– Ingenui, e anche un po’ miscredenti, noi che mai avevamo pensato che l’ultima frontiera delle scelte di coscienza che diventano ineludibili imperativi pubblici, del peccato che diventa reato, fosse la liberalizzazione delle attività commerciali. Aprire i negozi la domenica non si può, mina l’unità delle famiglie e non permette di andare a Messa. D’altronde, la domenica è il “dies domini”, il giorno del Signore. E le feste vanno santificate: per chi crede, e anche per chi non crede.

C’è, però, qualcosa che ci sfugge ed è qualcosa che si può ricollegare a un costume tutto italiano. Quello per cui offrire un servizio migliore ai cittadini viene visto come un attacco ai diritti dei lavoratori. Quello per cui la concorrenza deve esistere ed è cosa buona e giusta, ma non deve riguardare mai noi. Quello per cui l’Italia è sempre in difficoltà, sempre in crisi, ha sempre problemi: ma la colpa è sempre degli altri. Scordandoci troppo spesso che quegli altri siamo noi, come cantava un tale anni fa, come qualche tempo fa provammo a spiegare.

Quella degli italiani è una strana specie. Vanno in vacanza, ormai un po’ ovunque: a Londra, Barcellona, Madrid, Berlino. Tornano entusiasti da queste città, magnificano questi luoghi, “dove si può fare tutto a tutte le ore, i negozi sono aperti sempre, si trovano taxi a tutte le ore, i trasporti funzionano, non c’è distinzione tra infrasettimanale e fine settimana”. “Altro che in Italia”, dicono in coro questi italiani scontenti del loro Paese. Così scontenti che, verrebbe da immaginarsi, farebbero di tutto per cambiarlo, quel loro Paese.
Verrebbe da immaginarsi, appunto: ma dall’Iperuranio delle idee alla pratica quotidiana il percorso è lunghissimo. Soprattutto nel nostro Paese.

Prendiamo, appunto, il caso della liberalizzazione delle attività commerciali: secondo una legge entrata in vigore lo scorso 1 Gennaio, i commercianti possono aprire liberamente quando e come vogliono, nelle 24 ore della giornata dei sette giorni della settimana. Attenzione, possono. Ossia: se vogliono continuare ad aprire come ora possono continuare a farlo. Si dà, insomma, una possibilità: non si impone né un obbligo né un dovere. La ratio del provvedimento è che avere più attività commerciali aperte presuppone un giro d’affari maggiore, sia per chi propone commercio sia per chi ne usufruisce. Certo, aprire di più presuppone lavorare di più: ma per questo esistono i turni e l’assunzione di nuovo personale, magari solo per extra, ad esempio studenti e studentesse. In ogni caso, ripetiamo, la nuova legge propone, non impone: e se un commerciante per vari motivi non può permettersi di aprire indiscriminatamente, può continuare a farlo come faceva finora.

Il discorso sarebbe limpido, cristallino, regolare. Sarebbe, appunto. Perché subito si è levata la protesta dei dipendenti delle attività commerciali, dei sindacati e anche di molti commercianti: dovremo lavorare di più, molto di più, dicono. Non ci saranno assunzioni di extra di personale, dicono. Il fatturato non crescerà ma rimarrà uguale, dicono. Non passeremo più la domenica in famiglia, dicono. Ci fagociterà la grande distribuzione, dicono.

Ora, è normale, comprensibile, che i dipendenti facciano questo tipo di discorsi. A nessuno piace lavorare il sabato o la domenica, i giorni che dovrebbero essere consacrati al riposo e allo stare con i propri cari. Meno normale è, però, che questi discorsi trovino orecchie interessate anche nella politica, che in alcuni casi minaccia di fare le barricate contro la nuova legge, con ricorsi a raffica. La politica deve, o dovrebbe, sentire le istanze delle varie categorie e poi operare un processo di sintesi: a fronte di un disagio, lavorare il sabato o la domenica, per una categoria professionale, c’è un beneficio per un’intera società, a cui viene offerto un servizio, che offre maggiore vivibilità alle nostre città. Questo dovrebbe essere il ragionamento di un politico, e non solo quando si parla di attività commerciali.

Purtroppo, lo sappiamo bene, così non è. E molta parte della politica, per non scontentare le proprie categorie di riferimento e i propri blocchi sociali, scontenta la massa indistinta dei cittadini utenti: che dalle liberalizzazioni tutto avrebbe da guadagnare, e niente da perdere.

Poi, anche in questo caso, c’è la parolina magica tutta italiana, quella dei “diritti acquisiti”: che non si dovrebbero toccare, certo. Fino a quando, però, non diventano privilegio. Intendiamoci, non lavorare la domenica è un diritto, non un privilegio. Ma lo diventa quando si fa un lavoro per cui si offre un servizio all’intera comunità.

Ci sono delle professioni che si svolgono quando la maggior parte delle persone si riposano dalle fatiche della settimana. Il commercio, secondo noi, è una tra queste. Non si capisce, altrimenti, perché non sia tutto chiuso, il sabato e la domenica. Ma, a quanto ci risulta, solo per fare qualche esempio, camerieri, cuochi, ristoratori, lavorano per consentirci di andare a svagarci in pizzeria o al ristorante o al bar, anche in settimana quando usciamo dal lavoro.

E i giornalisti lavorano perché nel nostro giorno di riposo ci possiamo sollazzare con le partite della nostra squadra e perché ci possiamo informare con le notizie del mondo. E i paramedici, gli infermieri, i medici lavorano perché se ci succede qualcosa possiamo essere soccorsi, anche nel fine settimana. E i pasticceri e i panettieri e i fornai lavorano perché, ad esempio, la domenica mattina si compia il rito tutto italiano delle paste a pranzo. E i poliziotti e i carabinieri e i metronotte lavorano perché le nostre città siano sicure, perché il crimine non si riposa, il sabato e la domenica. E gli autisti lavorano perché possiamo spostarci da una parte all’altra della città, anche durante il fine settimana. Soprattutto, anzi, durante il fine settimana, quando abbiamo più tempo per vivere la città e dedicarci a ciò che ci piace. E gli operatori di call center, gli albergatori, gli allevatori… fermiamoci qui, ché l’elenco sarebbe infinito.

Non si capisce, dunque, perché tutti queste persone debbano lavorare – spesso senza che la maggiorazione festiva venga loro riconosciuta – durante il fine settimana e chi opera nel commercio no. E non si capisce perché certa sinistra e tutto il sindacato non riesca a capire che il lavoratore è anche utente, che i suoi diritti non si esauriscono quando stacca dopo le otto ore, che una società che voglia progredire e dare più servizi presuppone cittadini che siano tali sempre, e non solo quaranta ore a settimana. Che la visione della donna o dell’uomo portatori di diritti solo in quanto lavoratori dipendenti è una visione economicistica della vita: proprio quella che a parole dicono di voler combattere.

Siamo convinti di una cosa: che la questione sia più ampia e che riguardi la vera peste italiana. Quella della poca dimestichezza della nostra società con la libertà, a tutti i livelli. L’idea che la competizione instaurata dalla libertà che si dispiega, da individui responsabili e informati, non sia competizione virtuosa ma viziosa e viziata; libertà che si corrompe e diventa arbitrio: arbitrio dei furbi, dei disonesti, degli sciacalli. Dove un’opportunità, come quella di poter aprire più ore al giorno, più giorni alla settimana, viene vista come una minaccia e come un’imposizione; dove l’incapacità di trovare nuove idee per progredire e andare avanti, anche a livello professionale, trova l’unico sbocco nell’arroccarsi nelle proprie posizioni di rendita, ormai sempre più esigue, ristrette, anguste; dove purtroppo, sempre più spesso ormai, non si tenta il tutto per tutto per cercare di creare ricchezza e benessere ma si preferisce chiudersi in se stessi per gestire le briciole della miseria, in ricordo dei bei tempi andati, di cui rimane uno sbiadito simulacro, ormai sempre più lontano.

La libertà non è affare semplice, e presuppone anche uno Stato più efficiente che assicuri, ad esempio e a riguardo della faccenda di cui stiamo parlando in questo pezzo, che in un negozio un dipendente non lavori 14 ore al giorno o che abbia i giorni di riposo che gli spettano per diritto. Ma bisogna provarci, bisogna rischiare, lo si deve fare: perché è vero che con troppa libertà incontrollata si rischia l’arbitrio; ma senza libertà i raggi di sole si immaginano soltanto, dentro una prigione. E forse alla fine non arriva la morte, ma di sicuro quella dentro una cella, reale o metaforica che sia, non è vita.