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Liberalizziamo la politica

– “Una follia universalmente riconosciuta”: così Alcibiade definisce la democrazia, stando al racconto di Tucidide.
Un regime costituzionale così singolare che – ricorrendo spesso anche al sorteggio – arriva a consentire a tutti, persino a marinai, artigiani, mercanti, insomma a tutte le categorie considerate inaffidabili e incompetenti, l’esercizio di quelle funzioni di governo che erano esclusiva prerogativa di poche famiglie gentilizie da sempre deputate agli affari pubblici. Doveva apparire strabiliante che quel sistema avesse un tale successo da trasformare l’intero corpo della cittadinanza in classe dirigente e consentire per un secolo l’esperimento della perfezione, l’eccezionale fioritura civile, culturale ed economica di Atene.

Un sistema tanto strabiliante ed efficace da coinvolgere anche gli esponenti più lungimiranti dell’aristocrazia nel gioco del Demos, che noi oggi chiamiamo politica. Ma Giovanni Sartori non è uomo che si lasci contaminare dall’entusiasmo e per questo condanna l’idea della elezione per sorteggio alle cariche pubbliche, riproposta recentemente da Michele Ainis dalle pagine del Corriere della Sera. L’intervento di Ainis è teso a restituire vitalità e nuova linfa alle istituzioni politiche, rese asfittiche dall’esaurimento storico di un modello antiquato di rappresentanza, al quale non si rimedia con modesti aggiustamenti del metodo elettorale.

Contro la proposta si scaglia Giovanni Sartori: “In un mondo che è diventato così complicato che nemmeno gli specialisti (a cominciare dagli economisti) riescono più a capirlo e controllarlo, il primitivismo di questa proposta mi lascia, confesso, di stucco.” E prosegue sullo stesso tono, senza risparmiarci appunto gli stucchevoli e rituali luoghi comuni contro le istanze partecipative e gli istituti di democrazia diretta.

Anche senza far notare che lo stesso professore si contraddice, ammettendo che gli specialismi, senza visione politica d’insieme, non servono a niente, sarebbe troppo facile polemizzare, enumerando la galleria di personaggi “competenti e responsabili” che allignano, sia pur con cospicue eccezioni, nelle assemblee parlamentari così oculatamente elette, oppure ricordando il ruolo di giudice popolare che persino nel regime vigente qualsiasi cittadino “inaffidabile e incompetente” può essere chiamato a ricoprire nelle Corti d’Assise.

Ma il punto è un altro e riguarda la decisione tra due opposte concezioni della politica: quella minimalista, e in fondo davvero populista, che ritiene la politica un male necessario affidato alle mani terapeutiche di qualche stregone che se ne occupa per tutti. E quella inclusiva, per la quale la politica è la più alta impresa comune, offerta all’esperienza di tutti i cittadini.

La forte richiesta di partecipazione politica che sta emergendo nella società non esprime soltanto lo sdegno per un reticolato di corruzione diventata quasi fisiologica. Oltre a questo, si sta sviluppando un processo di riappropriazione della res publica, che per definizione non può essere lasciata in appannaggio privatistico a pochi specialisti.

Anche se questi fossero tutti davvero competenti onesti e responsabili, non esiste alcuna ragione per escludere i cittadini dalla vita politica, relegando i più in un ruolo passivo, deprivati di quella pubblica felicità che consiste proprio nella gioia e nel piacere di essere cittadini attivi, continuamente presenti (molto più che rappresentati) sulla scena condivisa.

Contro l’interessato scetticismo di chi non vuole riconoscere il potenziale di intelligenza e freschezza politica della cittadinanza, intervenire politicamente significa moltiplicare gli spazi e i ruoli nei quali esercitare e condividere potere. Lontano da essere, come accade nei regimi dispotici e quindi apolitici, dominio di governanti su governati, il potere politico designa la capacità generativa di far accadere le cose nella cura della res publica e a favore di tutti.

Per corrispondere al desiderio dei cittadini di presentarsi in un rinnovato spazio pubblico, le istituzioni devono eliminare ataviche ostruzioni, scrostare l’ingombro paralizzante e rugginoso dei meccanismi di cooptazione: occorre sparigliare le carte. Il sorteggio di una parte delle cariche ha questa funzione, contrasta l’immobilismo dello Stato immettendo i portatori di energie innovative e di prospettive inedite.

Agli albori della democrazia, i Greci invitarono Tyche, divinità della Sorte, a far da levatrice per la nascita della politica. Visto l’esito, è un precedente di buon augurio anche per noi.

(Articolo pubblicato su Il Futurista del 26 gennaio 2012)


Autore: Peppe Nanni

Nato nel 1957 a Milano dove si ostina a fare l’avvocato, presidente dell’Associazione Hetairia-Officina politica, è tra i promotori del Manifesto di Ottobre. Auspica un’epidemia di passione politica e per questo congiura con Eros, Atena e Dioniso.

One Response to “Liberalizziamo la politica”

  1. Sono contento che c’è chi guarda all’idea del sorteggio in modo positivo. Io avevo creato un sito a suo tempo sulla demarchia, la democrazia del sorteggio (http://blog.demarchia.info). Per cercare di raccogliere approfondimenti e informazioni a proposito. Proprio l’articolo di Ainis e il conseguente rinnovato interesse mi ha motivato a scrivere qualche altro articolo.

    Mi pare che l’argomentazione di Sartori sia debole da due punti di vista: primo, i sorteggiati possono benissimo ascoltare e seguire l’opinione di esperti. Secondo, è vero potrebbero dare ascolto agli esperti sbagliati, ma è sempre meglio che eleggerli direttamente.

    Inoltre credo che i politici sino molto bravi a raccogliere voti, più che essere particolarmente capaci nel fare le scelte che portano il benessere del popolo.

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