di CARMELO PALMA – Quando lunedì prossimo Mario Monti si presenterà a Bruxelles per il Consiglio Europeo straordinario a chiedere che i firewall contro il contagio finanziario siano finalmente dispiegati, potrà dire di rappresentare l’Italia?

Che lo schieramento parlamentare che oggi sostiene l’esecutivo sia vasto è, da questo punto di vista, del tutto irrilevante. La convergenza su di una mozione ambiziosa e enciclopedica, come quella approvata ieri dalle Camere, non rende meno strategica la divergenza del partito berlusconiano, che da un successo di Monti avrebbe tutto da perdere, e della sinistra ideologicamente refrattaria al rigore “liberista” dell’esecutivo, che su questa base, a quanto pare, non ha alcuna intenzione di vincere.

Che la sua politica e lo stesso negoziato diligentemente intavolato in sede europea riscuota il favore di un’ampia maggioranza degli italiani è invece assai più significativo, ma non abbastanza. Il problema – ad occhi tedeschi e non solo – è cosa rimarrà di questo consenso e di questa politica quando (già: quando?) Monti lascerà Palazzo Chigi.

La Germania, a cui molto va concesso sul fiscal compact perché qualcosa possa concedere (o almeno promettere) sulla “potenza di fuoco” dell’artiglieria finanziaria necessaria per abbattere gli spread, per vincere la propria riluttanza dovrebbe convincersi che l’Italia è oggi diversa. Diversa dall’immagine che dà abitualmente di sé sui tavoli europei, quando l’emergenza non la costringe a fare di necessità virtù.

Non basta che a proporre lo scambio tra quote di sovranità fiscale e meccanismi di garanzia comune sui debiti dell’eurozona sia un negoziatore affidabile e onesto. Il problema, infatti, è l’affidabilità dell’Italia come contraente di un accordo che dovrebbe mutare profondamente la governance economica dell’Unione. Ieri a Davos la Merkel ha ribadito che la Germania non vuole essere “obbligata a promettere quello che non potrebbe mantenere” a proposito delle dotazione dei fondi salvastati (Efsf e Esm). Figurarsi quanto possa apprezzare un interlocutore disposto a promettere di più, proprio per mantenere di meno.

Se la cancelliera tedesca avesse ieri ascoltato il dibattito parlamentare di viatico alla missione di Monti a Bruxelles, avrebbe trovato ragioni per rafforzare la propria “ottusa”, ma non così ingiustificata diffidenza. A sostenere che la responsabilità delle difficoltà italiane siano dell’Europa o della Germania, e in particolare del disinteresse dell’una per la causa comune e dell’interesse “egoistico” dell’altra per quella nazionale, non sono stati solo gli sfascisti del Carroccio o dell’IDV, ma – con due comizi di stupida e proterva superficialità – i leader del PD e del PdL, Bersani e Alfano.

A processare l’Europa e la Germania sono stati i rappresentanti dei due partiti che portano (insieme) la responsabilità di avere dissipato i dividendi dell’euro nella stagione delle vacche grasse e ora pretendono in quella delle vacche magre le facilities della solidarietà europea. A convincere la Germania che c’è qualcosa di “sbagliato” nella governance dell’euro e dell’eurozona non può essere chi pretenda di dimostrare che c’è qualcosa di “sbagliato” nel successo tedesco.

La Germania non può sperare di stare in piedi e di prosperare in un’Europa economicamente collassata e sotterrata dalle macerie dei debiti sovrani. Ma l’Italia non può sperare di essere presa sul serio in un Europa che, in un modo o nell’altro, rimarrà comunque “tedesca” e che del vittimismo paraculo dei politici italiani si era stancata prima di Monti e sarà ancora più stanca dopo.