Valorizzare il merito abolendo il valore legale della laurea

Le liberalizzazioni sono uno degli obiettivi principali del Governo Monti. Lo scorso venerdì è stata presentata la bozza e da alcuni giorni i partiti politici non parlano d’altro. Taxi, farmacie, notai e altre classi sono state “attaccate”, ma un’altra liberalizzazione, se così può esser chiamata, è quella dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Se ne sente parlare da molto tempo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di fare un passo così importante in tema di università. Così, il Governo, ha avviato una discussione interna al Consiglio dei Ministri, come ha anticipato il CorSera domenica scorsa. Con molta probabilità al prossimo CdM, si arriverà ad una sintesi tra le varie posizioni e il Parlamento sarà costretto a discuterne.

Naturalmente, come sempre, si è sviluppata una discussione sul web, dove favorevoli e contrari continuano da un paio di giorni a confrontarsi sulla questione. Per questo bisogna spiegare bene cosa ha in mente l’esecutivo, per fare chiarezza su alcuni punti che sono oscuri.

Innanzitutto: non è vero che la laurea vale meno, ma è il punteggio che assume un ruolo diverso nel caso in cui il laureato dovesse partecipare ad un concorso pubblico. Infatti il candidato dovrà dimostrare professionalità e capacità, affinché possa essere il vincitore di un determinato concorso nella PA. Per vincere, il punteggio conseguito alla laurea non avrà più un ruolo vincolante come adesso: in parole povere, il 110 e lode non sarà di per sé un titolo di merito particolare, se a concederlo è stata una università poco selettiva. Allo stesso modo per ambire ad alcuni ruoli dirigenziali, non servirà più una determinata laurea: ad esempio per essere assunti come dirigenti Asl, importerà poco se si sarà in possesso di una laurea in Giurisprudenza o in Lettere, si dovrà dimostrare la capacità di dirigere un ente importante come quello sanitario.

Quindi, si potrà essere laureati con 110 e lode o con 95, ma l’importante sarà essere portatori di una buona professionalità.

Un altro punto importante, è quello riguardante il grado di preparazione, che l’università in cui ci si è laureati, può offrire. Insomma, gli atenei non saranno tutti uguali. Questo vuol dire (per esempio) che “il pezzo di carta” conseguito all’università di Bologna potrà valere di più rispetto a quello preso all’università di Bari. E nei concorsi, questo aspetto potrà valere (e molto). Ma a chi si scandalizza temendo l’effetto classifica tra atenei che questa misura sortirà, rispondiamo che è esattamente ciò che serve alla giustizia e alla meritocrazia. Il perché è presto detto: le università (specie del sud) sarebbero spinte dalla competizione  a destinare i propri fondi sui corsi di laurea che funzionano bene e che forniscono una preparazione adeguata per il mondo del lavoro. E’ inutile avere corsi, che non garantiscono un buon grado di insegnamento, che poi portano solo a un dispendio esagerato di denaro pubblico.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio, sarebbe una rivoluzione vera e propria, che rivolterebbe i criteri di selezione dei dirigenti pubblici. Inoltre, sappiamo che è un sistema che funziona, perché nel campo privato, non viene assunto chi ha ricevuto il voto più alto al conseguimento della laurea, ma chi dimostra di essere professionale, perché non sempre ricevere un voto alto negli studi è sinonimo di capacità dirigenziale.

Ovviamente, quello di cui si è scritto è solo un ipotesi, poiché il Governo non ha ancora varato alcun tipo di provvedimento che vada in questa direzione. Speriamo lo faccia, superando i veti preconcetti di chi ha reso l’università un diplomificio o, peggio, un un’agenzia di collocamento al servizio delle peggiori clientele politiche.


Autore: Marco Mitrugno

Nato a Mesagne (Br) nel 1992. Appassionato di basket, calcio, storia, politica e giornalismo. Attualmente collabora con Il Patto Sociale.

6 Responses to “Valorizzare il merito abolendo il valore legale della laurea”

  1. Luca scrive:

    Sono d’accordo in linea di principio a condizione di non creare altri valori esteriori e privilegi e di arrivare a un punteggio fisso anche per altri aspetti curricolari, che sono anch’essi poco indicativi: esperienze (fatte, fatte male, certificate da amici?) curriculum (veri, o falsi), categorie ultra-protette, specializzazioni che inquadrano nei 2 anni aggiuntivi quanto già si faceva prima. Inotre la stessa cosa dovrebbe valere per il voto di diploma di scuola media superiore ed inferiore e di scuola elementare. Infine evitare la successiva creazione di sovracategorie con voti, cioè che non sia questo un sistema per resettare i valori attuali.
    Per quanto riguarda la classifica delle università ci sono differenze da anno ad anno: come è possibile creare un indice credibile e accettato? Un manager di mezza età, che resti disoccupato e che si sia laureato in psicologia, o sociologia, o scienze politiche, o anche giurisprudenza durante gli anni della contestazione (1968-78), a Roma, come a Milano, o a Padova che punteggio avrà? E chi avrà trovato comunque già lavoro rispetto a vecchi criteri sarà soggetto a dei test, o delle prove? Infine è importante mantenere e rivendicare equiparazione dei titoli attuali con quelli stranieri per consentire a chi vuole di andarsene.

  2. marco scrive:

    C’è molta confusione in giro.
    Ritengo che qualsiasi titolo di studio oltre ad essere ottenuto debba essere mantenuto.
    Ottenere una laurea con 110 e lode non vuol dire nulla se il soggetto poi nella sua vita professionale non continua a fare formazione qualificata ed accertata. Chi continua a studiare e a formarsi/aggiornarsi è giusto che faccia carriera o faccia parte di una categoria professionale; chi non lo fa, anche se ha ottenuto la laurea con il massimo dei voti, è giusto che non faccia carriera e che venga escluso dalla categoria professionale.
    In Italia invece chi raggiunge un titolo lo acquisisce a vita anche se magari poi, non facendo formazione, non ha più i requisiti per svolgere quel determinato lavoro.
    Se si fossero applicati questi semplici principi forse tutti quei giovani che sono dovuti migrare all’estero per veder riconosciuta la propria professionalità, sarebbero rimasti in Italia con gli indubbi vantaggi che avrebbe avuto il nostro PIL.
    Marco

  3. Briseide scrive:

    Sono d’accordo con Luca… Non credo che una classifica tra atenei sia la soluzione… Chi l’ha detto che una laurea conseguita a Bologna sia migliore di una qualsiasi Università del sud??? So per esperienza diretta che a Bologna gli esami tipo diritto privato (fondamentali e propedeutici a tutto il percorso di studi) si fanno a crocette!!! Senza parlare degli esoneri su 200 pagine, manco fossimo al liceo… a laurearsi così son bravi tutti!!! Studiate come Dio comanda 800, 900 pagine per materia e poi vediamo chi merita e chi no…

  4. Luca scrive:

    Il problema è che chi ha studiato non butta a mare ciò che ha fatto. Nessuno. Tutti studiano. Ma non studiano come potrebbe fare un diplomato, perchè l’università non è solo fare n esami, ma imparare ad aggiornarsi, ad affrontare le difficoltà, a risolvere problemi articolati, che richiedono una vasta base formativa (di qui gli esami), che al di là di quanto uno si ricordi constituiscono il punto di partenza perchè una persona autonoma si possa aggiornare da sola. Secondo me, un test di competenza generale mostra subito chi è il laureato e chi no.

  5. Antonio scrive:

    Ho trovato l’articolo interessante . Mi piacerebbe poterLe sottoporre alcune questioni ma non trovo una indicazione di e-mail per contattarla direttamente. Le è possibile fornirmi. tramite la mia e-mail, indicazioni al riguardo? La ringrazio

  6. Rd scrive:

    Evidentemente Monti dopo tanti anni da Rettore in Bocconi si è reso conto di quante capre uscivano anche di li e avrà pensato che forse dovrebbe essere valutato un laureato Bocconi come uno ecampus o peggio ancora come un laureato Bocconi che ha fatto il cepu. Forse a ripensarci bene è anche giusto, così le capacità personali spiccheranno su tutto. Vedetela un attimo in un ottica diversa: in questo modo verrebbero a cadere tutti i pregiudizi sia sulle Università ritenute “buone” che su quelle ritenute “scarse” e un laureato online verrà valutato solo per le sue competenze come un laureato in Bocconi. Non è mica poi tanto male?? Anche io ero contrario all’inizio, ma ora l’unica cosa che non mi spiego è perché all’argomento si sta interessando un governo tecnico che dovrebbe affrontare le emergenza economiche. Sarà mica perchè Monti è uno dei maggiori esponenti del gruppo Bilderberg e questo era uno dei punti della loggia P2 palesemente collegata?

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