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Pagamenti della PA alle imprese coi titoli di stato, occhio ai rischi

– Il recente decreto “liberalizzazioni” sblocca pagamenti arretrati dovuti dalle pubbliche amministrazioni alle imprese fornitrici per circa 5,7 miliardi di euro sui circa 70-80 miliardi totali stimati.

Di questi pagamenti fino a 2 miliardi potranno essere pagati con l’emissione di titoli di stato ad hoc, che non verranno conteggiati nei limiti delle emissioni nette dei titoli di Stato indicati nella legge di bilancio. Un ottimo articolo di Amedeo Panci qualche giorno fa su Libertiamo segnalava tra le altre cose i vantaggi del’operazione per le imprese. Con questo articolo mi propongo invece di evidenziare come questa idea, seppur possa dare una risposta ad utilità contingente, abbia anche controindicazioni, che diventerebbero problematiche se si pensasse di estendere questo criterio al restante importo arretrato.

Innanzitutto l’ipotesi di accettare Titoli di Stato a pagamento viene descritta sui media come una scelta volontaria dell’imprenditore che può anche optare per ricevere invece un bonifico. E’ evidente, spero, per tutti che qualunque impresa preferisce, potendo, ricevere un bonifico rispetto a titoli di stato se le tempistiche sono le medesime. Se questa fosse la scelta semplicemente sarebbe un provvedimento inutile. La scelta nella realtà è tra ricevere i titoli ora o ricevere il pagamento in un futuro quando le pubbliche amministrazioni avranno il denaro. Per molte imprese in crisi di liquidità non c’è scelta.

Ora, la modalità con cui verranno emessi questi titoli è demandata al ministero dell’economia, ma alcune valutazioni è già possibile farle. Per potere essere accettabili dalle aziende devono poter essere liquidabili, così da mettere l’azienda nella condizione di poter pagare le maestranze, le bollette e tutti i costi. Quindi o sono titoli negoziabili sul mercato o invece sono speciali e “nominativi”: in questo secondo caso, le aziende li useranno come garanzia per ottenere liquidità dal sistema bancario. Se ciò si verificasse, favorirebbe l’aumento dell’esposizione delle banche verso il rischio del debito sovrano, rischio che le banche cercheranno di trasferire nel tasso di interesse applicato all’impresa.

In secondo luogo bisogna capire a che prezzo verranno “collocati”. La forchetta è tra 100 – situazione in cui sarebbero a tutti gli effetti dei pagherò senza interessi (che sarebbero comunque una opzione interessante visto che l’alternativa è il non essere pagati) – e il prezzo del titolo di stato “ufficiale” corrispondente. La discussione sul tema lascia supporre ad oggi che siano titoli con scadenza a breve termine, cioè equiparabili ad un BOT a 6 mesi, la cui ultima asta a fine dicembre ha indicato valori un prezzo di 96,80 a fronte di un 100 che verrà reso dallo stato 6 mesi dopo.

Nel primo caso, se l’impresa cerca di liquidarlo anticipatamente, incorre in una perdita, perché il compratore per correre un rischio vuole una remunerazione per il periodo residuo. Indicativamente la transazione si concluderà al prezzo di mercato del titolo equivalente. Il fornitore avrà inoltre un indicatore economico preciso di quanto ricaricare in futuro offerte per nuovi lavori commissionati dalle pubbliche amministrazioni per evitare questa perdite.

Nel secondo caso invece abbiamo creato VERO debito pubblico che genera interessi. In sintesi, abbiamo trovato una scappatoia per eludere i vincoli di bilancio vista la formulazione dell’articolo 35 del decreto che pone l’emissione di tali titoli fuori dalla legge finanziaria.

In tutti i casi, per le imprese avere in portafoglio questi titoli significa pagare le commissioni alle banche circa il 0,20% del capitale stesso e pagare la tassa di bollo. Se il prezzo di “acquisto” fosse inferiore a 100 graverebbe anche la ritenuta fiscale sui capital gain del 12,50%, l’ennesima partita di giro priva di senso.

Ora, qualunque scenario si analizzi (fatto salvo l’eventuale default dello stato prima del termine dell’emissione) c’è un solo player, cioè le banche, che vince sempre a scapito degli altri due.

Per le imprese, la situazione può solo migliorare ma comunque nella misura in cui peggiora per le casse dello stato. Se massimizziamo il beneficio alle imprese, il provvedimento è del tutto equivalente a fare nuovo debito in finanziaria per pagare i fornitori emettendolo come normalissimi titoli del debito, l’unica differenza è un meccanismo diverso di contabilità creativa con cui tale debito rimane comunque fuori dai conti del debito pubblico ufficiale.

Se in futuro il limite di 2 miliardi di euro dovesse essere espanso si porrebbe anche il problema dell’aumento dell’offerta di titoli sul mercato secondario che implicherebbe calo dei prezzi, aumento dei rendimenti e quindi dello spread. In merito Panci mi pare un pò troppo ottimista: può essere vero che i mercati abbiano già interiorizzato nei prezzi le informazioni note, ma non tutto in merito è noto, e il calo dello spread è in gran parte dovuto all’effetto del LTRO attuato dalla BCE, che ha creato da parte delle banche domanda di titoli a breve termine.

Mi chiedo quindi se convenga continuare su questa strada poco trasparente o non convenga piuttosto cambiare rotta con misure strutturali incominciando a ridurre la spesa pubblica seriamente e con i risparmi ottenuti ridurre i tempi dei pagamenti alle imprese senza scorciatoie.

Per completezza di analisi cito anche un altro scenario che è quello di dare corso legale a questi titoli, cioè di rendere possibile per le imprese di pagare i propri fornitori con i titoli di debito esattamente come se fosse moneta (senza possibilità che questi ultimi la possano rifiutare).

Tale caso, però, è a tutti gli effetti creazione di moneta FIAT convertibile in Euro al di fuori del sistema BCE e quindi in violazione dei trattati che abbiamo firmato. E che sarebbe sparata direttamente nell’economia reale. Una sorta di moderno “assegnato” che ci riporta all’epoca della rivoluzione francese. Spero di non leggere nei prossimi mesi apprendisti stregoni propugnare una idea malsana in tal senso. Ma non ci conto.


Autore: Andrea Benetton

Nato a Milano nel 1972. Consulente specializzato in processi aziendali, lean thinking e IT.

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