– Il 22 gennaio 2012 si sono tenute in Finlandia le elezioni presidenziali. Alla successione della presidente uscente, Tarja Halonen, ultima di una lunga schiera di presidenti socialdemocratici, si sono presentati otto candidati, espressione delle forze politiche rappresentate in Parlamento.

L’elezione presidenziale finlandese, il cui secondo turno si terrà il 5 febbraio, ha suscitato in tutta Europa un notevole interesse legato, più che alla rilevanza politico-economica del paese e al peso decisionale del capo dello stato (peraltro sempre più ridotto, nonostante l’elezione diretta), alla novità rappresentata dal sorgere di forze populiste. Le elezioni parlamentari del marzo scorso hanno visto entrare in parlamento un sorprendente numero di deputati di un partito, detto dei Nuovi Finlandesi, che ben si inserisce nel panorama della nuova destra populista europea.

Due sono le sostanziali novità di questa elezione. La prima, rilevante per lo scenario politico nazionale, è che per la prima volta il candidato socialdemocratico non è passato al secondo turno. L’elezione si disputerà quindi fra il candidato del Partito della Coalizione Nazionale (KoK) di ispirazione europeista e liberal-conservatrice, Sauli Ninisto, probabile vincitore, e Pekka Haavisto, della social-liberale e ambientalista Lega Verde. Il socialdemocratico Paavo Lipponen si è attestato in quinta posizione, con un misero 6,7% dei voti. I consensi del suo partito, di tradizione secolare, sono infatti andati vistosamente erodendo nell’ultimo decennio, complici i mutamenti sociali ed ideologici della nostra epoca.

La seconda novità, di interesse europeo, riguarda i temi centrali del dibattito pubblico da un lato ed i risultati ottenuti dai partiti populisti dall’altro. In un contesto di crisi economica e, soprattutto, data la situazione pencolante della moneta unica, non sorprende che proprio l’integrazione monetaria abbia costituito uno dei punti caldi della campagna elettorale. Paese di tradizione politica concertativa, con un parlamento dominato da partiti centristi, la Finlandia ha visto una crescente – per quanto moderata – critica all’azione comunitaria. Si tratta di un dato non eccessivamente sorprendente per un paese che, forte della tripla A, si vede chiamato alla solidarietà in tempi difficili. Tuttavia, se il dibattito elettorale si può considerare una cartina al tornasole degli umori dell’elettorato, i finlandesi si approcciano con una certa diffidenza alla situazione politica ed economica europea. Anche i candidati più europeisti, come i due passati al secondo turno, si sono guardati dal declamare lodi sperticate alla moneta unica. Segno dei tempi, si dirà. Sulla solidarietà con il meridione indebitato, intanto, è meglio non calcare troppo la mano.

Il rovescio della medaglia consiste, appunto, nel risultato conseguito dal partito della nuova destra populista, i “Veri Finlandesi”, e dal suo candidato Timo Soini, che ha raccolto un rispettabile 9,4% dei consensi. Se si considera la dinamica tipica delle elezioni a doppio turno, come anche il fatto che il partito dei Nuovi Finlandesi è stato fin da principio escluso dalla coalizione di governo e che ha avuto un notevolissimo calo di consensi (dal 19,05% al 9,4%), la destra populista risulta ancora marginale e largamente irrilevante, salvo sotto il profilo simbolico. Eccezion fatta per la storica disfatta del partito socialdemocratico, insomma, il primo turno delle elezioni presidenziali finlandesi non ha riservato grandi sorprese, né è stato il banco di prova d’Europa, come alcuni credevano.

Va tuttavia notato un aspetto sistemico della questione, ossia che i Veri Finlandesi vanno ad inserirsi a pieno titolo nel quadro delle “nuove destre”che si sono andate sviluppando in molti paesi europei negli ultimi decenni (con Alain de Benoist nel ruolo di padre nobile, l’austriaco Joerg Haider in quello di nutrice). Le posizioni di queste formazioni sono, generalmente parlando, imperniate sui temi dell’antieuropeismo, del conservatorismo sociale e del localismo, spesso ai limiti della xenofobia. Pur non essendo in sé preoccupante, la rilevanza numerica del voto populista in Finlandia – e gli effetti che esso ha sulle posizioni degli altri player partitici – è un fenomeno di notevole interesse. Se di Europa (e di NATO, altro tema scottante per la tradizionalmente neutrale Finlandia) si è parlato in questa campagna elettorale, una parte del merito va anche ai Nuovi Finlandesi. Per quanto eccessive appaiano, insomma, le Cassandre che parlavano di un’ondata di populismo sull’Europa tutta, è certo come la questione dell’integrazione europea, variamente declinata, sia ormai entrata a far parte a tutti gli effetti del dibattito pubblico continentale.