaventosa irrazionalità distruttiva.

Potrà sembrare incongruo accostare questo film di Von Trier, uscito in Italia due o tre mesi fa, con un film italiano più recente, diretto da Paolo Genovese, e intitolato “Immaturi – Il viaggio”. Tanto il film di Von Trier ha un’impronta fortemente originale, ed è deliberatamente sgradevole – anche se ha un suo fascino; tanto il film di Genovese vuole essere accattivante, e presenta una galleria di personaggi, appena abbozzati ma dai tratti molto comuni, nei quali lo spettatore è chiamato a identificarsi. Per essere più chiari: “Melancholia” è un film d’autore; “Immaturi” è un film commerciale.

Eppure, il confronto tra i due film è significativo.
Perché i personaggi del film di Genovese sarebbero “immaturi”?
Si tratti di un gruppo di uomini e di donne sui quarant’anni – tutti conviventi, sposati o sulla soglia del matrimonio – che progettano una vacanza insieme in un’isola greca.

Un particolare importante: gli uomini partono insieme con un giorno di anticipo rispetto alle donne.
Ed è importante perché dimostra che da questa vacanza tutti gli uomini si aspettano, confessandoselo o meno, quella che con un brutto termine si chiama: una scappatella.
La morale del film è che sono immaturi perché questo genere di avventure sarebbe conveniente a degli adolescenti, ma non a degli uomini fatti, che appunto se non sono sposati poco ci manca.

Questa almeno è la morale conclamata. Però il film suscita sensazioni contraddittorie. Le mogli – o le future mogli, o le conviventi – che arrivano insieme nell’isola, hanno tutta l’aria di un plotone di guardiane con il compito di soffocare nei loro uomini l’ultimo refolo di libertà. E gli uomini appaiono spaventati o avviliti dalla loro presenza.
Insomma: è misogino anche il film di Genovese, sia pure di una misoginia vicina al senso comune; così vicina che la si potrebbe non riconoscere come tale.

Il film sembra concludersi con un lieto fine: gli uomini maturano, rinunciano ai tradimenti, e si riconciliano con le loro compagne disposte a perdonarli con le lacrime agli occhi.
Eppure, nel momento in cui le coppie si stabilizzano, per un escamotage della storia, tutti i personaggi sono rinchiusi nella cella di sicurezza di un commissariato greco, e li vediamo attraverso una finestra chiusa dalle sbarre: un’immagine ammiccante.

Dovremmo allora concludere che il film di Genovese soffre di contraddizioni nevrotiche come la protagonista di “Melancholia”?
Direi di no. Questa è soltanto ipocrisia. Un’ipocrisia, purtroppo, dall’aria molto italiana.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

3 Responses to “Melancholia e Immaturi, scene (un po’ misogine) di matrimoni”

  1. non ho capito perchè c’è misoginia e non misandria.

  2. Gianfranco Cercone scrive:

    Dici nei due film? In quello di Von Trier il marito è sempre gentile e affettuoso. Nel film di Genovese, dietro il moralismo, a mio parere simpatizza con il desiderio di libertà degli uomini.

  3. GG scrive:

    Ho visto entrambi i film. In immaturi non vedo misoginia, alla fine il film ha comunque un lieto fine che “punisce” il comportamento sbagliato degli uomini. E semmai ci fosse misoginia, sarebbe in misura molto minore ai film comici italiani soliti (vedi cinepanettoni). In Melancholia un po’ di misoginia ce la vedo col parallelismo donna – pianeta con un senso totale di distruzione. Il film è artisticamente apprezzabile, ma la trama non mi ha trasmesso proprio nulla.

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